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lunedì 31 maggio 2010

Novembre 1993 I giorni del tentato golpe

31 maggio 2010

Mentre si gettano le basi di Forza Italia un intreccio di interessi eversivi assedia governo e Quirinale

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Pubblichiamo un estratto del libro L’agenda nera della seconda repubblica, che sarà in libreria per Chiarelettere dal 10 giugno.

Località segreta, 1 novembre ‘93

Il pentito Salvatore Cancemi racconta ai pm di Caltanissetta che a metà di maggio del ’92, di ritorno da una riunione con altri soggetti di Cosa nostra, si era trovato a discutere con il boss della Noce Raffaele Ganci dell’imminente attentato a Falcone. In quell’occasione, Ganci gli spiegò che Riina aveva avuto un incontro “con persone molto importanti, insieme alle quali aveva deciso di mettere la bomba a Falcone”. “Queste persone importanti – aveva aggiunto Ganci – hanno promesso allo zio Totò che devono rifare il processo nel quale lui è stato condannato all’ergastolo”. Secondo Cancemi, la strage sarebbe avvenuta otto-dieci giorni dopo.

Roma, 2 novembre ‘93

Nel corso del programma Uno contro tutti, condotto da Maurizio Costanzo su Canale5, il direttore del Tg5 Enrico Mentana nega che Berlusconi stia creando un partito: “Si tratta di prove tecniche di fiancheggiamento elettorale” dice. Vittorio Sgarbi interrompe Mentana e sostiene che il partito di Berlusconi esiste eccome e che sia Mentana sia Costanzo lo sanno benissimo, avendo partecipato a riunioni riservate con il Cavaliere. Specifica poi Sgarbi: “Il nuovo partito non sarà rappresentato da Segni, Amato o Costa. Occorrono uomini nuovi”.

Milano, 2 novembre ‘93

Marcello Dell’Utri, numero uno di Publitalia, incontra almeno due volte (il 2 e il 30 novembre) Vittorio Mangano a Milano, come risulta dalle sue agende. Di cosa parlano? Il senatore, impegnato in quei mesi nella costruzione del nuovo partito Forza Italia, non lo spiega. Dice solo che “di tanto in tanto” Mangano lo andava a trovare “per motivi personali”. È il periodo in cui sono in corso le manovre per l’organizzazione di Forza Italia e Cosa nostra prepara il cambio di rotta verso la nascente forza politica. È in questo momento che, come rivela il pentito Antonino Giuffrè, Provenzano fa sapere agli altri capimafia di aver trovato in Dell’Utri un nuovo referente “affidabile”.

Roma, 3 novembre ‘93

“Non ci sto!”. Dopo le bombe e lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il presidente della Repubblica Scalfaro sente il bisogno di indirizzare un messaggio alla nazione e va in onda per sette minuti in diretta televisiva sulle reti pubbliche e private. Il presidente, visibilmente indignato, parla a braccio, consultando ogni tanto alcuni fogli di appunti. Scalfaro denuncia agli italiani un tentativo di “lenta distruzione dello Stato” in atto nel paese e sostiene che occorre difendere le istituzioni. (...) Ma cosa temeva Scalfaro in quella fine del ’93? «Parlerei di un intreccio di interessi sovrapposti... Esprimevo ciò che stavo vivendo in prima persona, dopo aver assistito a veri e propri atti di guerra (le bombe mafiose), e dopo aver colto da certi ambienti (contigui alla politica, ma non solo) diversi segnali di intimidazione”. (...) Anche Carlo Azeglio Ciampi, in quel periodo a capo del governo, ricostruisce il clima teso di quei giorni e i timori di un attacco alle istituzioni democratiche. “Ricordo perfettamente quei giorni del ’93. Ero da poco stato eletto presidente del Consiglio in un momento non facile. C’era un clima molto teso dopo le bombe di Firenze, Milano, Roma. [...] Ricordo l’entusiasmo del ’93 per l’accordo sul costo del lavoro. Poi la lunga serie di attentati in nottata. Ero a Santa Severa, rientrai con urgenza a Roma, di notte. Accadevano strane cose. Io parlavo al telefono con un mio collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra. Al largo dalla mia casa di Santa Severa, a pochi chilometri da Roma, incrociavano strane imbarcazioni. Mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge che istituiva per loro il carcere duro. Chissà, forse lo volevano morbido, il carcere”. Alla domanda sullo spettro di un colpo di Stato pronto a scattare in Italia, Ciampi risponde: “In quelle settimane davvero si temeva un colpo di Stato. I treni non funzionavano, i telefoni erano spesso scollegati. Lo ammetto: io temetti il peggio dopo tre o quattro ore a Palazzo Chigi col telefono isolato. Di quelle giornate, quel che ricordo ancora molto bene furono i sospetti diffusi di collegamento con la P2”. Ma c’è stato davvero il rischio di un colpo di Stato piduista durante la stagione dello stragismo dei primi anni Novanta? “I piduisti ebbero a che fare con la strategia della tensione” risponde l’ex procuratore nazionale Piero Luigi Vigna. (...) Perché Ciampi pensò proprio a un colpo di Stato? “Quando il 28 luglio scoppiò l’autobomba davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro, avvisai Ciampi, che si trovava nella sua casa al mare. E mentre stava al telefono sentì dalla conversazione telefonica il secondo boato dell’ordigno esploso a San Giovanni in Laterano. Le comunicazioni caddero. Lui si precipitò a Roma, ma le linee del Quirinale rimasero isolate per alcune ore. Bombe e interruzioni telefoniche lo indussero a pensare che qualcosa di grave stesse succedendo, un colpo di Stato. Facemmo perizie e consulenze dalle quali risultò che non ci fu alcuna manomissione esterna. Si trattò di un accumulo di comunicazioni, che aveva determinato il blackout telefonico”. (...)

Palermo, 3 novembre ‘93

Enzo Scarantino compare per la prima volta in un’aula di giustizia per difendersi dall’accusa di spaccio di droga. “Mi rifornivo da Scarantino negli anni ’85-86” ha detto il pentito Salvatore Augello. “Compravo da lui cento-centocinquanta grammi ogni dieci-quindici giorni. Cento grammi li pagavo diciotto milioni”. Intervistato dai cronisti, Scarantino ha negato ogni suo coinvolgimento nella strage di via D’Amelio. “Sono tutte falsità – ha detto l’imputato – e non è vero neanche che ho tentato di togliermi la vita in cella”.

Roma, primi di novembre ‘93

Giuliano Urbani manda alle stampe un libretto di trentacinque pagine intitolato Alla ricerca del buon governo – Appello per la costruzione di un’Italia vincente. Il volume verrà dato in omaggio e indicato come riferimento ideologico a tutti coloro che si iscriveranno ai club Forza Italia.

Roma, 5 novembre ‘93

La Procura di Roma, sospettando che le «dichiarazioni» destabilizzanti siano state concordate, aggrava l’accusa contro i tre dirigenti del Sisde (Malpica, Broccoletti e Galati) che avevano tirato in ballo il presidente della Repubblica: l’ipotesi di reato è ora quella di “attentato agli organi costituzionali”. Intanto, voci false su imminenti dimissioni del capo dello Stato scatenano la speculazione internazionale sulla lira facendone precipitare le quotazioni; ma in giornata la moneta recupera.

Roma, 9 novembre ‘93

Nel dibattito in Parlamento sullo scandalo Sisde, il presidente del Consiglio Ciampi illustra le misure restrittive messe in atto dal governo sull’uso dei fondi dei servizi segreti e dice che “le bande di malfattori dentro lo Stato non mineranno la democrazia”. » (...)

Milano, 10 novembre ‘93

In viale Isonzo, cominciano i provini televisivi per i 650 personaggi candidabili usciti dallo screening di Publitalia.(...)

Roma, 12 novembre ’93

La Procura di Roma scagiona il ministero dell’Interno Mancino: non ha preso nessun fondo nero dal Sisde; gli ex ministri Antonio Gava ed Enzo Scotti vengono invece rinviati al Tribunale dei ministri con l’accusa di peculato.

Parigi, 12 novembre ’93

A Parigi, in una saletta dell’Assemblea nazionale (il Parlamento francese), Angelo Codignoni riceve dalle mani di Giulia Ceriani, collaboratrice del semiologo ed esperto di marketing Jean-Marie Floch, lo Screening X. Si tratta di un rapporto di quattrocento pagine per verificare lo spazio di una nuova formazione politica di centro-destra. Floch suggerisce anche le due chiavi utili per vincere: il dovere (“Devo bere l’amaro calice”) e il sapere (“Io ho la competenza”).

Roma, 16 novembre ‘93

L’apposita commissione ministeriale accerta che i ministri dell’Interno dal 1987 al 1992 (quindi anche Gava e Scotti) non si sono appropriati di fondi segreti del Sisde.

Roma, 21 novembre ‘93

Primo turno delle elezioni amministrative (...) I dati generali danno vincenti tre grandi forze: la sinistra (raccolta in un’Alleanza democratica e progressista guidata dal Pds), la Lega nord e il Movimento sociale; seccamente sconfitti, invece, la Dc, il Psi e in generale i partiti di governo.

Palermo, fine ‘93

Secondo Nino Giuffrè questo è il momento in cui all’interno di Cosa nostra si discute dell’imminente discesa in campo di Silvio Berlusconi. “Tutte le persone che avevano notizie di questo movimento che stava per nascere – dirà Giuffrè – trasmettevano le informazioni all’interno di Cosa nostra. Provenzano, in modo particolare, ne valutava l’affidabilità. Iniziò un lungo periodo di discussione e di indagine per vedere se era un discorso serio che poteva interessare a Cosa nostra, per poter curare quei mali che avevano provocato danni all’organizzazione. Abbiamo fatto anche delle riunioni per discutere, fino a quando lo stesso Provenzano ci disse che potevamo fidarci, che eravamo in buone mani. E nel momento in cui lui ci dà queste informazioni, e queste sicurezze, ci mettiamo in cammino per portare avanti all’interno di Cosa nostra, e poi successivamente all’esterno, il discorso di Forza Italia”.

Torino, 22 novembre ’93

Berlusconi rilascia un’intervista a La Stampa commentando il risultato del primo turno delle amministrative. “Li avevo previsti da tempo e centrati in pieno con proiezioni sulle elezioni di giugno”. E poi: “Sono in molti a chiedere un mio impegno: gente comune, colleghi imprenditori, politici. Se dicessi di sì dovrei tirarmi da parte come editore: sarebbe per me una decisione gravosa. Anzi, se mi consente l’aggettivo, una decisione eroica. Mi auguro che quanto succederà nelle prossime settimane possa allontanare da me questa decisione, questo amaro calice”. (...)

Bologna, 23 novembre ‘93

Al mattino un Berlusconi ancora in tuta da ginnastica sale sull’aereo che lo porta a Casalecchio di Reno, vicino a Bologna, per inaugurare un ipermercato. Dopo la cerimonia tiene una conferenza stampa al termine della quale, su specifica domanda, dice che se dovesse votare nel ballottaggio a Roma sceglierebbe “senza esitazioni Fini, esponente di quell’area moderata che si è unita e può garantire un futuro al paese”. (...)

Milano, 27 novembre ‘93

Alle 14 su Rete4, al posto della prevista puntata della soap-opera Sentieri viene trasmessa integralmente la conferenza stampa tenuta il giorno prima da Berlusconi. Alle 22.40 anche Canale5 cancella il film Donna d’onore, con Serena Grandi, per mettere in onda l’intero faccia a faccia del Cavaliere con i giornalisti stranieri. Sono le prime prove tecniche della nascente telecrazia.

LEGGI: Intercettazioni, Saviano: "La mafia ringrazia"

INNO DI MAMELI PROTESTA ARENA DI VERONA

domenica 30 maggio 2010

Libertà per riassunto

30 maggio 2010
Gli emendamenti al ddl Alfano annunciati venerdì dal Pdl, in vista del dibattito che si aprirà domani pomeriggio nell'aula del Senato, non cambiano la sostanza del rischio-bavaglio.

di Roberto Natale

I ripensamenti sono sempre bene accetti, ma stavolta è impossibile considerarli vere aperture. Gli emendamenti al ddl Alfano annunciati venerdì dal Pdl, in vista del dibattito che si aprirà domani pomeriggio nell’aula del Senato, non cambiano la sostanza del rischio-bavaglio. Le sanzioni a carico degli editori sono state ridotte di un terzo, ma è difficile esultare: l’importo massimo rimane pur sempre di 310 mila euro, comunque sufficienti per “suggerire” al proprietario del giornale di diffidare pesantemente direttore e redazione dal pubblicare qualsiasi notizia troppo cara. E soprattutto non si può spacciare come grande conquista di libertà il fatto che in materia di cronaca giudiziaria si torni alla formulazione uscita dalla Camera, ripristinando la possibilità di pubblicare “per riassunto” il contenuto degli atti giudiziari prima dell’udienza preliminare e tenendo fermo il divieto totale di pubblicazione delle intercettazioni fino alla conclusione delle indagini preliminari, anche se i testi non sono più coperti dal segreto. È questo il punto decisivo, che continua a motivare la nostra netta contrarietà: ciò che è pubblico perché è stato portato a conoscenza delle parti coinvolte deve anche poter essere pubblicabile; anche per non aprire la strada a un’informazione allusiva o ricattatoria, in cui chi ha letto gli atti può mandare torbidi messaggi a mezzo stampa alle persone coinvolte nelle inchieste.

Se l’esigenza è quella di difendere meglio la privacy, come dicono i sostenitori del provvedimento e come anche noi giornalisti vogliamo, è a portata di mano una soluzione perfettamente compatibile col nostro dovere di cronisti e col diritto dei cittadini di sapere: al momento in cui le carte dell’indagine stanno per diventare pubbliche, il magistrato di una “udienza-filtro”, sentite accusa e difesa, elimina dagli atti le parti (testi delle intercettazioni inclusi) che riguardano terze persone estranee o anche le persone sotto inchiesta, ma per aspetti privati che non hanno nesso con l’indagine. È su questo versante che talvolta l’informazione ha sbagliato, mettendo in pagina anche questioni intime che non erano notizie, ma gli errori possono essere evitati senza impedirci di raccontare i fatti di interesse pubblico. Il ministro Alfano continua a ripetere in forma di slogan che “la riforma garantisce la libertà di informazione”, ma evita di spiegare che col suo testo sarebbe rimasto ignoto il caso (la casa) Scajola e che dei trapianti infami della clinica Santa Rita di Milano si sarebbe saputo dopo anni.

Argomenti così forti che quasi tutti i direttori dei giornali italiani si sono trovati uniti nell’annunciare che non verranno comunque meno al dovere di informare, “indipendentemente da multe, arresti e sanzioni”. È la stessa unità che, sul diritto-dovere di cronaca, i giornalisti italiani chiedono alle loro rappresentanze. Perché non sempre è stato così, negli ultimi mesi: dalla grande manifestazione di ottobre in piazza del Popolo, che aveva mostrato la ricchezza dell’alleanza coi cittadini, il segretario dell’Ordine nazionale aveva preso le distanze con una scelta polemica che certo non ha rafforzato la categoria. Come non l’ha rafforzata qualche timidezza di troppo, da parte dell’Ordine, su un tema che invece meritava e merita una vera e propria campagna pubblica. Ora è urgente recuperare un convinto impegno comune: la lunga battaglia contro il ddl Alfano, tra le aule del Parlamento italiano e – se sarà necessario – la Corte europea di Strasburgo, può e deve essere vinta.

*Presidente Fnsi



Da il Fatto Quotidiano del 30 maggio

giovedì 27 maggio 2010

Silvio va in bambola sui contanti

Luca Telese

27 maggio 2010

L’uomo dell’ottimismo chiede sacrifici agli italiani. Poi va in tilt sulla tracciabilità dei pagamenti: "Presidente quanto ha in tasca?", risposta: "Zero".

L’uomo con il sole in tasca ieri sembrava essersi trasformato in Rain man: una tempesta di tic e di mossette per dissimulare il disagio, le gambe che battono sotto il tavolo facendolo tremare, come se non rispondessero al controllo dell’altra metà del corpo. L’uomo con il sole in tasca, ieri non trovava più la tasca, o il sole, che poi è lo stesso. L’uomo con il sorriso più smagliante del mondo non riusciva a sorridere più, e sinceramente dispiace, perché guardandolo ieri non si poteva fare a meno di notare la differenza astrale con i tempi d’oro. Questo Cavaliere a mascella serrata, afflitto e cupo, ieri aveva qualcosa di tenero e di tragico insieme, chissà cosa avrà comunicato agli italiani.

Se questa mattina Silvio Berlusconi riguarderà il video di quello che ha detto ieri Silvio Berlusconi, con la stessa severità con cui ha stroncato le carriere di conduttori pingui o baffuti e di forzisti con il riportino e capogruppo con l’occhio strabico - se lo farà davvero - boccerà se stesso e gli dirà di non andare più in tv. Sul piano linguistico, poi, la conferenza stampa di ieri sulla manovra straordinaria, ha avuto un altro effetto. L’azzeramento del vocabolario del sogno, ovvero dell’architrave comunicativa degli ultimi 15 anni. Sulla bocca del premier fioriscono nuovi meravigliosi sinonimi dettati dall’emergenza e dal disagio. Per esempio gli statali italiani (magari quei professori che fanno vita da nababbi con 1.300 euro al mese) scoprono di aver vissuto da privilegiati: e poi che il loro stipendio non è stato "congelato".

Berlusconi ci ha spiegato ieri che la parola "congelamento" viene sostituita con la locuzione "atto di responsabilità". In effetti suona meglio. A un certo punto il premier deve parlare di sacrifici. Lo fa con un magone nel cuore. Allora dice: "Sacrifici richiesti", così siamo tutti più sollevati. Non è lui, sono richiesti. E bisogna salvare l’euro, poi. Chi lo dice a Bossi? Capisci che il presidente è nervoso da subito. L’uomo del nuovo miracolo italiano, il generoso negatore di ogni crisi, ieri aveva gli occhi a fessura, il capo reclinato che costringeva i fotografi a fare i salti mortali per catturare un primo piano. Dal punto di vista strettamente tecnico, dunque, si può dire che la conferenza stampa non è stata a testa alta. Ma è una constatazione ortopedica, più che morale. Berlusconi entra nella saletta di Palazzo Chigi molto preoccupato dalla giacca.

Tocca la cravatta, la ripercorre freneticamente, si assicura l’ancoraggio ai pantaloni, allude con le dita alla sagoma del cavallo. Poi passa alla giacca. Nella conferenza riesce a regalare un solo vero sorriso. È una piccola photo opportunity, e speriamo che i fotografi siano riusciti a coglierla. Mentre sta parlando Tremonti, il premier, forse ricordandosi di essere "il grande comunicatore" invita il suo ministro a tirare fuori il papiello con tutto l’elenco dei tagli: “Fallo vedere, così si capisce il lavoro che c’è stato!”. È un fascicolo bianco, di fogli A4 spillati. Tremonti non lo tocca. A quel punto lo agguanta lui, lo mostra agli obiettivi, tende le labbra: cheese...Ecco, ieri Berlusconi faceva simpatia per la difficoltà di gestire una situazione che considera tragica, che non padroneggia: cifre, numeri, lacrime e sangue. E questa comunicazione la doveva fare proprio lui? La conferenza stampa era convocata per le tre del pomeriggio. Poi slitta alle cinque, in fine alle sei.

Inizia alle 18.30, come quelle sedute dal dentista che si vorrebbero procrastinare all’infinito. Dice Berlusconi che per contrastare l’evasione "è stato abbassato il limite per i pagamenti in contanti a 5.000 euro". Poi aggiunge: "Ci è sembrato ragionevole consentire di tenere in tasca una cifra che corrisponde ai 10 milioni delle vecchie lire...". Con il governo dell’Unione l’assegno massimo consentito era di 100 euro. Gli chiedi quante persone conosca che circolano con 5.000 euro. Non risponde, ma con una battuta: "Lei quanto ha in tasca? Io zero". Altro sorriso. Come certi sovrani che non conoscono il valore del denaro. Almeno Tremonti mostra ironia, e invoca la lotta allo stato di polizia per tutelare "i vecchietti che comprano le scarpe in contanti".

Divino. Facciamo la manovra perché ce lo chiede l’Europa, ma in questo caso il ministro diventa nazionalista: "Se in Italia non si paga con la plastica (cioè con le carte, ndr) dobbiamo prenderne atto". Però Tre-monti tiene meglio il campo: ironico, ricettivo, sempre capace di trovare l’esempio brillante (questa volta "i tagli all’ente dei reduci garibaldini"). "Se l’Italia può stare tranquilla - conclude Berlusconi indicando se stesso e il ministro - è grazie a questi due signori": Se fosse riuscito a sorridere, forse, ci avremmo creduto persino noi.



(Clicca quiper guardare il filmato integrale di Sky)

domenica 23 maggio 2010

E adesso chi lo dice a Falcone?

di Claudio Fava - 23 maggio 2010
Cosa appenderemo domenica pomeriggio all’albero di Giovanni Falcone?
Quali cotillon luccicanti c’inventeremo per celebrarecomesi deve questo diciottesimo anniversario della sua morte?



Quante parole mansuete e riverentissime ascolteremo ai piedi di quell’albero, facendo finta che da qualche parte l’anima gentile del giudice ci ascolti e ci assolva? Io, se fossi al posto suo (ovunque quel posto sia) sarei solo stupito e rattristato per quel tripudio di ipocrisie. A Palermo la memoria si fa maggiorenne: la verità, no.
Diciotto anni dopo scopriamo che Falcone, la moglie e i tre agenti di scorta morti a Capaci sono stati condotti al macello dallo Stato. Mi correggo, da una parte dello Stato, gente perbene, con le mani in tasca, la giacchetta blu, il sorriso pietrificato in cima alla faccia, gente che nel portafogli magari conservava anche un distintivo, un tesserino, un segno patriottico d’identità.
Gente nostra, pagata con denaro dei cittadini per occuparsi della sicurezza dei cittadini. Invece si occupavano della morte di Giovanni Falcone, in nome e per conto di chi, non ci è dato sapere.
Diciotto anni dopo sappiamo dinon sapere nulla. Ci siamo verniciati le coscienze seppellendo in una cella Salvatore Riina e i suoi accoliti, convinti che quel gesto facile, chirurgico, servisse davvero a separare il bene dal male come avviene nelle favole più miti. Abbiamo lasciato fuori tutto il resto, un mesto arsenale di menzogne, doppigiochi, tradimenti, impunità, violenze pubbliche e private: e adesso, chi glielo racconta a Falcone? Chi glielo racconta che in nome della lotta alla mafia celebreremo la sua morte minacciando di galera i giornalisti che scrivono di mafia? Bontà loro, gli statisti di questo governo c’informano che la galera non durerà due mesi ma solo un mese. E che sarà preceduta da un tintinnar di manette per chiunque, sbirro, carabiniere o cancelliere, dia una mano ai cronisti per fare il loro lavoro.
Chi se la sente di spiegare ai morti e ai vivi che prima di intercettare il telefono di un possibile mafioso dovremo chiedergli permesso tre volte col capo cosparso di cenere? Chi avrà il coraggio di riepilogare, davanti a quell’albero, i processi, le truffe, gli scandali, le indagini di cui non avremmo saputo un beneamato fico secco se questa leggina fosse già stata in vigore? E chi glielo dice a Falcone che abbiamo rivoltato la legge La Torre come un calzino e che adesso lo Stato, benevolo e tollerante, restituirà i beni faticosamente confiscati ai mafiosi ai legittimi proprietari (i mafiosi medesimi) mettendoli in vendita all’asta? Chi glielo dice che il vero problema in Italia non sono le mani che armarono altre mani per fare a pezzi lui, la moglie e la scorta ma le fiction televisive che questa storia la raccontano, magari seminando qua e là qualche alito di penombra, qualche dubbio, qualche domanda ancora sospesa? Insomma, come gliela cantiamo questa storia, domenica pomeriggio, quando ci raccoglieremoin compagnia dei nostri giulivi ministri in meditazione sotto l’albero di Falcone? In rima baciata? Ascoltando l’inno nazionale?
E dove poseremo lo sguardo quando ci toccherà spiegare a Falcone che chi trattò la resa dello Stato, chi si rifiutò di perquisire il covo di Riina, chi protesse per lunghi anni la latitanza e i delitti di messer Provenzano sta ancora al posto suo, fedele servitore di uno Stato che non è più il nostro? Ci guarderemo la punta delle scarpe sperando che quel momento passi in fretta, che quest’anniversario del diavolo voli via e si porti dietro tutte le cose non dette, le verità non pronunciate, i pensieri indicibili, gli sgorghi di vergogna.
Anzi, no. Dovremmo fare come la giornalista Maria Luisa Busi che ieri in ufficio, sulla bacheca della Rai, ha attaccato la sua lettera di rinuncia a condurre il TG1: dice, semplicemente, che in quel telegiornale e nel modo in cui è diretto lei non si riconosce più. Se avessimo le palle, sull’albero di Falcone domenica questo dovremmo appendere: le nostre parole di vergogna e di bestemmia, i lacerti di verità negata per diciotto anni, la pena per un paese che affoga nel ridicolo, che toglie la vita anche ai morti, elogia i corrotti, premia i mafiosi, tiene al governo i camorristi e intanto canta felice meno male che Silvio c’è.

Tratto da: l'Unità

sabato 22 maggio 2010

Donne, ci vuole governo. Non basta l’indignazione

di Alessandra Bocchettitutti g
Care donne, perché proprio noi dovremmo sentirci “indignate” dalle squallide perfomance sessuali vere o inventate del nostro Primo Ministro? La dignità dell’essere donna non dipende certo dalla volgarità, dal non rispetto altrui. La dignità delle donne c’è, è guadagnata sul campo, per prima cosa per essere semplicemente venute al mondo a condividere l’esperienza umana e poi per l’enorme lavoro di creazione, di mediazione, di organizzazione che è la nostra specialità, imprescindibile per l’esistenza di una società. Personalmente non credo che in questa deplorevole situazione, in cui il nostro paese si trova, rischiamo di tornare indietro. La coscienza che tante donne hanno guadagnato non si può perdere così, né si può perdere la libertà che per prima è stata guadagnata dentro di noi. Certo possiamo soffrire di più, ma anche la sofferenza può essere un’opportunità. È questa,mi sembra, la nostra situazione attuale.

Ci vogliono indignate, indignate come signore in un salotto vittoriano alla notizia che siamo parenti delle scimmie. Ma non è più quel tempo. E ben sappiamo che l’indignazione è un sentimento impolitico per eccellenza. Né indignazione, né protesta, né vittimismo quindi, ci vuole molto di più. Ci vuole governo. Ma che cosa è governare? Governare è far sì che la società registri la presenza di soggetti nuovi. Ogni classe sociale che si è affacciata alla storia ha governato, cambiando l’assetto della società, facendo registrare nuovi bisogni, dando nuove idee, modificando priorità. Ricordiamoci che noi non siamo una classe sociale, siamo molto di più. E abbiamo già governato. Questo sì che non ce lo dobbiamo dimenticare. Abbiamo governato quando abbiamo fatto passare la legge sull’aborto, lì il nostro paese per la prima volta è stato costretto a registrare la nostra presenza, le nostre priorità, la nostra visione del mondo. Che non era certo una visione di morte,come tanti vorrebbero farla passare, ma una visione di amore profondo per la vita, di tante donne che sarebbero scampate alla morte e di bambini che sarebbero nati desiderati e in condizioni di vita decorose. Abbiamo avuto la forza di imporre la nostra visione. Vedete quanto è ancora attaccata questa legge, attaccata con astio, con risentimento, perché è stata una legge voluta profondamente dalla maggioranza delle donne, che conoscono le umane cose, come mai gli uomini conosceranno. Sì, c’è un abisso tra donne e uomini, un abisso fatto di natura, di storia, di sofferenza. E questa sofferenza che tanta paura mi faceva quando ero una giovane donna, adesso io la rivendico con tutto l’amore e la pietà di cui sono capace.

C’è chi dice che questo è tempo di amicizia tra donne e uomini, sono proprio d’accordo. L’amicizia è un sentimento che pone condizioni, non si da mai per niente. Che venga il tempo dell’amicizia, perché il tempo dell’amore non ha dato i frutti sperati. Non ci vuole indignazione, ci vuole governo. Non illudiamoci che ci sia qualcuno a cui delegare la nostra parte. La “sinistra” – si potrà ancora dire questa parola?- è stata una grande delusione, la destra fa il suo mestiere. Ma in verità questo è un paese che ormai non ha né destra né sinistra. E noi non abbiamo alleati “naturali”, facciamocene una ragione, abbiamo sì amici, un po’ qua e un po’ là. E con questi amici ci dovremo arrangiare. La Chiesa poi non ha mai amato le donne. Quali sono state per noi le mancate occasione di governo? Certamente la legge sulla maternità assistita che ha avuto la pretesa di ridurre il nostro corpo a contenitore, a “disprezzato” contenitore, perché chi propone l’impianto di un embrione forse malformato è uno che disprezza il corpo di una donna. La libertà di coscienza che la “sinistra”ha lasciato ai suoi parlamentari per votare questa legge, ancora mi offende e purtroppo la dice lunga sul suo futuro impossibile. Tante occasioni di governo abbiamo mancato. L’ultima: quella buffonata del testamento biologico che abbiamo sul tappeto in questo momento.

E poi? E poi c’è il paese, che riguarda anche noi, non ce lo dimentichiamo, perché noi ci siamo, ci viviamo, ci lavoriamo, ci paghiamo le tasse. E poco ci importa quello che fa Berlusconi nelle sue cenette, se dobbiamo comperare la carta igienica per la scuola dei nostri bambini, se gli asili nido sono carissimi, se le banche sono in stretta creditizia, se la ricerca non viene finanziata, se le maestre e gli insegnanti sono sull’orlo della povertà, se la televisione fa schifo, se esiste una corruzione capillare, se governa un sistema “di amici” e non di meriti, se c’è una politica che governa perfino le assunzioni a chi spazza le strade, se l’università fa scappare i più bravi, se gli omosessuali vengono picchiati per la strada, se l’informazione viene addomesticata, se “chi se ne frega del paesaggio”… e poi le ronde, chi se lo sarebbe immaginato! e i dialetti… e gli inni… potrei continuare. Sì, non indignazione, serve governo, care compagne mie. Contiamoci per contare, ma per contare veramente, senza andare dietro a nessuno, per dettare le nostre condizioni. Incontriamoci per fare un programma per una vita migliore. Possiamo farlo, perché, sembra un paradosso, ma questo è proprio il nostro tempo.

02 settembre 2009

venerdì 21 maggio 2010

Ci vuole tutti zitti

Antonio Padellaro

21 maggio 2010

Il Senato mobilitato anche di notte: B. e la destra hanno fretta. Fino a 464.000 euro di multa per gli editori che pubblicano intercettazioni. Carcere per i giornalisti

Molti di noi hanno cominciato a fare i giornalisti spinti da un’ideale giovanile. Dicevamo a noi stessi: troverò le notizie che gli altri non hanno, racconterò le verità che gli altri non raccontano e, se ne vale la pena, rischierò pure la pelle. Come tutti gli ideali coltivati a vent’anni non sempre sono durati abbastanza e qualche volta la vita con le sue necessità materiali ha reso più astratto il nostro sogno di perfezione. Non è stato così per Fabio Polenghi il fotoreporter italiano caduto a Bangkok. Lui, come centinaia di altri giornalisti uccisi in prima linea, mentre cercavano di cogliere quella immagine o raccontare quella scena che nessun altro avrebbe pubblicato.

L’infamia di una legge sulle intercettazioni voluta da un tirannello borioso per nascondere certe sue vergogne e votata da parlamentari che si nascondono come ladri nella notte, consiste certamente nella violazione del diritto dei cittadini di sapere e del dovere dei giornali di informare, come ha detto Ezio Mauro nell’intervista a Silvia Truzzi. Ma c’è qualcosa che è forse peggio della soppressione di una libertà ed è la spinta alla rassegnazione, all’accettazione supina di un arbitrio. Negli anni abbiamo imparato a conoscere il personale di cui si serve il premier per le sue malefatte. Si tratta di gente che in cambio di denaro e poltrone si è venduta dignità e reputazione. Sono gli eunuchi del sultano, manutengoli sazi e appagati ma con il cruccio che non tutti siano ridotti come loro. Per esempio. Ci sono dei giornalisti che vogliono raccontare le risate degli sciacalli del terremoto o come un senatore si è venduto ai boss o l’affaire di un ministro a cui comprarono la casa sul Colosseo? Spezziamogli la penna, mettiamogli paura finché si convincano che l’unica informazione possibile in questo Paese è quella autorizzata dall’alto.

Naturalmente, è una violenza che non può essere accettata. Naturalmente, se la legge infame passerà, assieme ai tanti giornalisti liberi che ancora ci sono, noi del “Fatto” ricorreremo a tutte le forme possibili di disobbedienza civile. Lo diciamo ai nostri lettori ed è bene che lo sappiano gli eunuchi di Palazzo: non gli daremo tregua. Se per una fotografia c’è chi si fa ammazzare, per una notizia si può anche rischiare un po’ di galera.

giovedì 20 maggio 2010

La Cricca e quelle coincidenza sospetta sulle date

20 maggio 2010
Giorgio Frasca Polara

Un altro aspetto, meno noto ma ugualmente grave, dello scandalo della cricca che faceva capo al costruttore Diego Anemone, appena scarcerato ma sempre in libertà vigilata, e al direttore generale dei Lavori pubblici Angelo Balducci, che invece resta ancora in carcere, attende da due anni esatti un chiarimento da parte del presidente del Consiglio in persona, Silvio Berlusconi. In pratica: sarebbe opportuno sapere se, come e quando il gruppo Anemone (consociate e subappaltatori compresi) era in possesso del Nosc, il famoso nulla osta sicurezza complessiva, senza il quale non si possono gestire appalti pubblici in edifici destinati a compiti istituzionali o comunque protetti dal segreto o da apparati appunto di sicurezza.

Già il 27 maggio 2008 il deputato del Pd Antonio Rugghia aveva sollevato la questione in una interrogazione bellamente ignorata dal Cavaliere. Ora Rugghia torna alla carica con un’altra interrogazione, questa volta molto documentata: date, luoghi d’intervento, cifre degli appalti. Dodici esattamente, almeno quelli a conoscenza del deputato democratico che sottolinea come l’inosservanza delle disposizioni (emanate dalla stessa presidenza del Consiglio e la cui esecuzione è affidata agli organi di intelligence) possa comportare danni all’economia, alla difesa e alla sicurezza dello Stato oltre che al patrimonio di tecnologie destinate a garantire l’inviolabilità. E veniamo agli appalti affidati ad Anemone tra il 2002 e il 2009.

- ristrutturazione degli ambienti destinati alla Sala Situazioni, all’area di crisi, agli uffici e all’archivio del ministero dell’Interno; valore dell’appalto: 2 milioni e 494mila euro; 19 settembre 2002;

- adeguamento dei locali sala stampa, sala conferenze e locali limitrofi di Palazzo Chigi, committente la presidenza del Consiglio; valore: 3 milioni e 102mila euro; 13 novembre 2002;

- sistemazione, ristrutturazione, riqualificazione della sala conferenze della palazzina Trevi e della palazzina della direzione dell’Istituto superiore della polizia; valore 999mila euro; 13 novembre 2002;

- ristrutturazione, adeguamento funzionale e finitura dell’edificio demaniale di Villa Madama in uso al cerimoniale diplomatico della presidenza del Consiglio; valore 776mila euro; 22 novembre 2002;

- risanamento igienico ed eliminazione infiltrazioni d’acqua del commissariato di Ps di Santo Stefano del Cacco a Roma, committente il ministero dell’Interno; valore 1 milione e 820mila euro; 30 dicembre 2002;

- riqualificazione scala e corridoi della palazzina dell’Unità di crisi della caserma dei carabinieri Palidoro a Tor di Quinto, Roma; valore 1 milione e 627mila euro; 5 febbraio 2003;

- realizzazione di un ambiente adibito a sala gestione Grandi crisi del ministero dell’Interno; valore 274mila euro; 16 novembre 2003;

- ristrutturazione, adeguamento funzionale e impianti integrati di sicurezza della caserma Zignani, sede del Sisde a Roma; valore circa 8 milioni e mezzo; 28 luglio 2004;

- integrazione degli impianti di sicurezza ancora caserma Zignani; valore 3 milioni e 221mila euro; 27 dicembre 2004;

- realizzazione del nuovo istituto penitenziario di Sassari; valore 43 milioni e 824mila euro; 17 maggio 2006;

- riqualificazione della palazzina di piazza Galeno in Roma in uso al Comando generale della Guardia di finanza; valore 818mila euro; 11 gennaio 2008;

- costruzione del padiglione per i detenuti al 41-bis del carcere di Sassari; valore 14 milioni e 279mila euro; 25 novembre 2009.

E per finire, vi siete per caso chiesti perché sono citate sempre anche le date della concessione degli appalti? Quelle date corrispondono sempre (tranne in un caso: era in corso lo scambio delle consegne con Prodi) alla vigenza di un governo – il secondo, e poi il terzo, e poi quello in carica – presieduto da Silvio Berlusconi; e, particolare non meno significativo, ben spesso lavori appaltati dal ministero dell’Interno sono stati assegnati quando al Viminale c’era Claudio Scajola. Già, quello che acquistò la casa vista Colosseo con ottanta assegni staccati proprio da Anemone…

Crisi e problemi della Giustizia: quali riforme?

18 maggio 2010
Maurizio Flick

Palazzo Ducale Genova

Lo scorso 26 aprile, presso la Sala del Munizioniere del Palazzo Ducale, il circolo genovese di LeG ha organizzato un incontro sulla crisi della giustizia e le possibili riforme in grado di arginare i problemi che troppo spesso toccano questo settore.
I relatori, Claudio Viazzi presidente del Tribunale di Genova e Guido Alpa presidente del Consiglio Nazionale Forense, sono stati intervistati dal professor Vincenzo Roppo.
Dall’incontro è emerso come il capitolo delle riforme della giustizia italiana sia da sempre tra i più nevralgici e affatto “neutrali” per la vita dei cittadini: la giustizia attinge le esigenze, anche più spicciole, dei consociati. La giustizia è e deve essere considerata a un tempo un “servizio” pubblico offerto alla collettività, cui corrisponde una “domanda di giustizia” e una domanda di servizi il più possibile rapidi e di qualità, e “funzione fondamentale dello Stato”, cioè uno dei poteri statuali che concorre a delineare l’architettura politico-costituzionale di un sistema.
E’ a partire da questa bipartizione che i relatori hanno ragionato delle possibili riforme della giustizia italiana, intesa sia nel suo aspetto più organizzativo (servizio ai cittadini), sia nella sua dimensione più costituzionalistica (funzione primaria dello Stato nei suoi rapporti con gli altri poteri appartenenti al modello costituzionale interno).

La irragionevole durata dei processi

Nel primo senso, uno dei problemi (rectius, patologie) più drammatici della giustizia italiana affrontati è stata la famigerata “irragionevole durata dei processi”, soprattutto civili (un discorso a parte andrebbe fatto per le cause penali, in cui la durata interminabile dei processi è anche il portato delle numerose garanzie offerte all’imputato).
Esso costituisce il “tallone d’Achille” del sistema, che alimenta un circolo vizioso, in cui gli unici a “festeggiare” sono i milioni di debitori che si sottraggono sistematicamente ai pagamenti e alle proprie responsabilità, sfruttando appunto la lentezza estenuante delle cause civili.
I relatori hanno fornito un quadro desolante della “salute” giudiziaria italiana, per mezzo di dati statistici molto autorevoli, quali i Rapporti 2004-2008 della Banca Mondiale Investimenti, in cui si sconsiglia caldamente di investire nei nostri mercati per il deficit di certezza del tempo del processo e quindi di certezza del diritto oppure gli ultimi reports della Banca d’Italia.

Le disfunzioni

Sono state evidenziate molteplici cause e concause di questo fenomeno capillare e preoccupante. Vi sono fattori positivi, come:
- la moltiplicazione dei diritti delle persone, che si traduce, com’è ovvio, in una moltiplicazione delle domande di giustizia;
- l’aumento del reddito medio della popolazione italiana, che è sinonimo di “più danaro per litigare” e maggiore disponibilità a percorrere tutti i gradi di giudizio su liti anche minori.
Vi sono però anche fattori che sono sintomatici di problemi e criticità, ne sono esempio:
- le disfunzioni nella Pubblica Amministrazione in generale, che innescano un meccanismo di proliferazione delle doglianze dei privati nelle aule giudiziarie (come avviene, ad esempio, in materia previdenziale);
- l’ipertrofia normativa, è assurdo pensare che neppure la Presidenza del Consiglio dei Ministri sappia censire quante siano le leggi vigenti;
- la disorganizzazione cronica delle circoscrizioni e degli uffici giudiziari. Si pensi ai Tribunali dei centri minori, che, se non funzionano, creano le c.d. “diseconomie di scala da mancanza di specializzazione”, in genere durano molto di più le cause presso i Tribunali in cui i giudici si devono occupare di tutte le tipologie di controversie, in quanto più difficilmente acquisiscono le tecniche e le regole proprie di ciascun settore specialistico. D’altra parte la soluzione, in punto di riforma delle circoscrizioni giudiziarie, non è scontata e non sempre è preferibile la soluzione dell’ “accorpamento” rispetto a quella del “decentramento”. Di certo è molto desolante il fatto, puntualmente documentato da reportage di giornalismo d’inchiesta, che in Italia sia molto facile introdursi abusivamente in cancellerie di uffici giudiziari e asportare interi fascicoli senza subire il minimo controllo;
- il mancato completamento dell’organico dei magistrati e la mancanza di chiarezza sulle funzioni e status dei GOT;
- le derive prodotte dalla pur meritevole (negli intenti) Legge Pinto, per il fatto che produce un meccanismo di distrazione di risorse statali che finiscono al privato anziché essere reimpiegate per finanziare il comparto giustizia e, non secondario, il fatto che spesso finisce per indennizzare soggetti affatto meritevoli di tutela, persino delinquenti. Per non parlare del paradosso per cui le cause trattate ex Legge Pinto in Corte d’Appello giungono alla precisazione delle conclusioni anche a distanza di 4 anni, che è già una durata “irragionevole”;
- le molte voci critiche sui tre gradi di giudizio, che peraltro non ricevono copertura costituzionale, ferma restando la garanzia del ricorso di legittimità per Cassazione (art. 111.7 Cost.);
-gli appesantimenti processuali e i non secondari profili di illegittimità costituzionale intorno all’istituto dell’appello del pubblico ministero avverso le sentenze di assoluzione in primo grado (su cui però è stata tranciante la Corte Costituzionale, ma forse il tema meritava una più approfondita riflessione, inquinata dalla circostanza che si trattasse della critica ad una legge ad personam);
- il numero esagerato di avvocati iscritti all’Albo. Questa è da molti (anche dalla Banca d’Italia in un recente rapporto sulla situazione giudiziaria italiana) ritenuta una delle cause della lentezza dei processi, ma la classe forense da sempre si oppone a questa equazione, soprattutto considerato che il Codice Deontologico forense è chiaro nel reprimere condotte abusive del processo, in linea con le più recenti pronunce della Cassazione (si veda su tutte, Sezioni Unite n. 23726 del 2007, sul frazionamento giudiziale di un credito unitario). Autorevoli esponenti del Consiglio Nazionale Forense all’uopo sottolineano la sempre maggior diffidenza, quasi ostilità, del legislatore nei confronti degli avvocati: basti pensare a consistenti settori in cui è stata prevista la facoltatività del ministero del difensore, quali le azioni di classe, la mediazione giudiziale e gli arbitrati della P.A., nonostante siano settori che incidono molto sui diritti dei singoli.

I rimedi

Si è poi discusso sui possibili rimedi de iure condendo a questa situazione patologica che ormai dura da decenni. I rimedi suggeriti al legislatore politico sono chiaramente speculari alle supposte cause del problema: si insiste su maggiori finanziamenti al Ministero della Giustizia (perché, senza budget, è inutile parlare di efficienza della macchina della giustizia); su un completamento dell’organico dei magistrati anche non togati; sulla riorganizzazione dei circondari; su un’ampia riforma della Legge Pinto e della stessa professione forense (perché è noto come i giudici si affidino molto alle argomentazioni degli avvocati nel formare le proprie decisioni); su ritocchi più penetranti alla riforma del processo civile italiano, poiché non bastano i nuovi termini di prescrizione e le preclusioni processuali (imputabili alla riforma c.p.c. del 2009), né può essere sufficiente l’intervento sul processo sommario di cognizione oppure sulle ADR.
Forse, in definitiva, come dicono molti autorevoli studiosi, la vera parola chiave dovrebbe essere “finanziare” e non “riformare”.

Giustizia intesa come funzione fondamentale dello Stato

Dopo aver discusso di Giustizia come servizio all’utenza dei cittadini, si è poi passati alla Giustizia intesa come funzione fondamentale dello Stato, molte sono state le riforme pensate ai vertici politici e su cui si discute a più riprese: il processo breve e il legittimo impedimento a presenziare alle udienze; la riforma radicale delle intercettazioni telefoniche nei processi penali e delle pubblicazioni sui giornali delle conversazioni captate; la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti con correlativa suddivisione entro il CSM; la revisione del principio di obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale; la riforma dell’azione disciplinare dei magistrati; i limiti all’elettorato passivo delle toghe.
Si assiste in generale ad una critica sistematica dell’operato dei magistrati e ad uno scontro sempre più acceso tra potere politico e potere giudiziario. Quasi si mette in discussione lo stesso modello costituzionale dei rapporti tra poteri, ovvero il modello in cui viene affermata: la garanzia del bilanciamento-controllo reciproco tra i poteri; un controllo sulle leggi da parte della Corte Costituzionale; la pluralità-diversificazione-parità delle legittimazioni dei tre poteri (quella della magistratura, non appieno valorizzata e rispettata, è quella del pubblico concorso) e un’idea forte e non meramente applicativa del giudice.
Sembra talvolta si voglia ritornare (tanto a destra quanto a sinistra) ad un modello “giacobino” alla Rousseau, in cui è sancita la supremazia del Parlamento sugli altri poteri in quanto espressione dell’unica legittimazione riconosciuta cioè il voto popolare, e in cui non c’è alcun sindacato sull’operato del legislatore politico e il giudice deve rimanere nei ranghi, come mero “bouche de la loi”.
Parafrasando le parole di Luciano Violante, vero è che nessun potere è disposto a riconoscere i mezzi ad altro potere se non sono chiari a monte i presupposti e i confini dell’attività di detto potere.

Annozero, ultimo fotogramma

Marco Travaglio

20 maggio 2010

"Non si sarebbe mai giunti a questo epilogo se i partiti e le tv al seguito rispettassero la libertà di informazione, cioè la Costituzione"

Sarà perché Santoro è un malato di cinema, ma il suo destino è che di lui si prenda sempre l’ultimo fotogramma, dimenticando il resto del film. Tutti ricordano che nel ’96 passò a Mediaset e nessuno ricorda che la Rai dell’Ulivo l’aveva messo alla porta e in Italia un giornalista televisivo o lavora alla Rai, o lavora a Mediaset, o non lavora. Tutti ricordano che nel 2005 si candidò in Europa e nessuno ricorda che da tre anni, dall’editto bulgaro, non lavorava, anzi peggio: era pagato per non lavorare. Ora tutti si concentrano sull’accordo per uscire dalla Rai e nessuno ricorda le quattro stagioni di Annozero: non tanto gli attacchi politici da destra, centro e sinistra (sono medaglie), quanto la guerriglia quotidiana ben oltre i limiti del mobbing che l’azienda ha mosso contro il programma giornalistico più visto, meno costoso e più redditizio dell’intera televisione italiana. Io non so, nel dettaglio, cosa preveda l’accordo, se non che Michele, pensionando nel 2016, sarà liquidato con tre annualità del suo stipendio di direttore (un terzo di quello di Vespa) e non avrà vincoli di esclusiva.

Né so che altro intenda fare in futuro, oltre alle docufiction. Non conosco, insomma, l’ultimo fotogramma. Ma conosco fin troppo bene quelli precedenti. So che in autunno la Rai, ligia agli ordini superiori, cercava pretesti per non far partire Annozero. So che, presentando Annozero in conferenza stampa, il direttore di RaiDue disse che, fosse dipeso da lui, Santoro non sarebbe mai andato in onda (così gli ascolti della sua rete sarebbero scesi sottozero). So che per tutto l’anno, vedi intercettazioni di Trani, Berlusconi e i suoi manutengoli in Rai, Agcom, Vigilanza e persino Csm han trafficato per chiudere Annozero. So che ad aprile la Rai ha fatto ricorso in Cassazione contro la sentenza che impone la messa in onda di Annozero, costringendo Santoro ad altri tre anni (in aggiunta ai sette passati) di battaglia legale contro l’azienda per cui lavora. So che la famosa opposizione se n’è beatamente infischiata.

Anzi ha subito votato con la maggioranza a favore dell’uscita di Santoro, salvo poi polemizzare perché – horribile dictu – se ne andrà con la liquidazione anziché regalarla alla Rai che l’ha trattato così bene. So che nessuno può lavorare per un’azienda che non lo vuole. E non solo non gli dice mai grazie, ma lo prende pure a calci in culo. Santoro l’ha fatto per quattro anni, più per tigna politica che per motivi professionali, consumandosi una bella fetta di fegato e di sistema nervoso, mobbizzato ogni giorno a colpi di telefonate, minacce, proiettili, pressioni, avvertimenti, multe, ammonimenti, sabotaggi, bastoni fra le ruote, fango a mezzo stampa e tv (persino su RaiDue). E la par condicio e il contraddittorio e il giustizialismo e l’equilibrio e il contratto di Travaglio e le vignette di Vauro e i baffi di Ruotolo. Un trattamento che non auguro al mio peggior nemico, figurarsi a uno dei miei migliori amici.

A un certo punto, la pentola a pressione doveva esplodere, l’animale in gabbia doveva uscire dalla gabbia. Certo, è una sconfitta per la Televisione, per la Rai e per la politica retrostante, anche se gli sconfitti sono ben felici di esserlo. È bene ricordare, riavvolgendo a ritroso tutto il film di Annozero, fotogramma per fotogramma, che non si sarebbe mai giunti a questo epilogo se i partiti e le tv al seguito rispettassero la libertà d’informazione, cioè la Costituzione. Ma una sera di marzo, al Paladozza di Bologna, abbiamo scoperto che c’è vita oltre la Rai. C’è vita oltre la Televisione. C’è vita oltre i partiti. Oggi il popolo del Paladozza si sente smarrito, forse addirittura tradito, a causa di un difetto di comunicazione (Santoro deve tacere fino alla firma) e della disinformatija di regime che, come già con Biagi, lo presenta come un uomo avido che insegue il denaro (ignorando che in Italia, leccando e strisciando, si guadagna molto meglio). Ma Michele pensionato sulla panchina dei giardinetti non ce lo vedo proprio. Il popolo del Paladozza quello no, non può uscire sconfitto.

Annozero, ultimo fotogramma

Marco Travaglio

20 maggio 2010

"Non si sarebbe mai giunti a questo epilogo se i partiti e le tv al seguito rispettassero la libertà di informazione, cioè la Costituzione"

Sarà perché Santoro è un malato di cinema, ma il suo destino è che di lui si prenda sempre l’ultimo fotogramma, dimenticando il resto del film. Tutti ricordano che nel ’96 passò a Mediaset e nessuno ricorda che la Rai dell’Ulivo l’aveva messo alla porta e in Italia un giornalista televisivo o lavora alla Rai, o lavora a Mediaset, o non lavora. Tutti ricordano che nel 2005 si candidò in Europa e nessuno ricorda che da tre anni, dall’editto bulgaro, non lavorava, anzi peggio: era pagato per non lavorare. Ora tutti si concentrano sull’accordo per uscire dalla Rai e nessuno ricorda le quattro stagioni di Annozero: non tanto gli attacchi politici da destra, centro e sinistra (sono medaglie), quanto la guerriglia quotidiana ben oltre i limiti del mobbing che l’azienda ha mosso contro il programma giornalistico più visto, meno costoso e più redditizio dell’intera televisione italiana. Io non so, nel dettaglio, cosa preveda l’accordo, se non che Michele, pensionando nel 2016, sarà liquidato con tre annualità del suo stipendio di direttore (un terzo di quello di Vespa) e non avrà vincoli di esclusiva.

Né so che altro intenda fare in futuro, oltre alle docufiction. Non conosco, insomma, l’ultimo fotogramma. Ma conosco fin troppo bene quelli precedenti. So che in autunno la Rai, ligia agli ordini superiori, cercava pretesti per non far partire Annozero. So che, presentando Annozero in conferenza stampa, il direttore di RaiDue disse che, fosse dipeso da lui, Santoro non sarebbe mai andato in onda (così gli ascolti della sua rete sarebbero scesi sottozero). So che per tutto l’anno, vedi intercettazioni di Trani, Berlusconi e i suoi manutengoli in Rai, Agcom, Vigilanza e persino Csm han trafficato per chiudere Annozero. So che ad aprile la Rai ha fatto ricorso in Cassazione contro la sentenza che impone la messa in onda di Annozero, costringendo Santoro ad altri tre anni (in aggiunta ai sette passati) di battaglia legale contro l’azienda per cui lavora. So che la famosa opposizione se n’è beatamente infischiata.

Anzi ha subito votato con la maggioranza a favore dell’uscita di Santoro, salvo poi polemizzare perché – horribile dictu – se ne andrà con la liquidazione anziché regalarla alla Rai che l’ha trattato così bene. So che nessuno può lavorare per un’azienda che non lo vuole. E non solo non gli dice mai grazie, ma lo prende pure a calci in culo. Santoro l’ha fatto per quattro anni, più per tigna politica che per motivi professionali, consumandosi una bella fetta di fegato e di sistema nervoso, mobbizzato ogni giorno a colpi di telefonate, minacce, proiettili, pressioni, avvertimenti, multe, ammonimenti, sabotaggi, bastoni fra le ruote, fango a mezzo stampa e tv (persino su RaiDue). E la par condicio e il contraddittorio e il giustizialismo e l’equilibrio e il contratto di Travaglio e le vignette di Vauro e i baffi di Ruotolo. Un trattamento che non auguro al mio peggior nemico, figurarsi a uno dei miei migliori amici.

A un certo punto, la pentola a pressione doveva esplodere, l’animale in gabbia doveva uscire dalla gabbia. Certo, è una sconfitta per la Televisione, per la Rai e per la politica retrostante, anche se gli sconfitti sono ben felici di esserlo. È bene ricordare, riavvolgendo a ritroso tutto il film di Annozero, fotogramma per fotogramma, che non si sarebbe mai giunti a questo epilogo se i partiti e le tv al seguito rispettassero la libertà d’informazione, cioè la Costituzione. Ma una sera di marzo, al Paladozza di Bologna, abbiamo scoperto che c’è vita oltre la Rai. C’è vita oltre la Televisione. C’è vita oltre i partiti. Oggi il popolo del Paladozza si sente smarrito, forse addirittura tradito, a causa di un difetto di comunicazione (Santoro deve tacere fino alla firma) e della disinformatija di regime che, come già con Biagi, lo presenta come un uomo avido che insegue il denaro (ignorando che in Italia, leccando e strisciando, si guadagna molto meglio). Ma Michele pensionato sulla panchina dei giardinetti non ce lo vedo proprio. Il popolo del Paladozza quello no, non può uscire sconfitto.

martedì 18 maggio 2010

Presidente Napolitano perché non mi ha risposto?'

'18 maggio 2010

di Luigi De Magistris

In "Assalto al pm" per la prima volta De Magistris racconta le sue indagini e la sua cacciata. Dagli sgambetti dei superiori, a come sono nate le inchieste, da quelle meno note (“Shock”, “Artemide”, “Splendor”) fino alle più conosciute “Why not”, “Poseidone” e “Toghe lucane”.

La decisione di lasciarmi il lavoro di magistrato alle spalle l’ho presa nel momento stesso in cui ho deciso di candidarmi al Parlamento europeo e, quindi, di iniziare la mia esperienza politica. Il passo formale, poi, l’ho dovuto maturare anche nelle sue modalità. L’ho fatto con una lettera che ho scritto, il 28 settembre 2009, al presidente della Repubblica, rispettosa nei modi, ma dura nella sostanza. Era un testo articolato, pubblicato sulla prima pagina de il Fatto Quotidiano, un giornale che ospita quelle che ritengo tra le migliori firme del giornalismo italiano. Il presidente Napolitano non mi ha risposto, né pubblicamente né privatamente. Poteva criticarmi, contestarmi, poteva farmi scrivere da qualche suo assistente. Nulla di nulla. Il silenzio non si addice a un presidente della Repubblica che viene chiamato in causa in una vicenda così delicata. Questo silenzio può voler dire varie cose: che lui si è reso conto di aver sbagliato e ha preferito non intervenire; o magari è stato solo un segno di indifferenza nei confronti di una persona che però, in fin dei conti, ha rappresentato le istituzioni per tanti anni, ha lavorato su cose delicate, ha raccolto mezzo milione di voti.

Non è stato rispettoso, anche solo nei confronti dei sentimenti di un uomo che ha dedicato la propria vita alla professione. Il presidente della Repubblica è il presidente di tutti. Siccome mi consta che la Presidenza della Repubblica in genere alle lettere risponde ritengo non corretto, sul piano umano prima ancora che istituzionale, il silenzio del capo dello Stato. Comunque con questa lettera si è chiusa formalmente una parte della mia vita, credo la più importante. L’ho scritta, come al solito, di getto. Di notte, in un’ora circa. Era, però, maturata con il tempo nel cuore e nella mente. Avevo cominciato a pensarci d’estate. Avevo già deciso di dimettermi, ma è stato ad agosto che ho deciso come farlo. Ho pensato di scrivere a Napolitano, ma non una lettera riservata, perché volevo che il paese sapesse. Non si trattava di fatti privati ma della storia di un pezzo di magistratura ostacolata da settori significativi delle istituzioni e di un capo dello Stato che non ha fatto nulla per impedirlo.

Sono contento che il Fatto abbia dato spazio e dignità alla missiva, così come hanno fatto altri mezzi di comunicazione, la rete in primo luogo. Altri l’hanno ignorata del tutto. Penso al Corriere della Sera, che in diversi articoli ha detto che non mi dimettevo dalla magistratura senza poi scrivere una riga quando è stata resa pubblica la notizia delle mie dimissioni. Oggi mi sembra impossibile l’enormità di tutto quello che è accaduto. Penso ai miei figli e mi chiedo se dopo aver tanto sofferto riusciranno, un giorno, a comprendere tutto quello che è successo. Penso ai miei cari, alle persone che mi vogliono bene e che mi amano. Penso alle sofferenze che ho causato loro. È importante conservare la memoria di quello che è accaduto. Nelle sedi giudiziarie non si potrà più ricostruire, lo dico con amarezza ma con convinzione. Al massimo si potranno restituire segmenti di verità, ma questa storia invece ha bisogno di una lettura sistematica e completa. Ci sarà un momento in cui molti mi chiederanno conto. I miei figli già lo hanno fatto.

Nel settembre 2008 quando, dopo il trasferimento da Catanzaro, dovevo iniziare a lavorare a Napoli, Andrea, il più grande, che allora aveva otto anni, mi chiese: «Papà, ma perché devi andare a lavorare in un’altra città?». Ho dovuto spiegargli che «Papà è stato mandato in un’altra città perché ha fatto il proprio dovere di magistrato». E lui ha detto: «Ma com’è possibile, se uno fa il proprio dovere perché viene mandato via?» (...)Non so dire quale danno una vicenda come questa ha provocato ai miei bambini. Certamente incide il fatto di non vedere il padre ritornare a casa la sera, un mutamento repentino e radicale della quotidianità.

Ho visto i miei figli cambiare dopo questi accadimenti. Certo, recuperano, si assestano, non so dire, però, che tipo di effetto avrà tutto questo sulla loro crescita. Ora sto parlando dei miei, ma lo stesso discorso vale per i figli di Caterina Merante, di Piero Sagona, di Gioacchino Genchi, di Gabriella Nuzzi, di Dionigio Verasani e di tutte le persone che si sono ritrovate, più o meno consapevolmente, coinvolte in fatti sicuramente più grandi di noi. È una vicenda in cui si è fatta prevalere una sorta di perversa «ragion di Stato», non solo rispetto a certi servitori dello stesso Stato, ma anche rispetto alla dignità e alla vita di tantissime persone innocenti. Non c’è poi tanta differenza tra la violenza fisica e quella morale. Nel secondo caso non si toglie la vita a nessuno ma la si condiziona enormemente, producendo una grande sofferenza i cui effetti sono permanenti.

Anzi, continuo a credere che, nei confronti della collettività, la violenza morale ha effetti molto più devastanti di quella fisica. Quest’ultima fa innalzare barriere morali e civili che la prima non produce. Una vicenda lunga e pesante come quella che ho vissuto mette a dura prova anche il rapporto di coppia. Il legame con la propria moglie. La forza invasiva che ha avuto ogni singolo triste episodio, fino all’epilogo finale. La definitività delle conseguenze, una vita familiare sconvolta dai cambiamenti radicali che abbiamo dovuto subire. Gli affetti sono stati messi a dura prova. Al potere questo non interessa, chi produce sofferenze spesso gode di questo. In tutti questi anni avrei voluto che mio padre fosse stato accanto a me anche fisicamente. Penso che avrebbe approvato tutto quello che ho fatto. Avrebbe sofferto moltissimo per le dimissioni dalla magistratura, ma alla fine, credo, avrebbe capito.

Da il Fatto Quotidiano del 18 maggio

sabato 1 maggio 2010

A schiena dritta

Antonio Padellaro

1 maggio 2010
"Era semplicemente una persona che aveva deciso di non scendere a compromessi ed è morto per questo", racconta Salvatore Settis al nostro Calapà nella bella intervista sul 1° Maggio a Rosarno. Rosarnese, il direttore della Scuola Normale di Pisa parla di un calabrese come lui, Peppino Valarioti, intellettuale e dirigente del Pci localeassassinato dalla ‘ndrangheta nel 1980. Scriviamo nel giorno in cui si ricorda un altro meridionale che non scese a patti: Pio La Torre, ucciso dalla mafia a Palermo il 30 aprile 1982 assieme al suo autista Rosario Di Salvo. Ci piacerebbe che questo 1° Maggio fosse celebrato nel nome degli uomini e delle donne con la schiena dritta. Di quelli morti. E di quelli vivi. Non gli eroi, ma le persone normali.

Quelle che ogni mattina affrontano l’esistenza, accompagnano i bambini a scuola, si recano al lavoro. Ma se non ne hanno uno, la schiena devono averla ancora più robusta. Perché non è facile sentirsi esclusi, improduttivi, inutili. Macerarsi nel pensiero di un fallimento personale. Spiegare perché alla propria donna, ai figli. Piano piano ti ammazzano le necessità della vita materiale. Ma più di tutto, peggio di tutto l’idea di un mondo che gira al contrario. Che premia i furbi e gabba gli onesti. Il rimbombo di parole altisonanti (regole, ideali, valori), di alti messaggi, di celebrazioni e ricorrenze diventa insopportabile.

Che te ne fai se poi per essere ascoltato un attimo devi finire sopra a un tetto, in cima a una gru o in fondo a un’isola battuta dal vento? Per senso del decoro non diremo che se ne fanno i 370 mila nuovi disoccupati della soddisfazione del ministro dell’Economia per come l’Italia "sta uscendo dalla crisi". Infine, la somma ingiuria delle frasi ridicole. Di quel ministro, per esempio, che per giustificare l’acquisto di un lussuoso appartamento in parte in nero, in parte con una girandola di assegni di un benefattore balbetta cose come "non mi farò intimidire", non spiega nulla e riceve la naturale solidarietà del suo degno presidente che lo invita a restare (ci mancherebbe) al suo posto. Vadano a dirlo a chi si svena per l’affitto o viene strangolato dal mutuo. Sarà il 1° Maggio della schiena dritta. E dei pugni stretti di rabbia.

Da il Fatto Quotidiano dell'1 maggio

Elogio di Bersani

Marco Travaglio

1 maggio 2010
Giovedì, ad Annozero, sono accadute cose che sarebbero normali in un Paese normale, ma in Italia rasentano lo stupefacente. Pier Luigi Bersani – diversamente dal suo mèntore baffuto e dal cavalier Berlusconi – ha accettato di misurarsi senza rete di protezione con cinque giornalisti di vari orientamenti che gli rivolgevano domande e gli muovevano contestazioni anche aspre. Ha fatto buon viso, ha sorriso, s’è infervorato, s’è incazzato, ha risposto per le rime, a tratti è parso addirittura a un passo dal commuoversi. Insomma, a contatto con alcuni esseri viventi, ha ripreso vita proprio quando lo stavamo perdendo. Lo stato pre-comatoso di partenza non è colpa sua: provate voi a frequentare tutti i santi giorni luoghi sepolcrali come quelli del Pd, antri spettrali popolati di salme e anime morte, ossari e fossili, in cui si aggirano raminghi i D’Alema, i Veltroni, i Fioroni, i Fassino, i Marini, i Follini, i Violante, i Letta (junior), facendosi largo fra residui del cilicio della Binetti e della cicoria di Rutelli e altri giurassici relitti del passato che non passa.

Scene e ambienti che intristirebbero un battaglione di clown del Circo di Mosca. Ma poi le prime domande hanno sortito l’effetto del defibrillatore: il paziente s’è prontamente rianimato come nella serie E.R. e, dopo un istante di comprensibile disorientamento ("Dove sono?"), ha pronunciato alcune frasi tratte da un passato ormai lontano ma ancora impresse nei meandri del subconscio: "Opposizione", "Costituzione", addirittura "conflitto d’interessi". Paolo Mieli ne ha concluso che in quel momento è nato un leader. Può darsi, lo sperano in molti. Intanto i suoi elettori non possono che aver apprezzato alcune frasi finalmente complete (prima le lasciava quasi tutte a metà), dunque chiare, comprensibili, non politichesi. Soprattutto una: "La nostra Costituzione è la più bella del mondo: al massimo va un po’ aggiornata, ma guai a chi la tocca. Per difenderla siamo pronti a chiamare a raccolta tutti quelli che ci stanno, a partire da Fini". Una svolta non da poco, visto che fino al giorno prima il responsabile Pd per le riforme, Luciano Violante, dichiarava restando serio: "Ho il dovere di credere al presidente del Consiglio e di dialogare sulle riforme".

Frase che ha indotto Ficarra e Picone, a Striscia la notizia, a domandare se per caso non sia cambiato il presidente del Consiglio, visto che il Pd gli crede. E a ipotizzare che, in vista dell’incontro per le riforme, Berlusconi abbia invitato Violante a presentarsi a Palazzo Grazioli col trucco leggero e il tubino nero d’ordinanza. Se le parole di Bersani hanno un senso – e si spera che l’abbiano, è il segretario del Pd – la "bozza Violante" per rafforzare (ancora?) i poteri del premier, porre fine al bicameralismo e saltare nel buio del federalismo va in soffitta, visto che prevede ben di più e di peggio che "qualche aggiornamento" alla "Costituzione più bella del mondo". Così come le tragicomiche avances per l’ennesima riforma anti-magistratura affidate dal responsabile Giustizia Andrea Orlando al Foglio di Ferrara (forse sperando che non le leggesse nessuno). Vedremo se, alle parole di Bersani, seguiranno i fatti (intanto ci accontentiamo delle parole: prima non c’erano neppure quelle): è cioè la fine del "dialogo" e dei "tavoli" per le "riforme" e l’inizio di un’opposizione dura, proporzionata alla gravità della minaccia.

Chissà che, trovando una sponda energica nel Pd, il capo dello Stato non racimoli un po’ di coraggio per rispedire al mittente le leggi vergogna della banda del buco prossime venture. A proposito: ci scusiamo con i lettori per la precipitosità con cui ieri abbiamo elogiato Napolitano per la mancata firma al decreto Bondi sugli enti lirici. Dopo appena 24 ore di temeraria astinenza, la penna più veloce del West ha firmato anche quello. Ma non è colpa sua. E’ come il Dottor Stranamore: quando gli parte la mano, non c’è nulla da fare. E’ più forte di lui.

Da il Fatto Quotidiano dell'1 maggio