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venerdì 30 luglio 2010

Governo Gomorra

Mesi durissimi attendono il Paese. Come potete leggere nei servizi de ilfattoquotidiano.it, Silvio Berlusconi gioca il tutto per tutto e adesso sogna di varare un governo in stile Gomorra. Il problema del Cavaliere, anche se la maggior parte dei commentatori sedicenti liberali continua a far finta di non accorgersene, è sempre lo stesso: la giustizia. Anzi, le inchieste e i processi. Che coinvolgono lui e i suoi amici.

La decisione della Corte costituzionale di fissare per il 14 dicembre l’udienza in cui verrà discussa la legge sul legittimo impedimento lo ha spinto così a rompere gli indugi, a perdere ogni freno inibitorio, e a iniziare un furioso corteggiamento a parlamentari di opposizione, alcuni dei quali francamente impresentabili. È prevedibile infatti che la Consulta, dopo aver visto una serie di suoi membri restare indirettamente coinvolti nello scandalo della nuova P2, ci metterà pochissimo a dichiarare quello che tutti sanno e che anche il Quirinale avrebbe fatto meglio a sapere: le norme che evitano al premier e ai suoi ministri di essere processati durante la durata del loro mandato sono palesemente incostituzionali.

La prospettiva per Berlusconi è insomma quella di finire molto presto davanti al Tribunale di Milano per rispondere della presunta corruzione dell’avvocato inglese David Mills. Anzi della certa corruzione di Mills, visto che il legale, come ha stabilito la Cassazione, ha sicuramente incassato mazzette per dire il falso davanti ai giudici (e salvare il premier da una condanna nel processo per le vecchie tangenti alla Guardia di Finanza).

Berlusconi sa benissimo che nel momento in cui dovesse ricominciare il suo dibattimento si arriverebbe a una sentenza nel giro di poche settimane. Il fatto storico è già stato accertato (i 600mila dollari dati a Mills e la testimonianza taroccata in favore del Cavaliere). E resta solo da stabilire se tra le prove raccolte ci siano abbastanza elementi per condannare come corruttore il leader del Popolo della Libertà (a questo punto provvisoria).

Una brutta situazione, insomma. Anche perché proprio le indagini sulla nuova P2 hanno fatto saltare, o reso incerte, le amicizie su cui il Cavaliere sperava di poter contare nella magistratura meneghina.

Di qui l’idea, partorita non adesso, ma alcuni mesi fa, di trovare una sponda in quella parte di Udc che si riconosce in Totò Cuffaro, l’ex governatore siciliano condannato in primo e secondo grado per favoreggiamento aggravato alla mafia e sulla testa del quale pende ora anche una richiesta di 10 anni di pena per concorso esterno in associazione mafiosa.

L’operazione, come il fattoquotidiano.it è in grado di rivelare, è cominciata quando Cuffaro ha dato il suo assenso al passaggio di molti suoi fedelissimi nelle file della nuova Democrazia Cristiana del sottosegretario all’Istruzione, Giuseppe Pizza, un vecchio arnese della prima repubblica legato agli ambienti più svariati.

Come ha scritto a suo tempo L’Espresso una parte consistente delle tessere della Dc fanno però capo al braccio destro di Berlusconi, Marcello Dell’Utri, condannato in secondo grado a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. E così il disegno di Berlusconi diventa evidente. Anche se Cuffaro e Beppe Drago – l’altro leader dell’Udc siciliana corteggiato dal premier – adesso smentiscono un passaggio dai banchi dell’opposizione a quelli della maggioranza (cosa altro potrebbero fare?).

Il Cavaliere vuole trovare in Parlamento i numeri sufficienti per garantire l’approvazione anche alla Camera della cosiddetta norma sul processo breve (quella che prevede di far morire tutti i dibattimenti che non vengono conclusi nel giro in lasso di tempo prestabilito). Non per niente proprio oggi il capogruppo Pdl nella commissione Giustizia di Montecitorio, Enrico Costa, ha chiesto che l’esame del processo breve venisse immediatamente calendarizzato in settembre alla ripresa dei lavori.

Ma con 33 deputati già passati a Fini, per Berlusconi è molto difficile credere di riuscire a votare la legge senza rischiare ogni giorno improvvisi rovesci. Di qui la manovra per arrivare a Cuffaro e una dozzina di parlamentari calabresi, siciliani e campani a lui legati. Tutti parlamentari da aggiungere a vari esponenti del gruppo misto e del centrosinistra, come Daniela Melchiorre o Riccardo Villari, già in procinto di cambiare casacca.

Il Cavaliere ingolosisce tutti non solo con l’offerta di posti e prebende. Ma anche con la promessa (molto gradita alle varie cricche d’Italia) di costituire una commissione d’inchiesta parlamentare sull’uso politico della giustizia. Una commissione che, come scrive oggi Repubblica, avrà gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria. “Faremo un processo a chi ci vuole processare”, avrebbe detto – secondo il quotidiano – un falco del Pdl.

Se Berlusconi ce la fa, insomma, il Paese va verso una governo Gomorra. Con una maggioranza sostenuta da pregiudicati, indagati e condannati – in primo e secondo grado – per fatti di mafia (Cosentino, Dell’Utri e Cuffaro) e politici sotto inchiesta per mazzette e ricostituzione di associazioni segrete. Tutti uniti da un solo obbiettivo: farla franca. Per sempre.
Da il Fatto Quotidiano 30.7.2010

giovedì 29 luglio 2010

Caccia a Saviano

Lo scrittore: la Lega disattenta sull'ndrangheta al Nord. Il Carroccio insorge:"Antimafioso a pagamento"
Due milioni e mezzo di copie dopo, nulla è illuminato. Una vita a metà, gli spostamenti segreti, la cattività per difendersi dalla cattiveria. Tutto in un’intervista per raccontarsi e trasmettere a chi saprà capire, cosa significhi essere Roberto Saviano. Vanity Fair, archiviato il grottesco esperimento di Max (lo scrittore morto sul lettino di un obitorio) gli dedica la copertina senza giochi di prestigio. E lui risponde, descrivendo l’allegria perduta, l’inatteso successo, il rimpianto ingabbiato in un meccanismo irreversibile.

“Non posso più incontrare mio fratello all’aria aperta perché non si sappia che faccia abbia”. Gomorra, la sua famiglia e un giovane Icaro con la penna che spicca il volo e poi, precipita, confessando la stanchezza per un’identificazione assoluta che superato il confine, non permette più sdoppiamenti. “E’ un libro che non rinnego, lo riscriverei, ma sarei falso se le dicessi che lo amo. Perchè mi ha tolto tutto: io volevo solo diventare uno scrittore. A centomila copie ero felicissimo, mi pubblicano importanti case editrici straniere e mia madre dice che in quei giorni sembrava che volassi, ma io non mi ricordo niente. Volevo comprare con mio fratello una moto, lo sognavamo da tempo. Poi arrivano la scorta, le minacce. Io volevo essere quello di prima. Mi è scoppiato tutto in mano”. E tra le dita, pare di capire, sono scivolate soprattutto le naturali inclinazioni di un ragazzo di quell’età. La libertà, tra una conferenza e l’altra è un vetro fumè, un’auto blindata, lo stillicidio quotidiano di accuse e controaccuse, servizio che storicamente il Paese ama offrire a chi senza preavviso, ottiene riconoscimenti e attenzione facendo un giro dalle parti della verità.

Più in là, un complicato rapporto di equilibrio non risolto, criticato e fitto di dubbi e tormenti con Mondadori, la casa editrice del Premier e presieduta da sua figlia Marina: “Resterò in Mondadori e Einaudi fino a quando le condizioni di libertà saranno garantite fino in fondo, anche per non lasciare alla proprietà di decidere i libri e le prospettive culturali di una casa editrice che ha una storia gloriosa. E’ ovvio che dopo l’attacco di Marina Berlusconi per me molto è cambiato. Devo valutare molti fattori: quanto la proprietà incide sulle scelte, quanto permetterà ancora che ci sia libertà e su alcuni libri si possa continuare a puntare. Marina Berlusconi dice che non si dovrebbero più scrivere libri ‘che danno quest’immagine dell’Italia’. Allora, forse, non ha letto Gomorra. Lì ci sono storie di resistenza, soprattutto. Se stiamo zitti, diamo una cattiva immagine del Paese. Un giorno mi piacerebbe spiegarle che raccontare del potere criminale ha significato dire al mondo che non siamo un Paese di omertosi. E che il miglior apporto che si possa dare a un Paese è quello di non nascondere i propri problemi”.

Con replica di Marina B. che dice di aver letto Gomorra, apprezzandolo: “Saviano riapre a sorpresa una polemica sopita tirandomi in ballo. La mia famiglia controlla la principale casa editrice italiana da vent’anni, e, anche se Saviano evoca inesistenti quanto impossibili contrapposizioni tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, e’ esattamente quello che abbiamo sempre voluto che fosse: e’ la migliore e la piu’ concreta dimostrazione di come noi Berlusconi intendiamo e interpretiamo il mestiere dell’editore”.

Oltre la querelle editoriale, l’intervista libera anche Il disprezzo denigratorio della politica. A scatenare il risentimento, la valutazione di Saviano sullo iato tra intenzione e azione: “La Lega ci ha sempre detto che certe cose al Nord non esistono, ma l’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia racconta una realta’ diversa”, per giungere poi alla conseguenza logica: “Dov’era la Lega quando questo succedeva negli ultimi dieci anni laddove ha governato? E perché adesso non risponde?” Roberto Castelli, spalleggiato da Borghezio, brucia tutti. Il vice ministro ai Trasporti dopo essersi lodevolmente diviso nell’ultimo ventennio tra tentativi di espulsione dei giornalisti sgraditi dal ristorante della Camera (Frasca Polara dell’Unità), difesa del turpiloquio del suo capo e giuramenti alla bandiera, non usa perifrasi: “Saviano è accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età. Unica sua scusante rispetto alle sciocchezze che dice sulla Lega è che, quando noi combattevamo contro la sciagurata legge del confino obbligatorio che tanti guai ha portato al nord, aveva ancora i calzoni corti”. Per poi proseguire ammantando di gloria l’epopea leghista, tra le battaglie contro i clan della ‘ndrangheta a Lecco (dove recentemente, da candidato sindaco, Castelli ha constatato il deciso rifiuto del suo popolo a eleggerlo) e insistendo sul dato economico: “Non ci siamo limitati a scrivere quattro cose e a partecipare a quattro conferenze. Né siamo diventati ricchi per questo. Abbiamo corso solo rischi. Infine un invito: vediamo che continua a fare pubblicità al suo libro. La smetta, perché gli antimafia a pagamento sono sempre meno credibili”.

Di qui, a cascata, la difesa di De Magistris dell’Idv: “La Lega in Parlamento mai ha fatto e farà mancare il voto a provvedimenti criminogeni come processo breve, ddl intercettazioni, revisione delle norme sui pentiti. Mentre il ministro Maroni ha introdotto la possibilità di vendere all’asta i beni confiscati alle mafie assestando, anche dal punto di vista simbolico, un colpo mortale alla lotta contro il crimine organizzato” e di Veltroni: “Attacchi vergognosi”. Ammesso che qualcuno, in questa distratta alba agostana, si vergogni veramente.

La lettera Che vergogna, caro Giuliano

29 luglio 2010 - 6 Commenti »
Sandra Bonsanti

Caro Giuliano,

ti scrivo queste due righe col cuore oppresso da tristezza e sgomento. So che la mia pena è del tutto personale e che non cambierà nulla degli atteggiamenti che ti contraddistinguono in questa fase della nostra storia. Eppure non posso fare a meno di rivolgermi a te, nel nome di un’antica parentela e amicizia. Ieri sera, leggendo i resoconti della conferenza stampa di Verdini (e vedendoti al Tg1, acceso solo per seguire come avrebbero dato la notizia) ho pensato a Giovanni, tuo zio, e a Mario, tuo nonno. Agli amici ho mandato un sms per dire: per fortuna che Giovanni non c’è più….

Tuo nonno. Mentre aggredivi diffamandola Claudia Fusani, colpevole solo di fare domande, quelle “vere”, ho pensato alla vita giornalistica di Mario, interrotta brutalmente dal regime fascista e poi destinata a proseguire quasi clandestinamente con Giovanni Amendola alla vigilia del suo assassinio. Alla fine della guerra, proprio per ricordare Amendola, Mario Ferrara raccontò in uno splendido intervento (poi pubblicato sul Mondo di Pannunzio) cosa fosse un giornale e come la sua vita sia legata inscindibilmente con la verità: i guasti che i diffusori d’inganni possono produrre sono gravi e possono portare alla fine della libertà.

Da quello che capisco, tu preferisci ai liberali scomodi e minoritari di allora gli spiriti piduisti, preferiresti la compagnia di fratelli nella P2 come Calvi o Sindona o Gelli. O Silvio Berlusconi.

Giovanni tu lo hai conosciuto bene. Sapeva anche essere impulsivo secondo il temperamento focoso di voi Ferrara. Ma aggredire una giornalista che sta facendo il suo mestiere, diffamarla sulla base di insinuazioni volgari, Dio, che pena… Che vergogna, caro Giuliano.

Tu, di liberale non hai assolutamente niente, non sai cosa significhi libertà se non quella che è cara al tuo capo e cioé la libertà d’insulto e di fare quello che piace e serve a se stessi.

Penso alle cose che diceva tuo padre, che pure non veniva da una scuola di libero pensiero. Penso ai tanti amici che si riunivano in via dell’Orso, penso sì a un pezzo della mia vita e soffro per te. Sbaglio, non ho alcun titolo per sentirmi così offesa e scusa questa intrusione nella tua vita. Cercherò di non farlo più.

Sandra

domenica 25 luglio 2010

Stati Generali delle Fabbriche: Il commento di Nichi Vendola al secondo ...

Stati Generali delle Fabbriche - intervento di Nichi Vendola

Nichi Vendola - C'è un'Italia migliore

Cento nomi nascondono i segreti delle stragi”

“ - Marco Travaglio intervista Roberto ScarpinatoCondividi
Ieri alle 21.12


Parla Roberto Scarpinato, nuovo procuratore generale a Caltanisetta
Dottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione?

Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile.

E chi sarebbero tutte queste persone?

Partiamo dai mafiosi doc: Riina, Provenzano, i Graviano, Messina Denaro, Bagarella, Agate, i Madonia di Palermo, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, Ganci padre e figlio, Santapaola e tutti gli altri boss della “commissione regionale” di Cosa Nostra che si riunirono a fine 1991 per alcuni giorni in un casale delle campagne di Enna per progettare la strategia stragista. Una trentina di boss che poi riferirono le decisioni in tutto o in parte ai loro uomini di fiducia. Altre decine di persone. Nessuno di loro ha mai detto una parola sul piano eversivo globale. Le notizie che abbiamo ce le hanno fornite uomini d’onore che le avevano apprese in via confidenziale da alcuni partecipanti al vertice, come Leonardo Messina, Maurizio Avola, Filippo Malvagna. Altri a conoscenza del piano sono stati soppressi poco prima che iniziassero a collaborare, come Luigi Ilardo, o sono stati trovati morti nella loro cella, come Antonino Gioè. Agli esecutori materiali delle stragi o di delitti satellite, i vertici mafiosi in genere non rivelavano i retroscena politici del piano stragista, si limitavano a fornire spiegazioni di causali elementari e di copertura. Aggiungiamo i vertici della ndrangheta che, come hanno rivelato vari collaboratori, tennero nello stesso periodo una riunione analoga nel santuario di Polsi.

Chi altri sa?

È da supporre una serie di personaggi che anticiparono gli eventi che poi puntualmente si verificarono. L’agenzia di stampa “Repubblica” vicina a Vittorio Sbardella, ex leader degli andreottiani romani (nulla a che vedere col quotidiano omonimo) scrisse 24 ore prima di Capaci che di lì a poco si sarebbe verificato “un bel botto” nell’ambito di una strategia della tensione finalizzata a far eleggere un outsider come presidente della Repubblica al posto del favoritissimo Andreotti. Il che puntualmente avvenne, così Andreotti fu costretto a farsi da parte e venne eletto Scalfaro. Anni dopo Giovanni Brusca ha riferito che la tempistica di Capaci era stata preordinata per finalità che coincidono esattamente con quelle annunciate nel profetico articolo. Dunque, o l’autore aveva la sfera di cristallo, o conosceva alcuni aspetti della strategia stragista e aveva deciso di intervenire sul corso degli eventi con una comunicazione cifrata, comprensibile solo da chi era a parte del piano.

L’agenzia Repubblica aveva pure anticipato il progetto globale in cui si inscriveva il delitto Lima.

Esattamente. Il 19 marzo 1992, pochi giorni dopo l’assassinio di Salvo Lima (andreottiano come Sbardella, ndr), l’agenzia annunciò che l’omicidio era l’incipit di una complessa strategia della tensione “all’interno di una logica separatista e autonomista […] volta a consegnare il Sud alla mafia siciliana per divenire essa stessa Stato al fine di costituirsi come nuovo paradiso del Mediterraneo […] mediante un attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari […]. Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito derivabile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”. Anni dopo Leonardo Messina rivelò alla magistratura e all’Antimafia il progetto politico secessionista di cui si era discusso nel summit di Enna su input di soggetti esterni che dovevano dare vita a una nuova formazione politica sostenuta da “vari segmenti dell’imprenditoria, delle istituzioni e della politica”. Come faceva l’autore dell’articolo a sapere ciò che anni dopo avrebbe svelato Messina? È come se circolassero informazioni in un circuito separato e parallelo a quello destinato alla massa. Un circuito soprastante alla base mafiosa, delegata ad eseguire la parte militare del piano, e interno alla mente politica collettiva che quel piano aveva concepito, anche se poi quel piano mutò in corso d’opera per una serie di eventi sopravvenuti, e si puntò così ad una diversa soluzione incruenta. In questo quadro c’è poi da chiedersi perché, in un’intervista del 1999, il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”.

Andiamo avanti.

L’ex neofascista Elio Ciolini, già coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna, il 4 marzo 1992 scrisse una lettera dal carcere al giudice Leonardo Grassi per anticipargli che “nel periodo marzo-luglio” si sarebbero verificati fatti per destabilizzare l’ordine pubblico con esplosioni dinamitarde e omicidi politici. Puntualmente il 12 marzo fu ucciso Lima e nel maggio e luglio ci furono le stragi di Capaci e via D’Amelio. Il 18 marzo Ciolini aggiunse che il piano eversivo era di “matrice masso-politico-mafiosa” , come rivelarono poi alcuni collaboratori di giustizia, e preannunciò un’operazione terroristica contro un leader del Psi. Anni dopo accertammo che era stato progettato l’omicidio di Claudio Martelli, fallito per alcuni imprevisti.

Chi manca, alla “lista della spesa”?

Quanti si celavano dietro la sigla della “Falange armata” i quali, pochi giorni dopo le dimissioni di Martelli da ministro perché coinvolto nelle indagini sul conto segreto svizzero “Protezione” a seguito delle dichiarazioni rese da Silvano Larini (il 9.2.1993) e da Licio Gelli (il 17.2.1993), diffusero il 21 aprile 1993 un comunicato per invitare Martelli a non fare la vittima e ad essere “grato alla sorte che anche per lui si sia potuta perseguire la via politica invece che quella militare”; e poi per lanciare avvertimenti a Spadolini, Mancino e Parisi, annunciando future azioni. Pochi mesi dopo, la manovra dello scandalo dei fondi neri del Sisde indusse Parisi a dimettersi, fece vacillare il ministro Mancino e anche il presidente Scalfaro, il quale denunciò che dietro quella vicenda si muovevano oscuri progetti di destabilizzazione politica.

E poi?

L’elenco sarebbe molto lungo e coinvolgerebbe tanti soggetti di quali non posso parlare, visti i limiti che derivano dal mio ruolo. Possiamo forse aggiungere alcuni di coloro che hanno concepito il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio: cioè la costruzione a tavolino, tramite falsi pentiti, di una versione minimalista che ha “tarato” le indagini verso il basso, circoscrivendola a una banda di piccoli criminali come Scarantino, e garantendo intorno ad essa un muro impenetrabile di omertà che ha retto fino a un paio di anni fa, cioè alle dichiarazioni autoaccusatorie di Spatuzza. Poi, se i riscontri dovessero confermare le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sono i vari “signor Franco” o “signor Carlo” che affiancarono suo padre Vito facendo da cerniera tra mondo mafioso e mondi superiori durante le stragi. E inoltre quanti garantirono a Provenzano, garante della soluzione politica alternativa a quella cruenta di Riina, di muoversi per anni liberamente per l’Italia e di visitare Vito Ciancimino gli arresti domiciliari. Poi coloro che fecero sparire l’agenda rossa di Borsellino. E tanti altri…

Come gli ufficiali del Ros Mori e De Donno, ora imputati per la mancata cattura di Provenzano dopo la trattativa che portò all’arresto di Riina, con annessa mancata perquisizione del covo e sparizione delle carte segrete del boss. E i superiori militari e politici che autorizzarono quella “trattativa”.

Non posso rispondere. Sono fatti ancora oggetto di indagini in corso.

Su questa convergenza di ambienti e interessi lei, a Palermo, aveva avviato l’indagine “Sistema criminale”, poi in parte archiviata. Che cos’è il sistema criminale?

Quello che abbiamo appena sintetizzato. Un sistema composto da esponenti di mondi diversi, tutti rimasti orfani dopo la caduta del Muro di Berlino delle passate protezioni, all’ombra delle quali avevano potuto coltivare i più svariati interessi economici e criminali, tra questi anche la mafia militare sino ad allora tollerata come anticorpo contro il pericolo comunista. Questi mondi intercomunicanti attraverso uomini cerniera erano accomunati da un interesse convergente: destabilizzare il sistema agonizzante della Prima Repubblica e impedire un ricambio politico radicale ai vertici del Paese con l’avvento delle sinistre al potere (la “gioiosa macchina da guerra”). Ciò doveva avvenire mediante la creazione di un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto conquistare il potere mediante un’articolata strategia che si snodava contemporaneamente sul piano militare e politico. La nostra ipotesi, almeno sul piano storico, esce sempre più confermata dalle recenti scoperte investigative. Nella stagione delle stragi si muovono molteplici operatori che poi si dividono i compiti. Chi concepisce il piano, chi lo realizza a livello militare, chi organizza la disinformazione e chi i depistaggi. Basterebbe che cominciasse a parlare qualcuno che conosce anche solo la sua parte, per consentirci enormi passi avanti nella ricerca della verità. Ma, finora, non parla nessuno.

Be’, mafiosi come Spatuzza e figli di mafiosi come Massimo Ciancimino parlano. E costringono a ricordare qualche esponente delle istituzioni: gli improvvisi lampi di memoria di alcuni politici, dopo 17-18 anni, sul ruolo di Mori durante la “trattativa” con Ciancimino fanno pensare che tanti a Roma sappiano molto, se non tutto…

Anche qui preferisco non addentrarmi in vicende specifiche, tuttora oggetto di indagini e processi. Prescindendo da casi specifici, vista dall’alto la tragica sequenza degli avvenimenti di quegli anni fa pensare al “gioco grande” di cui parlava Falcone: l’ennesimo gigantesco war game giocato all’interno di alcuni settori della nomenclatura del potere nazionale sulla pelle di tanti innocenti. Un war game trasversale combattuto anche a colpi di segnali, messaggi trasversali, avvertimenti in codice, veti incrociati e ricatti sotterranei: non potendo parlare esplicitamente tutti erano costretti a comunicare con linguaggi cifrati.

Perché dice “ennesimo war game”?

Tutta la storia repubblicana è segnata dal “gioco grande” celato dietro progetti di colpi di Stato poi rientrati (dal golpe Borghese al piano Solo) e stragi caratterizzate da depistaggi provenienti da apparati statali: da Portella della Ginestra alla strage di Bologna alle stragi del 1992-93. Perciò la questione criminale in Italia è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale e con la questione stessa dello Stato e della democrazia.

Possibile che, in un Paese debole di prostata dove nessuno si tiene niente, i segreti sulle stragi custoditi da tanta gente tanto eterogenea restino impenetrabili a quasi vent’anni di distanza?

Molte stragi d’Italia nascondono retroscena che coinvolgono decine, se non centinaia di persone. Pensi a Portella della Ginestra: la banda Giuliano, i mafiosi, i servizi segreti, esponenti delle Forze dell’ordine, il ministero dell’Interno. Pensi alle stragi della destra eversiva. Così quelle politico-mafiose del 1992-93. La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone, è il segno che su quel segreto è impresso il sigillo del potere. Un potere che cavalca la storia riproducendosi nelle sue componenti fondamentali e che eleva intorno al proprio operato un muro invalicabile di omertà, perché è così forte da poter depistare le indagini, alimentare la disinformazione, distruggere la vita delle persone, riuscendo a raggiungerle e a eliminarle anche nel carcere più protetto. Come Gaspare Pisciotta, testimone scomodo ucciso all’Ucciardone con un caffè alla stricnina, e a un’altra decina di persone al corrente dei segreti retrostanti la strage di Portella. E come Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Brescia e strangolato in carcere. Resta inquietante lo strano suicidio in carcere nel 1993 di Nino Gioè, appena arrestato e sospettato per Capaci, dopo strani incontri con agenti dei servizi e una strana trattativa avviata con Paolo Bellini, coinvolto in indagini sull’eversione nera negli anni 70, per aprire un canale con Cosa Nostra. Ed è inquietante che Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano, abbia raccontato di essere stato invitato a suicidarsi nel 2005, subito dopo l’inizio della sua collaborazione, ancora segretissima. Il muro dell’omertà comincia a fessurarsi solo quando il sistema di potere entra in crisi.

È per questo che oggi si aprono spiragli importanti di verità?

Presto per dirlo, ma ancora una volta la lezione della storia ce lo insegna. Quando la Prima Repubblica era potente, Buscetta, Marino Mannoia e altri collaboratori rifiutarono di raccontare a Falcone i rapporti mafia-politica: iniziarono a svelarli solo nel ‘92, quando quel sistema crollò, o meglio sembrò fosse crollato.

Oggi il governo appena qualcuno torna a parlare, vedi Spatuzza, gli nega il programma di protezione. Che messaggio è?

Quella decisione è stata presa contro il voto di dissenso dei magistrati della Procura nazionale antimafia che fanno parte della Commissione sui collaboratori di giustizia e contro il parere concorde dei magistrati di ben tre Procure della Repubblica antimafia: Caltanissetta, Palermo e Firenze. Intorno al caso Spatuzza e sul fronte delle indagini sulle stragi si è verificata una spaccatura assolutamente inedita tra magistrati e gli altri componenti della Commissione. Proprio perché non si tratta di una scelta di routine e proprio a causa di questa spaccatura, quella decisione in un mondo come quello mafioso che vive di segnali può essere equivocata e letta in modo distorto: nel senso che lo Stato in questo momento non è compatto nel voler conoscere la verità sulle stragi. Naturalmente non è affatto così, le motivazioni del dissenso sono di tipo giuridico, ma è innegabile che il pericolo esista.

Dunque hanno ragione i pm di Caltanissetta quando dicono in Antimafia che la politica non è pronta a fronteggiare l’onda d’urto delle nuove verità sulle stragi?

A me risulta che le loro dichiarazioni sono state riportate dalla stampa in modo inesatto. In ogni caso, sulle stragi e i loro retroscena abbiamo oggi un’occasione più unica che rara, forse l’ultima, per raccontare una storia collettiva sepolta da quasi vent’anni di oblio organizzato. Per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire finalmente adulto. Se non dovessimo farcela neppure stavolta, non ci resterebbe che fare nostra un’amara considerazione di Martin Luther King: “Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”.

Da Il Fatto Quotidiano del 24 luglio 2010

Inciucio atomico. Il Pd si divide su Veronesi

Candidato all'agenzia per il nucleare, ma Bersani è contrario

Atomo sì, atomo no. Mentre la maggioranza è alla ricerca di un nuovo ministro dello Sviluppo economico che guidi il paese verso il ritorno all’energia atomica, il Partito democratico si divide sull’opportunità di riaprire le centrali. E sulla candidatura di Umberto Veronesi a capo dell’Agenzia per il nucleare.
“Quel progetto non è credibile, l’Agenzia non avrà veri poteri di garanzia, al massimo tratterà qualche direttore generale con Stefania Prestigiacomo”. La posizione del segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, è chiara: meglio non accettare le lusinghe della maggioranza che non ha presentato un piano con basi tecnologiche, innovative ed economiche accettabili. Ma l’oncologo sembra aver già deciso quale sarà il suo prossimo ruolo. “Se accetterò questo incarico lo farò per il progresso scientifico – ha dichiarato ieri in un’intervista a Repubblica – e per vedere questo paese che amo svilupparsi in modo civile Berlusconi non c’entra”.

Ma nel Pd è partita l’insurrezione contro la scelta di Veronesi e soprattutto sul doppio incarico che ricoprirebbe, essendo senatore in carica. Eppure che l’oncologo fosse a favore del ritorno al nucleare non è una novità. “Mi affascina il pensiero che un neutrone scagliato contro un atomo di uranio possa far scaturire una quantità di energia così gigantesca da risolvere buona parte del fabbisogno energetico del mondo – ha detto il professore – il nucleare può affrancarci dalla dipendenza dal petrolio”. E nel centrosinistra non è l’unico a pensarla così: l’astrofisica Margherita Hack ha più volte manifestato il suo favore nei confronti dell’energia atomica e un nutrito gruppo di intellettuali, scienziati, imprenditori e parlamentari dell’area Pd hanno scritto una lettera a Bersani due mesi fa, chiedendogli di non chiudere la porta al nucleare. “Siamo l’unico Paese del G8 che non produce energia atomica – si legge nella lettera – l’Europa produce circa il 30 per cento della sua energia elettrica con il nucleare. Nell’Europa dei 27 ben 15 Paesi possiedono impianti nucleari e 12 hanno annunciato nuovi piani di espansione. Paesi, un tempo considerati in via di sviluppo, come la Cina, l’India, il Brasile sono fra i primi investitori mondiali in nuovi impianti. E grandi paesi produttori di petrolio stanno oggi lanciandosi convintamente nella costruzione di nuove centrali”. Tra di loro c’è Chicco Testa, convinto antinuclearista all’epoca del referendum, a capo del Forum nucleare italiano oggi: “In questi 20 anni sono cambiate molte cose – spiega Testa – nel mondo ci sono tre miliardi in più di nuovi consumatori di energia. L’inquinamento da CO2 vent’anni fa era un tema meno conosciuto, e soprattutto le fonti rinnovabili non sono la soluzione al problema del fabbisogno”. Secondo lui la scelta di Umberto Veronesi è giusta. E all’obiezione sulla difficoltà di smaltimento delle scorie, Testa risponde convinto: “Ci stiamo costruendo un grande alibi per dire che non si può fare niente, è la giustificazione che diamo alla nostra inadeguatezza. Per quanto riguarda le scorie, complessità tecnologica significa anche favorire processi qualitativi elevati”. A patto che ci siano. E Bersani non è l’unico a dubitare di questa carenza. “Come direbbero gli americani, io nutro nei confronti di questa scelta di Veronesi un sincere disagreement – dichiara Ignazio Marino, altro esponente democratico proveniente dal mondo scientifico – perché sul nucleare ho una posizione sostanzialmente diversa. Veronesi lo ritiene inevitabile, io credo che dovremmo guardare alle risorse immediatamente disponibili che possiamo rendere tali. Secondo gli scienziati nel mondo c’è un’energia che proviene dal sole 10 mila volte superiore al consumo necessario oggi e che sarà lì per altri 4 miliardi di anni. Il nucleare – spiega ancora Marino – è pericolosissimo e ha un problema irrisolto, che il nostro nobel Carlo Rubbia spiega molto bene: non esistono sistemi per lo stoccaggio quando le centrali vengono spente. E se io non metterei mai in dubbio una parola di Veronesi sui tumori, sulla fisica nucleare sinceramente mi fido più di Rubbia”. E per spiegarsi meglio Marino fa un esempio internazionale: “Il governo inglese, che basa le proprie decisioni sull’esame razionale dei problemi, ha deciso di rinviare lo stoccaggio del materiale nucleare giunto alla fine del ciclo vitale perché lo ritiene pericoloso per la salute e gli scienziati oggi non conoscono un metodo sicuro”. In pratica sanno come costruire le centrali, ma non come smontarle. “E sapete di quanti anni hanno rimandato lo smaltimento? Di cento anni”.

25 luglio, voi dove eravate?

- di Maurizio Viroli (il Fatto Quotidiano)
Oggi alle 15.56
A giudicare da vari segni, potremmo essere, fatte le debite distinzioni, alla vigilia di un nuovo 25 luglio. Allora, nel 1943, Benito Mussolini, capo del governo, cadde per iniziativa di chi, fino ad allora, lo aveva sostenuto (il re e i gerarchi del fascismo); oggi, Silvio Berlusconi sembra barcollare sotto i colpi degli alleati di governo. L’eventuale caduta di Berlusconi non potrebbe che essere salutata come un evento positivo per l’Italia, a meno che, come qualcuno lascia intendere, non lasci Palazzo Chigi per il Quirinale.

Berlusconi è il centro di un vasto sistema di corte che dipende dal suo potere. Privato del governo, non sarebbe più in grado, come sta facendo ora, di controllare, premiare e proteggere le cortigiane, i cortigiani ed i suoi servi. Il sistema sarebbe di conseguenza irrimediabilmente incrinato. Anche se gli alleati causeranno la caduta di Berlusconi, dovranno rispondere ad una domanda che ogni cittadino ha il diritto ed il dovere di rivolgere loro: “dove eravate voi quando Silvio Berlusconi costruiva e rafforzava il suo potere devastando la libertà di tutti?”. Poiché dovranno ammettere che erano con Berlusconi e che lo hanno aiutato ad erigere il suo sistema di corte, dovranno avere la bontà di spiegare in che cosa e perché il Berlusconi del, poniamo, 2001-2006, sarebbe diverso dal Berlusconi del 2010 a tal segno che il primo doveva essere sostenuto, il secondo deve essere combattuto. È bene non dimenticare che senza alleati non avrebbe avuto la maggioranza per governare e l’Italia si sarebbe risparmiata quindici anni di degrado civile.

A parte il fatto che Berlusconi produsse da subito leggi pessime ed elevò corruttori di giudici e collusi con la mafia alle alte cariche dello Stato, resta il fatto che, fin dall’inizio, egli era al centro di un potere incompatibile – per la sua stessa natura – con la libertà repubblicana. Non occorre una particolare saggezza politica per capire che nessuna repubblica democratica è in grado di difendersi dal potere enorme di un uomo che concentra nelle sue mani una ricchezza sterminata, un partito personale ed un impero mediatico! Se non erano in grado di capire, e questo vale anche per parte dell’opposizione, almeno avrebbero potuto ascoltare coloro che seppero vedere bene, proprio perché erano veri liberali. Norberto Bobbio, per citare un solo esempio, scrisse a chiare lettere nel Dialogo intorno alla repubblica che Forza Italia era un partito eversivo.

I casi sono due: o questi signori non capirono per difetto di sapienza politica, e allora non meritano di essere leader e devono ritirarsi in buon ordine a svolgere attività più consone ai loro talenti; o capirono perfettamente e, gli alleati, decisero egualmente di sostenere Berlusconi, l’opposizione, di non combatterlo, allora sono tutti complici e, a maggior ragione, dovrebbero lasciare il posto ad altri che sappiano parlare un linguaggio davvero alternativo a quello berlusconiano e sappiano far seguire alle parole azioni coerenti.

Il presidente Massimo D’Alema ha rilevato che “la politica non si fa con il racconto, con il linguaggio, con la letteratura, con la poesia”. Dovrebbe sapere che la grande politica, quella che sa dirigere processi di emancipazione morale e civile, quella che servirebbe oggi in Italia, quella per esempio di Obama (che peraltro raccoglie voti e vince, mentre i realisti nostrani li disperdono e quindi perdono) non si fa soltanto con i ragionamenti (pur necessari). Dovrebbe sapere che in Italia non si avverte davvero il bisogno di nuovi calcoli, ma di rinnovate o ritrovate passioni civili.

Per tornare all’analogia dalla quale sono partito, l’emancipazione dal fascismo non si è realizzata certo il 25 luglio 1943, ma il 2 giugno 1946, quando, il popolo italiano, guidato da uomini che sapevano suscitare grandi speranze, decretò che anche la monarchia, che nel 1922 aveva chiamato Mussolini al governo e lo aveva sostenuto per vent’anni, dovesse andarsene. Così, l’emancipazione dal sistema berlusconiano non avverrà quando al governo ci saranno vecchi alleati insieme ad accomodanti oppositori, ma quando a guidare la Repubblica ci saranno donne e uomini che, alla domanda “dove eravate voi?”, potranno rispondere “dall’altra parte. Sempre!”

giovedì 22 luglio 2010

“Il sistema di B. è in tilt: gli conviene sfilarsi”

di Silvia Truzzi

21 luglio 2010


Secondo Alexander Stille, docente di Giornalismo alla Columbia University, gli scandali che stanno coinvolgendo il governo sono palesi anche agli elettori del Pdl
Molti sentono puzza di basso impero. È l’odore che hanno l’impasse politico, la corruzione, i tentativi di strappo ai principi democratici. Fine di un’era? Risponde Alexander Stille, docente di Giornalismo alla Columbia University ed editorialista di Repubblica.

Capolinea Berlusconi?

“Non credo che come individuo sia finito, rimane una figura potentissima. Ha assorbito scandali che avrebbero travolto qualsiasi leader politico del mondo. È ancora l’uomo più ricco del Paese: continuerà a influenzare la politica”.

E il berlusconismo?

“Forse quel modo di fare politica, personalista e fondato sulla corte, è andato in tilt. E si è rivelato agli occhi dei cittadini per quello che è: un fallimento totale”.

La gente non pensa più che il Cavaliere trasformi il piombo in oro?

“È uomo d’immagine e s’interessa troppo poco della gestione reale dell’Italia. È convinto di saper fare meglio di tutti ed è incapace di pensare un modo di guidare il Paese diverso da quello incentrato su di sé. Questo comporta che l’esecutivo sia formato da suoi amici e cortigiani”.

Alcuni di loro sono compromessi.

“Una gestione personalizzata inevitabilmente si trasforma in governo clientelare. Lo scandalo della Protezione civile è emblematico del berlusconismo: un grande capo che agisce senza controlli. E poi ci sono i privilegi, impropri se non illegali, le cricche. Il sistema è questo, un sistema in bancarotta. Lo dimostra anche lo scandalo dell’eolico. Lo stesso meccanismo: gli amici di B. che fanno affari con Carboni. Forse ci sono tangenti, forse no. Però è il comitato d’affari. Quindi il famoso ‘governo del fare’ si riduce per forza alla gestione clientelare. Non si può governare alla Berlusconi senza scendere nella corruzione. Anche perché il premier cerca sempre di agire senza controlli. Ed è un signore che serve interessi suoi e se ne frega di tutto il resto. Ora questo è palese, anche agli occhi di molti che l’hanno votato”.

E il Pdl ha perso elettori alle ultime Regionali.

“Certo, anche dentro il centrodestra ora c’è una maggior cautela. Fini, ma anche la Lega che in questi giorni sta dicendo: ‘Siamo un partito senza inquisiti’. Distanze, no?”.

Qualcuno vede già Tremonti al posto di Berlusconi. Lei?

“Non dimentichiamo che Tremonti ha fatto i condoni edilizi e lo scudo fiscale. Anche questo fa parte del berlusconismo”.

La domanda era: è uno scenario plausibile?

“In un certo senso per il presidente del Consiglio sarebbe auspicabile: credo che si sottrarrebbe volentieri alle sue responsabilità”.

Molta responsabilità, molta immunità…

“Le persone potenti in Italia non pagano mai. Berlusconi non andrà mai in galera, qualunque cosa faccia. La sua vicenda non finirà per via giudiziaria. La sinistra scioccamente non ha mai sottolineato il disastro finanziario in cui il premier ha trascinato l’Italia. Crescita zero, un anno dopo l’altro dal 2001 al 2006″.

A proposito di sinistra: perché non combattono la maggioranza come succede dappertutto?

“D’Alema e i suoi hanno pensato di poter trattare con Berlusconi. E si sono fatti fregare una volta dopo l’altra, dalla Bicamerale alla legge Maccanico”.

Berlusconi non è il tipo di politico con cui per definizione non bisognerebbe trattare?

“Ovviamente. Ma la sinistra ha sottovalutato il conflitto d’interessi, dovevano fare una legge per stabilire un’Italia delle regole. Invece, anche nella Bicamerale, la giustizia fu trattata come merce di scambio. Grande errore: la sinistra avrebbe dovuto rappresentare un modo di fare politica diverso dai compromessi”.

Infatti: il Pd ha avuto un forte calo di consensi. Perdono voti tutti e due. Poco fisiologico in un sistema maggioritario?

“Non mi stupisce: pensiamo all’indulto per salvare Previti, o alla scelta di una figura molto chiacchierata, mi riferisco a Mastella, come ministro della Giustizia. Cosa dice ai suoi elettori? Non certo: ‘Noi siamo diversi’”.

La situazione politica è bloccata, mentre attorno alla politica c’è un grande fermento giudiziario.

“Bisogna provare a fare un governo senza Berlusconi e senza gli uomini di Berlusconi”.

Almeno per fare la nuova legge elettorale?

“Certo. E la sinistra deve riprendere terreno, invece di avere paura dei propri elettori”.

Da Il Fatto Quotidiano del 21 luglio 2010

lunedì 19 luglio 2010

Bari 16-17-18 luglio 2010

Il mio intervento
Quando Rita mi ha proposto di far parte della rete delle donne in un primo momento avevo pensato di non aderirvi, perché pensavo a qualcosa che richiamasse i vecchi coordinamenti di donne nei partiti, di cui, per certi versi, non conservo certo un buon ricordo.
Quando mi ha spiegato il senso di questa iniziativa ed il valore aggiunto che ha portato all’elezione di Nichi Vendola a presidente della Puglia ho capito l’aspetto rivoluzionario di questa proposta ed ho cominciato da subito a lavorare per costruire la rete in Sicilia ed il 26 giugno scorso si è costituito il direttivo regionale.
Fin da subito questa proposta è stata accolta con entusiasmo da molte donne e molti uomini la guardano con favore, infatti, non sono pochi quelli che mi hanno incoraggiata ad andare avanti e molti si sono iscritti anche al gruppo che ho costituito su fb!
Questo entusiasmo e questa partecipazione mi ha incoraggiata a lanciare questa sfida, perché sono convinta che per cambiare il nostro paese, per uscire da questo degrado morale, civile e politico in cui siamo precipitati c’è bisogno del contributo ideale e di passione delle donne, per trovare, come dice Nichi, la via del cuore dei cittadini e delle cittadine di questo paese!
Sono però altrettanto convinta che per vincere la sfida di un cambiamento possibile è necessario anche un patto tra uomini e donne, che possa veramente abbattere tutti quegli steccati costruiti in passato per tenere lontano le donne dai luoghi dove si decide.
Le donne possono e debbono fare la differenza, cominciando con il costruire legami con il territorio per tornare nei luoghi abbandonati dalla politica, per cercare di capire ed interpretare i bisogni per poterli poi tradurre in azione politica.
Una rete da insinuare e diffondere fin nei luoghi più remoti per raccontare a quanti non sanno quello che sta avvenendo veramente nel nostro paese e per metterli a conoscenza di tutto ciò che non sapranno mai dai mezzi di informazione, che sono ormai quasi tutti sotto il controllo di questa maggioranza, per raccontare il grave pericolo che sta correndo la nostra democrazia, della situazione economica disastrosa del paese, per dire che la ricchezza e l’informazione concentrata nelle mani di poche persone sta sfasciando il paese, che la crisi è tutta sulle spalle dei lavoratori sempre più precari, che vedono allontanare sempre di più la possibilità di raggiungere la pensione, che vedono aumentare le tasse e che sono stati presi in giro da questo governo e da questa maggioranza persino sull’ICI, tolta da Prodi ai meno abbienti e poi tolta da b. ai ricchi per tornare ora con una nuova tassa sulla casa più gravosa sulle spalle dei più disagiati.
Ed ancora per informare sullo stato devastante in cui versa la giustizia e la sicurezza, a cui ogni giorno vengono sottratte risorse e per dire loro che questo governo con le sue 46 fiducie non ha fatto altro che fare gli affari della cricca.
E’ chiaro che così non si può continuare ed è altrettanto chiaro che fino a quando tutti i cittadini non saranno informati correttamente niente potrà cambiare, allora spetta a noi cercare di invertire questa tendenza e possiamo farlo solo se riusciremo a rendere consapevoli i cittadini e le cittadine dei rischi che stiamo correndo, in questo credo che le donne possono fare molto proprio per la loro capacità di costruire relazioni, con la innata capacità di accogliere, ascoltare e di pensare al femminile, come dice Anna Gloria!
C’è davvero bisogno di pensiero al femminile per aiutare la società a procedere ed evolversi.
Naturalmente la rete delle donne non si limiterà ad informare ed a costruire legami, che sono sicuramente alla base dell’agire politico, ma vuole essere parte attiva nella costruzione di un programma politico capace di dare risposte ai gravi problemi che attanagliano il nostro paese, partendo proprio dall’analisi dei bisogni che via via emergeranno a tutti i livelli, a partire dalla periferia al centro.
Il programma del governo vogliamo costruirlo quindi dal basso, tenendo conto di quali sono i bisogni reali di tutti, perché solo costruendo dal basso si può realizzare il cambiamento necessario e per dirla con Nichi, per iniziare un nuovo racconto.
Un programma politico sulla base del quale chiamare i partiti della sinistra a confrontarsi e per spingerli a trovare la necessaria unità sulle cose concrete da fare.
Abbiamo già individuato quali sono le priorità per fare uscire il paese da questa grave crisi economica e sociale:
Al primo punto c’è il lavoro e la redistribuzione della ricchezza.
Nel nostro paese ormai è diventato insopportabile vedere come la ricchezza sia concentrata nelle mani di poche persone, che diventano sempre più ricche, mentre larghe fasce della popolazione diventano sempre più povere, con il 50% della ricchezza nelle mani del 10% della popolazione. L’Istat nel rapporto annuale sulla povertà in Italia ci riferisce che Nel 2009, nell’anno della crisi economica, il numero dei poveri e delle famiglie in condizioni di povertà è rimasto stabile, Sono due le ragioni per le quali il numero dei poveri non è né aumentato né diminuito : l’80% del calo dell’occupazione ha colpito i giovani, mentre due ammortizzatori sociali fondamentali hanno mitigato gli effetti della crisi sulle famiglie: la famiglia, che ha protetto i giovani che avevano perso il lavoro, e la cassa integrazione che ha protetto i genitori dalla perdita dell’occupazione (essendo i genitori maggioritari tra i cassintegrati). Le famiglie in condizioni di povertà relativa (che serve per misurare le diseguaglianze) sono pari a 2 milioni e 657mila, rappresentando il 10,8% delle famiglie residenti. Si tratta, precisa l’istituto di statistica, di 7 milioni e 810mila poveri, il 13,1% dell’intera popolazione. Il fenomeno della povertà relativa continua a essere maggiormente diffuso (22,7%), tra le famiglie più ampie (24,9%), in particolare con tre figli (24,9%), soprattutto se minorenni (26,1%). E’ fortemente associato a bassi livelli di istruzione (17,6% che al massimo ha conseguito la licenza elementare), a bassi profili professionali (14,9%, operai) e all’esclusione dal mercato del lavoro: l’incidenza di povertà tra le famiglie con due o più componenti in cerca di occupazione (37,8%) è di quattro volte superiore a quella delle famiglie dove nessun componente è alla ricerca di lavoro (9%). Quindi milioni di poveri, che continuano a crescere soprattutto nel mezzogiorno .
Da questo si capisce come sia drammatica la situazione occupazionale nel paese dove ogni giorno si perdono migliaia di posti di lavoro. Bisogna ripartire da qui e creare le condizioni per dare lavoro a tutti, per dare a tutti la dignità di essere uomini e perché finalmente venga attuato l’art. 1 della nostra costituzione che recita “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”.
Per mettere un freno a questo scempio bisogna costruire regole certe da rispettare e far rigorosamente rispettare.
Bisogna mettere un paletto ben conficcato tra il potere politico e quello economico che non devono mai essere concentrati nelle mani di una sola persona, come è per adesso in Italia, perché come stiamo amaramente constatando questo porta alla distruzione della democrazia stessa.
E allora è arrivato il tempo di dire basta, chi è titolare, sia personalmente che tramite suoi familiari, di mezzi di informazione o di qualsiasi altra attività che presuppone concessioni statali deve essere ineleggibile, solo così in Italia potremo risolvere il conflitto di interesse!!!
Al secondo punto legalità e giustizia
Il primo obiettivo che la sinistra deve avere tornando al governo è quello di cancellare tutte le leggi vergogna volute dalla destra per ridare senso alla stessa e per fare in modo che i cittadini tornino ad avere fiducia in essa.
La giustizia e la legalità vertono in uno stato disastroso, non solo perché mancano le risorse, che mancano ed è già molto grave, ma per tanti altri motivi, non ultimo per le leggi farraginose e poche chiare che spesso sono soggette ad interpretazioni le più disparate e che molto spesso portano i cittadini a non avere più fiducia nella stessa a cui si aggiunge la lungaggine dei processi, soprattutto civili, che allontana i cittadini e perché non c’è la certezza della pena per i criminali!
Senza una giustizia funzionante e senza certezza della pena in questo paese non si potrà mai parlare di legalità.
Al terzo punto l’ambiente ed il cibo, che a mio parere sono in stretta correlazione e riguardano direttamente la nostra salute ed il nostro benessere, la nostra vita.
Come affermato da don alex Zanotelli ci stanno uccidendo con scelte scellerate come ad esempio quelle degli inceneritori.
Preservare l’ambiente significa quindi preservare la nostra salute e preservare la salute di ognuno significa meno spese sanitarie!
Per noi sono prioritari la solidarietà e accoglienza , la cultura e la difesa della Costituzione e quindi della democrazia .
La difesa della dignità, della libertà e dei diritti delle donne, contro questo potere maschile che utilizza le donne come oggetto di scambio, che mortifica le donne nella rappresentazione fuorviante che ne danno i media, dove l'unica cosa che conta sono le belle nudità messe in evidenza.
E’ intollerabile che tutto ciò avvenga nel silenzio assordante non solo della sinistra, o meglio di quel che resta della sinistra, ma delle donne medesime, che da un giorno all’altro si sono viste aumentare l’età pensionabile di cinque anni, senza che nessuna abbia avuto il coraggio di ribellarsi nemmeno per questa ingiustizia. Ci hanno preso in giro ancora una volta dicendoci che è stata imposta dall’Europa quando tutti sappiamo bene che non è così!
Non possiamo certo tacere il concetto di donne che ha questa politica, questa destra, questo presidente del consiglio.
Pretendiamo il rispetto dovuto ad ogni genere umano e vogliamo prenderci il posto che ci spetta nella gestione della cosa pubblica. Vogliamo entrare nei luoghi dove si decide anche per noi per poter dire la nostra, per difendere la democrazia e la nostra Costituzione.
Siamo profondamente convinte che senza l’unione delle forze di sinistra sarà molto, ma molto difficile battere b. ed è per questo che ci attiveremo per unire la sinistra. Non siamo più disponibili ad accettare veti incrociati di capi e capetti che servono solo a conservare le poltrone dei dirigenti, mentre il paese va alla deriva.
Vogliamo fare tutto questo non da sole, ma insieme a tutti quegli uomini che con lungimiranza vogliono partecipare a questo progetto. Fino ad oggi in Italia siamo stati governati quasi esclusivamente dagli uomini e quello che stiamo raccogliendo oggi sono solo macerie.
Come diceva Don Milan “Uscire dai problemi da soli è egoismo, uscirne insieme è politica” e noi vogliamo fare politica, uomini e donne insieme, per costruire una società più giusta e solidale!
Nella Toscano
Referente della Rete delle Donne Sicilia

“Sfido anche Bersani”

| di Luca Telese

16 luglio 2010


Ha convocato a Bari questo pomeriggio, con la regia del suo braccio destro Nicola Fratoianni e della banda di giovanissimi creativi che lo hanno portato alla vittoria già due volte, gli “Stati generali” delle fabbriche di Nichi”. L’obiettivo politico, ormai non è più un segreto, provare l’impresa: la scalata alla leadership del centrosinistra in vista delle primarie. Lui, Nichi Vendola, governatore della Puglia, ha già iniziato a girare l’Italia. E questa sera verificherà se la pioggia di adesioni raccolte via Internet sono una realtà o un bluff.
Governatore Vendola, chi è il popolo delle fabbriche?
Sappiamo che sono 2 mila; la metà ha meno di quarant’anni. Ma non sono apparato, non sono burocrazia politica: è la prima volta che si mettono insieme, li conosceremo stasera.
Suvvia, non scherzi…
Non scherzo! C’è una grande speranza, avverto un’onda di entusiasmo, ma nulla è pianificato o pianificabile.
Le Fabbriche di Nichi sono la cinghia di trasmissione di Sinistra e libertà?
Ma nemmeno per sogno! Sono fatte di gente che vota nel modo più diverso, di moltissimi che tornano alla politica dopo le delusioni degli apparati, di molti alla prima esperienza politica.
Lei, di fatto, sta lanciando la sua candidatura.
Detto così è un problema di ambizioni, di carriera personale. Bè, se fosse questo non me ne frega nulla, la partita è un’altra.
Quale?
Io voglio capire se c’è la possibilità di rimettere in moto una una speranza.
Adesso parla in Obamese…
Al contrario. Io non sono un fenomeno, ma un epifenomeno. Provo a rispondere a un’esigenza di novità, non me la invento.
Probabilmente sfiderà Bersani: per via dello statuto il candidato del Pd dovrebbe essere lui…
Le primarie, come si è visto, non sono una gara distruttiva, ma una gara feconda.
A quale domanda lei vuol dare risposta?
In un momento drammatico come quello che viviamo, la ripetizione delle vecchie logiche di partito e di apparato viene percepita come una cerimonia cimiteriale. Anche il centrosinistra si deve rinnovare, deve costruire una nuova alleanza.
Intanto lei a Mestre ha raccolto gli applausi dei militanti della Festa democratica. Che fa, ruba consensi fuori casa?
Non mi sento il rappresentante di una frazione di partito. Durante le primarie dicevo di essere “il vero” candidato del popolo Pd: sono stati anche loro a darmi in consenso per vincere.

Non teme di essere troppo radicale?
Non sono stato mai percepito come il leader di una estremità, ma come il punto di sintesi tra il bisogno di diritti dei settori marginali della società e gli interessi dei ceti produttivi più forti.
In Veneto corteggia il popolo delle partite Iva, a Pomigliano difende gli operai, a Vicenza, scrive Ilvo Diamanti, la applaude Confindustria…
Sì, ma facendo in tutti posti lo stesso discorso! Semmai, se ho un punto di forza, è che voglio rompere la sindrome di Zelig del vecchio centrosinistra…
Zelig? Il camaleontico personaggio di Woody Allen?
Proprio lui. Esattamente come Zelig, in questi anni, la sinistra tende a mimetizzarsi con i suoi interlocutori: padronale con i padroni, vescovile con i cattolici… Io invece provo ad offrire una nuova sintesi, un nuovo alfabeto di priorità.
Mi faccia un esempio.
Sono stato pochi giorni fa all’Expo universale di Shanghai. Visitare i padiglioni della vecchia Europa è stato più istruttivo di mille convegni.
In che senso?
Padiglione tedesco: lo spettacolo penoso del karaoke sull’inno alla gioia. Padiglione francese: una pinacoteca di finti quadri, un Louvre di cartapesta.
E Il padiglione più bello?
Quello cinese. Sali su un tapis roulant, che poi è un fiume, che poi scorre davanti a un murales animato con delle stampe cinesi. Si parte dal villaggio denghiano per arrivare alla nuova Cina.
E il padiglione italiano?
Ecco il punto. Meglio di tedeschi e francesi. Ma cosa ci salva? Il lavoro degli artigiani e il belcanto, l’industria del bello. Ovvero: quello che stiamo smantellando e definanziando nel nostro Paese. Capisce le conseguenze politiche?
Quali?
Perché non possiamo rispondere noi a questa domanda? Perché non è la sinistra a difendere questa idea di innovazione? Questo progetto può tenere insieme gli industriali produttivi del Nord-est e gli operai del Sud.

Secondo Tremonti è la manodopera cinese a fare concorrenza ai nostri operai.
Quando mi hanno intervistato, ho detto che bisogna difendere sia i panda che gli operai di Shenzhen. Bè, non mi hanno censurato. Il regime permette ai giornali di raccontare le tante lotte operaie che si concludono con le multinazionali che raddoppiano gli stipendi.
Agli operai della Fiat è andata peggio…
Quando sono andato a Pomigliano i giornali italiani non hanno scritto una riga. La Fiom, trattata dai media – tranne voi e Il Manifesto – come una setta integralista ha raccolto, sola contro tutti, il 40% dei consensi!
Lei dice che in questi giorni Tremonti è più pericoloso di Berlusconi. È una battuta?
È sotto gli occhi di tutti: siamo all’inizio della fine. Siamo sull’uscio di una fase che può preludere alla dissoluzione del sistema paese.
E Tremonti?
Berlusconi è stato di fatto commissariato da un potere economico, di cui Tremonti è l’espressione e il dominus.
Mi spieghi meglio…
L’attacco alle Regioni messo in atto con questa Finanziaria è usato anche come manovra per mettere fuori i possibili competitor del dopo-Berlusconi.
Si riferisce a Formigoni.
Le do due numeri. Alla Puglia vengono tagliati 365 milioni su un bilancio di un miliardo: una follia. Ma alla Lombardia vengono tagliati 1 miliardo e 600 milioni in due anni!
Cosa le resta dopo i tagli?
Pagati tremila stipendi, nulla. Vuol dire che nel 2011 non è finanziato il fondo per i non autosufficienti, che a pagare sono gli ultimi e i deboli.
A sinistra c’è anche chi lo apprezza, Tremonti.
Negli ultimi due anni l’evasione è aumentata di 20 miliardi, una manovra finanziaria. E il 50% della ricchezza nazionale è finito nelle mani del 10% del Paese. Io preferirei definirlo il ministro dei ricchi. Sono angosciato.

Da cosa?
Dal quadro che emerge: una classe dirigente inquinata di camorristi, massoni e faccendieri strangola il Paese. Anche gli elettori e gli uomini della destra perbene se ne rendono conto.

Dicono che le Regioni devono tagliare gli sprechi inutili.
Ma chi lo dice? Le veline tremontiane? Se è la casta dei ministeri a chiedere sobrietà, in un Paese in cui è vietato tassare le rendite, mi permetto di dubitare. C’è un’Italia pacchiana da battere. È il triangolo dei bermuda e delle bandana… Tremonti-Briatore-Cosentino.
E la Lega?
Mentre a Napoli la camorra attacca manifesti che inneggiano a Cosentino, ieri Bossi cambiava rotta sulle intercettazioni, forse spaventato dalle ultime inchieste: Padania Ladrona?
Ma le primarie ci saranno?
Si sono rivelate il metodo migliore per avvicinare il nostro popolo alla sinistra. Le abbiamo già fatte per Prodi. Non solo sarebbe assurdo: ormai è impossibile non farle.

Toghe logore

Blog | di Luigi De Magistris

19 luglio 2010

Cascini e Palamara dell’Anm sono indignati, il vicepresidente del Csm Mancino dichiara che non si faranno prigionieri, il Capo dello Stato Napolitano sollecitata il repulisti senza clemenza. Le istituzioni e i vertici della magistratura scoprono oggi che all’interno di se stesse esiste una questione morale. Molto bene: meglio tardi che mai. La Procura di Roma ha infatti portato a galla l’esistenza di network neo-piduista e mafioso che ha tentato di condizionare la vita pubblica del paese –esclusioni di liste elettorali (caso Formigoni), processi penali (caso Cosentino), candidature politiche (sempre caso Cosentino, che diviene anche caso Caldoro), sentenze della Consulta (caso Lodo Alfano)- attraverso l’occupazione di ruoli apicali delle istituzioni (tipo la Corte d’Appello di Milano con l’approdo del giudice Marra). Un network che ha coinvolto magistrati e politici legati alla maggioranza o addirittura parte integrante del Governo, i quali erano soliti relazionarsi con faccendieri e politicanti oscuri quanto ambiziosi (Carboni, Lombardi, Martino): gli stessi che soggiornano in carcere per violazione della Legge Anselmi.

Chi sono costoro? Dell’Utri e Verdini, leader del PdL, Cosentino e Caliendo, sottosegretari dell’esecutivo (il primo costretto a lasciare, il secondo forse prossimo a farlo). Cognomi noti alle cronache giudiziarie e che forse si accresceranno nelle prossime ore di sospetti penali aggiuntivi. Nel mondo della giustizia, invece, le toghe coinvolte hanno il nome di Miller (capo 007 del ministero), Carbone (primo presidente della Cassazione), Marra (leggi sopra), Martone (avvocato generale Cassazione). Nomi che si ricollegano a decisioni come la custodia cautelare per Cosentino, l’esclusione della lista del Governatore ciellino alle ultime amministrative, la costituzionalità dello scudo pro Berlusconi: fatti di interesse pubblico, vita del Paese, gestiti come cosa loro, come cosa privata. Sfileranno dunque costoro davanti ai magistrati capitolini e dovranno chiarire. Personalmente hanno già chiarito tutto, avendo avuto modo in prima persona non solo di conoscerli ma di subirli.

Quando mi sono state sottratte illegalmente le inchieste, quando ho denunciato e documentato questo tentativo di fermarmi perpetuato dall’ordine giudiziario stesso, quando sono stato messo spalle al muro e obbligato a lasciare la toga perchè subissato da procedimenti punitivi di ogni risma e perseguitato dall’epurazione con carta da bollo, i loro nomi e i loro volti hanno determinato la mia vita. Sono stati i vari Miller, Mancino, Palamara e Cascini a rendersi protagonisti di una pagina triste che mi ha riguardato e che ha riguardato anche la Procura di Salerno, rea di aver accertato il tentativo di uccisione professionale di cui ero stato vittima, quindi la devianza interna alla magistratura manifestatasi in occasione del mio lavoro. Responsabili diretti oppure indiretti, perché anche il silenzio e l’isolamento contribuisce all’assassinio professionale di quanti si riconoscono in un unico dovere: il rispetto dell’art.3 della Costituzione. Prossimamente il Csm nel suo plenum discuterà di questa nuova questione morale interna. Non nutro speranza in Mancino (lo stesso che deve ancora ricordare se vide o meno Borsellino poco prima che fosse ucciso, lo stesso che scelse come autista l’attuale senatore PdL Fazzone al centro del caso Fondi).

Non nutro speranza in Palamara e Cascini che nessuna misura hanno attuato contro il correntismo delle toghe. Non nutro speranza in Napolitano, che ha avallato provvedimenti epurativi verso magistrati coraggiosi e leggi ad personam che hanno stravolto l’equilibrio democratico. L’unica flebile fiducia la ripongo nel clima nato nel Paese, che mi auguro spinga il presidente del Csm quanto meno ad un’autocritica interna ed intima. Ma è appunto fiducia flebile.
http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DNQV4Oom50d4&h=fa9a6

POST: MI CANDIDO PER SPARIGLIARE IL CENTROSINISTRA

Autore: redazione
“Noi diciamo no ai governi tecnici e a quelli delle larghe intese: le primarie non sono una minaccia per il Pd o per il centrosinistra, e io mi candido per sparigliare questi giochi”.
Nichi Vendola ha così concluso oggi, a Bari, gli Stati generali delle fabbriche di nichi davanti a una platea di circa duemila persone provenienti per il 40% dal resto d’Italia, in molti dal Settentrione. La manifestazione è stata seguita anche attraverso il web e i social network: la fan page di facebook di Nichi Vendola ha raggiunto quota 167.000, con 4.800 nuovi fan negli ultimi tre giorni.
“Dobbiamo vincere”, ha sottolineato Vendola, “ma questo verbo deve essere coniugato fuori dal palazzo, lungo le traiettorie delle vie popolari. Vincere ha un significato se si vince a Pomigliano, a Melfi, se la vittoria ha significato per gli studenti precari, per i ricercatori che sono costretti ad emigrare, per le donne e gli eroi dei nostri giorni, come Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani. Bisogna vincere per ricostruire i codici dei diritti: allora la vittoria è un discorso sulla salvezza del Paese, che guarda all’Europa. È la vittoria di tanti, è la vittoria del popolo che si alza in piedi, non è una vittoria di parte o di partito”.
Vendola ha poi precisato il senso della sua disponibilità alla candidatura. “Perché io?”, ha detto, “perché sono voi quando non sopportate il centrosinistra avendo in mente un mondo diverso da questo. Noi abbiamo due obiettivi da raggiungere: il primo è l’indispensabilità di un metodo democratico che si sottrae alle nomenclature di partito; il secondo è portare nell’arena la domanda di una buona politica. Non c’è buona politica che possa prescindere da un discorso sul buio e sulla luce”. Vendola, infatti, ha titolato così il discorso conclusivo degli Stati generali delle fabbriche di nichi, “lanterne che illuminano gli angoli bui dell’esistente”.
Le fabbriche, come specificato da Vendola, sono un’esperienza autonoma da tutti i partiti, portano in dote il principio di cooperazione e “vogliono accarezzare il centrosinistra, insufflare l’anima della questione della modernità nel momento in cui la destra si presenta come antimoderna”.Questa nuova realtà vuole scuotere “l’albero del centrosinistra per costruire la narrazione di un’Italia migliore”.
Ha poi annunciato i temi chiave di una nuova piattaforma programmatica del centrosinistra: investire nella Bellezza dell’ambiente, dei talenti e dei territori; rilanciare l’Economia attraverso una pressione fiscale più equa, la redistribuzione delle risorse e puntando su qualità e innovazione; sottrarre la Conoscenza alla privatizzazione e alla parcellizzazione dei saperi attraverso il rilancio della scuola e dell’università come elementi fondanti di una cultura diffusa; ristabilire la connessione tra i Diritti e le persone; custodire il patrimonio dei Beni Comuni.
Nichi Vendola ha sottolineato che gli Stati generali delle fabbriche di nichi diventeranno un appuntamento annuale. “Questo è l’equivalente del meeting riminese di Comunione e Liberazione: deve essere per noi il più importante incubatore di intelligenze e della nuova classe dirigente”. “C’è un’Italia migliore”, ha concluso Vendola, “e noi la faremo vincere”.

giovedì 15 luglio 2010

Il ruolo delle donne

15.07.2010
Nella Toscano Sono convintissima che non sono i partiti che devono fare spazio alle donne con le quote o senza le quote, devono essere le donne stesse a conquistare ed a pretendere che le cose cambino e che si vada verso un praticare comune fatto di uomini e donne.
Per arrivare a questo c'è molto da lavorare e c'è da lavorare soprattutto per difendere le nostre libertà, la nostra dignità calpestata, i nostri diritti mai così a rischio come oggi.
C'è un potere maschile che utilizza le donne come oggetto di scambio, che mortifica le donna nella rappresentazione fuorviante che ne danno i media, dove l'unica cosa che conta sono le belle nudità messe in evidenza.
Io mi domando: è solo colpa degli uomini e del potere o è anche colpa delle donne????
Certo è che la maggior parte di quelle pochissime che hanno raggiunto luoghi di potere non hanno disdegnato scorciatoie, mi riferisco alle elette nelle ultime elezioni nazionali la cui scelta, come ebbe ad affermare Adriano Sofri nel libro di Lilly Gruber, è stata persino irritante. Non è questo tipo di donne che mi piace sostenere, io ritengo assolutamente necessario che le donne partecipino alla vita politica del paese per dare il loro contributo a cambiare questo paese sconguassato da una destra fascista e da una inesistente opposizione, ma devono farlo non chiedendo spazi che mai nessuno concederà, possiamo starne certe, ma con la conquista che viene dalle competenze e dal merito, così come dobbiamo pretendere che la stessa cosa avvenga per gli uomini, fino ad oggi scelti anche loro in base all'appartenenza o alla fedeltà ai vari ras di turno.
La rivoluzione gentile delle donne di sinistra che la rete delle donne sta portando avanti con determinazione vuole davvero lavorare per cambiare le cose, perchè consapevole che così non si può più andare avanti.
Costruiamo la rete promossa dalle donne, a cui possono partecipare anche gli uomini,che serve a farci tornare nei territori, ormai abbandonati alla politica, per riprenderci gli spazi di democrazia che ci vengono quotidianamente negati, per parlare con la gente e rappresentargli la realtà drammatica quale essa è, per far si che consapevolmente possano scegliere quando sarà consentito di tornare alle urne, per evitare che possano ancora credere alle menzogne che ci vengono propinate a piene mani dai media.
Questa è la sfida, altre strade non ce ne sono e le donne se lo vogliono possono dare un contributo determinante così come hanno fatto le donne della Puglia, che hanno consentito la vittoria di Vendola.
La sfida è ben più grande della semplice richiesta di attenzione e di spazio nei partiti.
Ma quali partiti poi????
Impegnarsi con la rete significa lavorare, penso anche duramente, per un cambiamento possibile che vede le donne protagoniste per la difesa della propria libertà, dignità e diritti, cose tutte calpestate da questa politica e che nessuno, dico nessuno, ha cercato di difendere, nemmeno le parlamentari di sinistra, ahimè!!!!
Nella Toscano
Referente regionale della rete delle donne

martedì 13 luglio 2010

LEGGE BAVAGLIO Intercettazioni, interviene l'Onu "Legge da abolire o modificare"

Le Nazioni Unite chiedono al governo di intervenire sul ddl perché "può minare il diritto alla libertà di espressione" e annunciano missione nel 2011 per verificare situazione. Frattini: "Sconcertato e sorpreso"

Intercettazioni, interviene l'Onu "Legge da abolire o modificare"


GINEVRA - Anche l'Onu boccia la legge-bavaglio: non solo chiede al governo di "sopprimere o rivedere" il discusso ddl intercettazioni, ma annuncia una missione in Italia, nel 2011, per esaminare la situazione della libertà di stampa e il diritto alla libertà di espressione. A lanciare l'allarme è il relatore speciale sulla libertà di espressione delle Nazioni Unite, Frank La Rue, che in un comunicato chiede al governo italiano di "abolire o modificare" il disegno di legge sulle intercettazioni perché "se adottato nella sua forma attuale può minare il godimento del diritto alla libertà di espressione in Italia".

Un avvertimento che ha "spiazzato" il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che si dice "fortemente sconcertato e sorpreso per la posizione del rappresentante dell'Onu" sul ddl intercettazioni". In "tutti i paesi democratici il parlamento è sovrano e decide" ha aggiunto, e comunque "le proposte legislative prima vanno lette".

La Rue, incaricato dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite di monitorare la situazione del diritto alla libertà di opinione e di espressione nel mondo, auspica sul tema della libertà di stampa l'avvio di discussioni tra l'Onu e il governo italiano. Il relatore si è detto "consapevole" del fatto che il disegno di legge vuole rispondere alle preoccupazioni relative "alle implicazioni della pubblicazione delle informazioni intercettate per il processo giuridico e il diritto alla privacy". Ma ha precisato che "nella sua forma attuale non costituisce una risposta adeguata a tali preoccupazioni e pone minacce per il diritto alla libertà di espressione".

Ricordando le manifestazioni del 9 luglio 1 scorso contro il ddl, l'esperto ha quindi raccomandato al governo di non "adottarlo nella sua forma attuale, e di impegnarsi in un dialogo significativo con tutte le parti interessate, in particolare giornalisti e organizzazioni della stampa, per garantire che le loro preoccupazioni siano prese in considerazione". E si è detto pronto "a fornire assistenza tecnica per garantire" il rispetto di "standard internazionali dei diritti umani sul diritto alla libertà di espressione".

Secondo il disegno di legge 1415, ricorda la nota, chi non è accreditato come giornalista professionista può essere condannato alla reclusione fino a quattro anni per la registrazione di qualsiasi comunicazione o conversazione senza il consenso della persona coinvolta e la diffusione di tali informazioni. "Una sanzione così severa - ha sottolineato l'esperto - minerebbe seriamente il diritto di tutti gli individui a cercare e comunicare informazioni, in violazione della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, di cui l'Italia è parte".

La Rue ha inoltre espresso preoccupazione per la prevista introduzione di una sanzione per i giornalisti e gli editori che pubblicano materiale intercettato prima dell'inizio di un processo. "Una tale punizione, che include fino a 30 giorni di carcere e una sanzione fino a 10mila euro per i giornalisti e 450mila euro per gli editori, è sproporzionata rispetto al reato", ha affermato. Inoltre, "queste disposizioni possono ostacolare il lavoro dei giornalisti di intraprendere giornalismo investigativo su questioni di interesse pubblico, quali la corruzione, data l'eccessiva durata dei procedimenti giudiziari in Italia, sottolineata a più riprese dal Consiglio d'Europa", ha osservato La Rue.

Idv: "Onu conferma inaudita gravità". "Dopo il dipartimento della Giustizia americano, dopo l'Osce 2, ora persino l'Onu dice che il ddl intercettazioni va abolito" commenta il presidente dei deputati di Idv, Massimo Donadi, secondo il quale "una simile concentrazioni di critiche, tutte provenienti da organismi internazionali - sottolinea - non conosce precedenti e si giustifica soltanto con l'inaudita gravità di un provvedimento che è insieme criminogeno e lesivo del fondamentale diritto costituzionale alla libertà di informazione". "Ci domandiamo - aggiunge l'esponente dipietrista - cosa aspetti ancora questa maggioranza a prendere atto che, per seguire i deliri senili anti-giudici e anti-stampa di Berlusconi, sta mettendo a rischio la sicurezza e la credibilità del Paese".

Diliberto: "Richiamo Onu non può essere disatteso". "Il governo ritiri la legge, a meno che non voglia dichiarare guerra all'Onu" dichiara Oliviero Diliberto, segretario del Pdci. "Il richiamo delle Nazioni Unite, che boccia senza appello il testo sulle intercettazioni, non può essere disatteso. La legge incivile del governo non può passare, in caso contrario il nostro Paese diventerebbe lo zimbello del mondo".

Capezzone: "Onu si occupi di dittature". "Da antico e convinto militante dei diritti umani e civili - afferma Daniele Capezzone, portavoce del Pdl - troverei utile che i funzionari dell'Onu dedicassero il loro tempo a contrastare le dittature, che troppo spesso dettano legge, o trovano comunque sostegno e copertura, anche nei comportamenti del Palazzo di Vetro. Lo sanno bene gli oppressi di tanti regimi, che in troppe occasioni hanno dovuto fare i conti con i comportamenti e le scelte di questo o quell'organo, di questo o quell'ufficio, di questo o quel funzionario delle Nazioni Unite". "E' invece paradossale che si entri nei processi legislativi di uno Stato libero e democratico. Ed è ancora più paradossale che si faccia finta di non vedere che in nessun Paese dell'Occidente avanzato esiste un malvezzo di pubblicare lenzuolate di intercettazioni, in spregio della legge, in clamorosa violazione del segreto istruttorio, travolgendo i diritti dei cittadini, come invece continua ad accadere in Italia".

Bongiorno: "Ok novità ma testo migliorabile". Intanto il governo procede con le modifiche al ddl. "Sono apprezzabili le proposte emendative della maggioranza 3 nelle parti relative ai presupposti e alle limitazioni temporali delle intercettazioni" afferma il presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno. "Cercherò di contribuire a questi innegabili miglioramenti - aggiunge - con alcuni emendamenti in tema di responsabilità giuridica dell'editore, intercettazioni dei parlamentari, intercettazioni ambientali e intercettazioni dei reati che riguardano ignoti".

Udc: "Bene modifiche ma restano nodi". "Le modifiche proposte dalla maggioranza sono senz'altro positive perché recepiscono numerose osservazioni delle opposizioni e migliorano il testo licenziato dal Senato. Restano tuttavia ancora alcuni nodi insoluti: sull'informazione libera da condizionamenti e sulla semplificazione delle procedure che rallentano e complicano le indagini" dichiarano in una nota congiunta i deputati Michele Vietti, Roberto Rao e Lorenzo Ria, componenti dell'Udc della commissione Giustizia della Camera.

(13 luglio 2010) © Riproduzione riservata

Case, arriva l'imposta municipale. Emilia e Liguria le più tartassate. Si pagherà fino a 661 euro a testa

I sindaci potranno manovrare elevando la tassa attraverso una addizionale. Agli attuali tributi si aggiungono Tarsu, cedolare secca e il gettito delle case fantasma

La domanda è: i cittadini pagheranno di meno o di più? E ai Comuni basterà o dovranno potenziarla in futuro? La "municipale", l'ultima nata della categoria, la nuova imposta unica sugli immobili, detta anche "Service tax", fa già discutere. Anche perché i conti non tornano e ogni giorno si aggiunge l'ingrediente a sorpresa, a nutrire una torta da 30 miliardi di euro. Denari che i sindaci, gongolanti, potranno gestire dal 2012 in autonomia, 20 miliardi in più di quanto oggi incassano con l'Ici.
Ma che impoveriranno un equivalente gettito "centrale", fatto anche di trasferimenti agli stessi Comuni. Una coperta troppo corta? La nuova tassa locale, pilastro di esordio del federalismo, è comunque in dirittura d'arrivo. Potrebbe essere varata già il 31 luglio, con l'approvazione del decreto attuativo, uno dei cinque "federali". Soddisfatto Tremonti ("Il federalismo municipale porterà più trasparenza, più democrazia e poi verranno fuori bei soldi dal recupero dell'evasione"). Molto soddisfatta la Lega, ministro Calderoli in testa, che si attribuisce il merito della "politica delle formichine". Recupera di qua, recupera di là fanno, appunto, 30 miliardi.

Ma cosa c'è dentro la "municipale"? Tutte le imposte legate agli immobili (per il possesso o il trasferimento del bene), destinate ora all'accorpamento. All'inizio erano quattro: Ici (sulle seconde case), imposta ipotecaria e catastale, imposta di registro e Irpef riconducibile agli immobili. Poi, proprio Calderoli in un'intervista al Sole 24 Ore di ieri, ne ha aggiunte altre tre: la Tarsu (rifiuti), 4,2 miliardi, un'imposta forfettaria sulle case fantasma, 1,5 miliardi (meno dei 5 miliardi ipotizzati dal ministro), e la cedolare secca sugli affitti al 23% che vale 1,8 miliardi. "I Comuni potranno introdurre o meno la tassa", dice Calderoli che non esclude un'ulteriore addizionale per riunificare "gli altri tributi comunali come la Tarsu e che i sindaci potranno spostare in su o in giù". Una leva lasciata nelle mani dei primi cittadini che apre, pericolosamente, l'incognita: si pagherà di più o di meno?

Secondo le previsioni di calcolo della Cgia di Mestre, la "municipale" costerà 432 euro ad ogni italiano. Liguri ed emiliani tra i più tartassati, dovranno rispettivamente 670 e 611 euro. Record per i valdostani, 704 euro. Chiudono la classifica i molisani con 274 euro. Sopra la media nazionale, i marchigiani (586), i toscani (555), i lombardi (498), i piemontesi (472). Ma è solo una stima e per difetto. Il tributo sarà dovuto da tutti i possessori di qualsiasi immobile, situato nel territorio comunale e diverso dalla prima casa.

Le prime critiche alla Service tax arrivano dall'interno della maggioranza. "La cedolare secca sugli affitti non ha niente a che vedere con il federalismo, ma riguarda l'Irpef nazionale", attacca Mario Baldassari, senatore Pdl, membro della commissione sul federalismo. "Avevo proposto di inserirla nella manovra e avevo trovato anche la sua copertura, visto che la cedolare comporta circa 1,8 miliardi in meno di gettito Irpef: bastava anticipare al 2011 i tagli alla spesa della pubblica amministrazione. E invece l'emendamento è stato bocciato. Ora invece arriva la proposta del 23%, definita come una manna per i comuni. Ma chi paga? I comuni stessi, probabilmente, con meno trasferimenti. I miracoli non esistono".



http://bologna.repubblica.it/cronaca/2010/07/12/news/case_arriva_l_imposta_municipale_emilia_e_liguria_le_pi_tartassate-5532466/

Giustizia e intercettazioni a Telelombardia con Martinelli e Boni

Una boccata d’ossigeno_5

Una boccata d’ossigeno_5

Marra e la nuova P2, se così fan tutti

di Peter Gomez 12 luglio 2010
In tempi di cricche e di logge massoniche o para-massoniche deviate, il Paese per uscire dal fango ha bisogno di segnali. Il livello – bassissimo – con cui viene amministrata la cosa pubblica è sotto gli occhi di tutti. E ormai, persino gli indagati e i carcerati, non nascondono più quello che accade. Per accorgersene basta dare un’occhiata a Il Giornale di domenica che riporta il racconto del coordinatore del Pdl, Denis Verdini, sui suoi rapporti con Flavio Carboni. Cioè con il faccendiere piduista impegnato a fare affari nel mondo dell’energia eolica, presentato a Verdini da Marcello Dell’Utri.

Verdini, senza il minimo imbarazzo, ammette di aver sponsorizzato la nomina a big boss di Arpa Sardegna (l’agenzia per l’ambiente) di Ignazio Farris solo perché il favore gli era stato chiesto da Carboni che aveva dato “una mano nella campagna elettorale di Cappellacci (Ugo, attuale governatore sardo ndr)”. Conferma che il suo quotidiano, Il Giornale della Toscana, ha ricevuto grosse somme di denaro dal pluri-pregiudicato amico di Marcello. E si giustifica dicendo che in fondo Carboni era pure stato amico dell’ex-editore di Repubblica, Carlo Caracciolo.

Ancor meglio fa Carboni. Chiuso nella sua cella il settantottenne piduista parla con un parlamentare e, secondo il Corriere della Sera – che nasconde la notizia nelle ultime righe di un pezzo pubblicato sabato a pagina 17 – dice: “Sono io che ho coperto la testa di Silvio Berlusconi. Io che gli ho dato anche una delle case dove sta (villa La Certosa ndr)”.

I messaggi insomma viaggiano ormai a livello di “utlilizzatore finale”. E in attesa che il film horror arrivi ai titoli di coda è forse arrivato il momento di chiedersi cosa fare per costruire il dopo. In ballo infatti non ci sono più solo le finanze di un Paese messo in ginocchio dai 60 miliardi che la corruzione sottrae ogni anno dalle casse dello Stato. In gioco c’è pure il tessuto sociale italiano.

Per questo oggi va recuperato il valore dell’esempio. E un primo passo in questa direzione lo deve fare la magistratura: uno dei poteri dello Stato che la nuova P2 cercava d’infiltrare. Non tanto indagando o (se è il caso) arrestando. Ma dimostrando coi fatti che anche in Italia ci sono categoria in cui i comportamenti virtuosi hanno un valore. Per questo due prese di posizione s’impongo.

La prima: le dimissioni di Alfonso Marra da presidente della Corte d’Appello di Milano.

Le intercettazioni tra lui e il confratello di Carboni, Pasquale Lombardi, che riportiamo nel nostro sito, sono inequivocabili. Marra ha brigato con Lombardi per ottenere la nomina da parte del Csm alla poltrona che ora occupa. E poco importa che non sapesse di come Carboni e Lombardi fossero una cosa sola. O che le successive richieste di favori (in una causa riguardante la lista Formigoni) siano state respinte al mittente. Su un magistrato che occupa una posizione così importante non vi possono essere dubbi di sorta. Marra dunque deve farsi da parte. E i suoi colleghi hanno il compito di spingerlo a questa decisione.

La seconda presa di posizione deve poi arrivare dall’intera Anm. O meglio ancora dall’intero Csm (nel quale alcuni membri hanno tenuto comportamenti più che discutibili). D’ora in poi i magistrati, prima di accettare inviti a convegni o viaggi studio, dovranno informarsi su chi sono gli organizzatori.

La vicenda della nuova P2 e di questo fantomatico “centro studi giuridici” di Lombardi che metteva in piedi (a spese di chi?) incontri tra magistrati in lussuosi e costosi alberghi italiani, è emblematica. Queste iniziative servivano infatti per tentare di agganciare le toghe. Certo, poi, tra i convegnisti la maggior parte era di fatto inavvicinabile. Ma il punto è un altro: chiedersi chi paga, per i giudici (ma non solo per loro) deve diventare un obbligo.

In Italia i tempi del cambiamento si stanno avvicinando a grandi passi. La nostra classe dirigente scricchiola sempre più paurosamente. Ora però c’è una società da ricostruire. E bisogna farlo dal basso. Partendo non dalle manette, ma dagli esempi. Altrimenti i Verdini e i Dell’Utri rimarranno sempre al loro posto. E nessuno potrà dir loro che hanno davvero torto.

giovedì 8 luglio 2010

Il cambiamento possibile!!

Oggi alle 20.47
La rete delle donne che siamo impegnate a costruire non è di un gruppo di donne, è promossa dalla donne, ma coinvolge anche gli uomini che vi possono partecipare per elaborare insieme un percorso che possa essere utile ed insieme determinante per il rinnovamento della politica, di cui si avverte l'urgenza e la necessità per fare uscire il paese da questa grave crisi morale e politica.
E' infatti positivo che al gruppo, che ho costituito su fb: Puglia chiama Sicilia: la rivoluzione gentile delle donne di sinistra, hanno aderito con molto entusiasmo e speranza anche gli uomini.
E' bene precisare che il nostro obiettivo non sono le rivendicazioni di genere di vecchia memoria, nè tanto meno vogliamo costruire recinti, ma è quello di dare un contributo perchè questa politica possa cambiare e per cercare la strada dell'unità a sinistra.
Gli uomini con i loro partiti ad oggi non ci sono riusciti, anzi hanno reso la situazione ingovernabile, allora noi diciamo: possiamo provarci noi donne???'
Io penso che abbiamo il dovere di farlo, ma per riuscirci abbiamo prima di tutto bisogno di crederci noi stesse, alzare steccati e non avere fiducia nelle nostre capacità è davvero un grosso guaio.
In passato questo atteggiamento ci ha tenuto ai margini della politica e noi oggi non vogliamo rimanerci, prima per noi stesse e poi per le generazioni future!
Le donne della Puglia ci hanno indicata la strada da loro percorsa, che le ha portato a raggiungere un traguardo importante con la vittoria di Vendola, e noi la vogliamo seguire questa strada per cercare di cambiare il nostro sfortunato Paese!
Nella Toscano
Referente Regionale

mercoledì 7 luglio 2010

Cosa rimane indosso al Re

di Peter Gomez

7 luglio 2010
La sconvolgente immagine di migliaia di terremotati che cingono d’assedio la residenza privata del Presidente del Consiglio, dopo essere stati manganellati dalla polizia, in altri Paesi rappresenterebbe il fotogramma finale di qualunque esecutivo. Anche perché Silvio Berlusconi, mentre fuori la folla protestava (pacificamente) perché il governo aveva deciso di far pagare con gli arretrati le tasse a chi non ha ancora una casa e un lavoro, era semplicemente a pranzo con i suoi ministri e discuteva cosa fare sulla legge bavaglio.

Ragionava cioè su una norma illiberale che il Parlamento dei nominati ha votato, su sua richiesta, all’esclusivo scopo di impedire ai cittadini di essere messi al corrente delle innumerevoli ruberie di cui si è resa protagonista questa classe dirigente. Una legge su cui tutti (o quasi) avevano consigliato al premier di non insistere. E che, come era perfettamente prevedibile, si è alla fine rivelata una pericolosissima mina per l’esistenza stessa del governo.

Un capriccio, insomma. Al pari dei capricci di Maria Antonietta che quando il popolo chiedeva pane rispondeva “se è finito, mangino brioche”.

Ora, è del tutto ovvio che nessuno si augura che il Cavaliere faccia la stessa fine della regina poi ghigliottinata. Ed è altrettanto ovvio che in democrazia le uniche rivoluzioni devono essere non violente ed esercitate tramite il voto e il Parlamento.

Ma è altrettanto chiaro che, arrivati a questo punto, un qualunque tipo di capovolgimento politico s’impone per il bene del Paese. Nonostante in 100 deputati in più rispetto all’opposizione, il governo si è dimostrato assolutamente incapace di fronteggiare la crisi economica. Due anni sono stati persi per cercare di risolvere le questioni personali di Berlusconi con la giustizia. E anche se, tra gli elettori del Pdl ve ne sono ancora molti convinti (secondo noi a torto) che il premier sia un perseguitato, le persone di buon senso non possono che arrivare a una conclusione: Berlusconi non conviene.

L’Italia non ha più un minuto da perdere. Deve essere governata da qualcuno che non trascorre i suoi fine settimana ad Arcore o in Sardegna circondato da simpatiche fanciulle. Ci vuole un esecutivo fatto di persone responsabili, grandi lavoratrici e possibilmente giovani (o più giovani) perché chi è arrivato a 74 anni di età ha tutto il diritto (e anzi, in questo caso, il dovere) di mettersi in pensione.

Prima che ciò accada, però, occorrerà ancora del tempo. Il motivo per cui le immagini dei terremotati manganellati, dopo essere stati ingannati e offesi, non sono ancora sufficienti per arrivare a una caduta, è semplice. Chi doveva diffonderle nell’immediato (il Tg1 delle 13,30) non lo fa come dovrebbe. E cosi ai cittadini - ma in questo vi è pure una grossa responsabilità dell’opposizione – non viene nemmeno ricordato che il braccio sinistro del premier sotto assedio, Cesare Previti, è un corruttore di giudici, mentre quello destro, Marcello Dell’Utri, è un uomo dai rapporti talmente forti con Cosa Nostra da essere stato per due volte condannato per fatti di mafia.

Eppure ricordarlo sarebbe utile per capire come sia falsa pure l’immagine del Berlusconi imprenditore di successo. Come sia fasulla la favola dell’uomo in grado di trasformare in oro tutto quello che tocca (e quindi anche l’Italia).

L’origine delle fortune del Cavaliere è in parte oscura e in parte (purtroppo) chiarissima. Berlusconi si è fatto strada nella vita grazie a rapporti con la politica basati su scambi di denaro (21 miliardi di lire a Craxi, 70 milioni versati da Gianni Letta al segretario Psi, Antonio Cariglia, 300 milioni dati da Aldo Brancher al ministro della sanità De Lorenzo) e grazie alla compravendita di magistrati che gli hanno così regalato sentenze e aziende (la Mondadori).

La sua abilità in campo economico non ha nulla di grandioso. È solo quella del più furbo e del più spregiudicato. Non per niente tutte le soluzioni fin qui adottate dal suo esecutivo per far cassa s’inseriscono in questo filone: condoni fiscali ed edilizi, denaro in nero fatto rientrare dall’estero.

Ora però i nodi stanno venendo al pettine. E nonostante l’informazione di regime, anche grazie al sacrificio dei terremotati aquilani, il re, se pure non è ancora nudo, è almeno un po’ meno vestito di prima.

E così, cercando di non restare senza pantaloni, Berlusconi corre sempre più veloce lungo la discesa. Ma la strada è ripida. E tutti sanno, anche nel suo governo, che tra poco inciamperà.

Foto dell’imbarco, 25-06-2010, di Luna Coppola

Foto dell’imbarco, 25-06-2010, di Luna Coppola

Foto dello Sbarco, 26-06-2010, di Andrés Pardo

Foto dello Sbarco, 26-06-2010, di Andrés Pardo

Lo Sbarco visto da Genova

Lo Sbarco visto da Genova

Il faro di Genova

Il faro di Genova

Reportage fotografico di Luca Neve

Reportage fotografico di Luca Neve

Dedica di Luca Neve

Dedica di Luca Neve

Lo Sbarco, récit d’un débarquement militant

Lo Sbarco, récit d’un débarquement militant

Documentario girato prima dell’imbarco

Documentario girato prima dell’imbarco

Testimonianze per Lo Sbarco

Testimonianze per Lo Sbarco

lunedì 5 luglio 2010

E così hanno deciso che le donne andranno in pensione a 65 anni!!!

E' di oggi la bella notizia che è passato l'emendamento che prevede l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne a 65 ani!!
Quello che è più drammatico è vedere come si sia arrivato a questo risultato nel quasi totale silenzio delle donne e senza che l'opposizione abbia fatto una pur minima battaglia per cercare di corregge questa ingiustizia.
Si perchè di ingiustizia si tratta, di ingiustizia basata sulla menzogna, perchè è stato fatto passare il messaggio che in tutta Europa vige tale regola, quando tutti sanno che non è così.
E' un'ingiustizia, non già perchè le donne aspirano ad avere un diverso trattamento rispetto agli uomini, ma perchè in questo paese nessuno ha mai fatto qualcosa per aiutare le donne a sopportare il carico di incombenze che portano da sempre sulle loro spalle: la maternità con tutto quello che comporta, la cura della casa e la cura dei propri cari anziani e di quelli ammalati.
Dove sono i servizi che tutti promettono e nessuno mantiene per alleggerire il peso delle donne??
Semplicemente in Italia non ci sono e le donne dovranno sobbarcarsi tutto con l'aggiunta di altri cinque anni e più di lavoro!
Davvero ingrato questo paese con le donne!
Tenute fuori o meglio emarginate dai luoghi dove si decide, continuano a subire non solo quest'altra prevaricazione che si abbatte sulla loro testa, ma anche lo sfacelo che questa società gestita nella quasi totalità da soli uomini ha sbattuto e continua a sbattere in faccia a tutti!!!
Io credo che è giunto anche per le donne il tempo di alzare la testa e di pretendere di partecipare in modo paritario per davvero alla ricostruzione di questo paese, forse solo così possiamo sperare di uscire da questa disperante situazione.
Per questo stiamo costruendo la rete delle donne ed auspichiamo che le donne si rendano conto della necessità di fare questo, per noi e per le generazioni future, non possiamo lasciare a quest'ultimi solo macerie!!
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Mi pare opportuno riportare quanto si legge su La Repubblica a Tal proposito:
" via libera della Commissione bilancio del Senato all'emendamento del relatore, Antonio Azzollini (Pdl), sulle pensioni, che prevede, tra l'altro, l'innalzamento a 65 anni a partire dal 2012 dell'età pensionabile per le lavoratrici della pubblica amministrazione e l'adeguamento dei requisiti anagrafici di pensionamento alle aspettative di vita media, calcolata dall'Istat, che scatterà nel 2015. Confermata la correzione del cosiddetto 'refuso', ossia quella norma che includeva nell'aumento anche il requisito dei 40 anni di contributi. Nella versione approvata questo rifermento è stato cancellato, quindi chi matura 40 anni di contributi potrà continuare ad andare in pensione indipendentemente dall'età.

Ma c'è un'altra novità. Il primo adeguamento dell'età anagrafica è previsto nel 2015 e la norma stabilisce che sarà di 3 mesi. Il secondo adeguamento, secondo un emendamento della senatrice, Maria Ida Germontani (Pdl) approvato in commissione, scatta nel 2019, dopo quattro anni e non più dopo un solo anno (come invece stabiliva l'emendamento originale del relatore). Successivamente gli adeguamenti sono sempre con cadenza triennale. E' soggetto all'adeguamento il requisito dei 65 anni per la pensione di vecchiaia, ma anche per la pensione sociale, e il requisito anagrafico previsto nel sistema delle 'quote' (somma di età anagrafica e contributi).

Le proteste. Contro la manovra torna a protestare la Cgil torna denunciando come "dietro il cosiddetto 'refuso' sui 40 anni, il governo stia attuando un cambiamento strutturale del sistema pensionistico". In una nota la segretaria confederale dell'organizzazione sindacale, con delega alla previdenza, Vera Lamonica, punta il dito contro il governo che "dopo aver affermato che non sarebbe stato necessario cambiare nulla, perché com'è noto il sistema è in equilibrio, ora oltre che continuare a prendere risorse dalla previdenza per fare cassa, per la prima volta, si convogliano le risorse che il governo pensa di ottenere con l'innalzamento dell'età pensionabile delle dipendenti pubbliche, nel fondo presso la presidenza del Consiglio".

Secondo la Cgil in questo modo "si riduce la solidarietà interna al sistema, dando un ulteriore colpo al futuro pensionistico dei giovani, già fortemente a rischio". Lamonica ricorda inoltre che "le donne del pubblico impiego andranno in realtà in pensione minimo a 67 anni per effetto della somma di: innalzamento dell'età a 65 anni; un anno in più della finestra a scorrimento; l'innalzamento di 3 mesi nel 2015 e 3 o 4 nel 2016, a seguito dell'adeguamento obbligatorio alle aspettative di vita che si vorrebbe anticipare e realizzare in entrambi gli anni piuttosto che a cadenza triennale. Peraltro per tale adeguamento la norma prevede ben altra procedura di applicazione, e non un 'decreto direttoriale' che così sfugge a qualsiasi controllo parlamentale".
Non so cosa potrà fare la CGIL per impedire tutto questo, ma credo che un sindacato come la CGIL dovrebbe fare di tutto per bloccare questo governo.
Lo farà?
Si sveglierà da questo torpore filo PD???
Nella Toscano