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giovedì 20 maggio 2010

La Cricca e quelle coincidenza sospetta sulle date

20 maggio 2010
Giorgio Frasca Polara

Un altro aspetto, meno noto ma ugualmente grave, dello scandalo della cricca che faceva capo al costruttore Diego Anemone, appena scarcerato ma sempre in libertà vigilata, e al direttore generale dei Lavori pubblici Angelo Balducci, che invece resta ancora in carcere, attende da due anni esatti un chiarimento da parte del presidente del Consiglio in persona, Silvio Berlusconi. In pratica: sarebbe opportuno sapere se, come e quando il gruppo Anemone (consociate e subappaltatori compresi) era in possesso del Nosc, il famoso nulla osta sicurezza complessiva, senza il quale non si possono gestire appalti pubblici in edifici destinati a compiti istituzionali o comunque protetti dal segreto o da apparati appunto di sicurezza.

Già il 27 maggio 2008 il deputato del Pd Antonio Rugghia aveva sollevato la questione in una interrogazione bellamente ignorata dal Cavaliere. Ora Rugghia torna alla carica con un’altra interrogazione, questa volta molto documentata: date, luoghi d’intervento, cifre degli appalti. Dodici esattamente, almeno quelli a conoscenza del deputato democratico che sottolinea come l’inosservanza delle disposizioni (emanate dalla stessa presidenza del Consiglio e la cui esecuzione è affidata agli organi di intelligence) possa comportare danni all’economia, alla difesa e alla sicurezza dello Stato oltre che al patrimonio di tecnologie destinate a garantire l’inviolabilità. E veniamo agli appalti affidati ad Anemone tra il 2002 e il 2009.

- ristrutturazione degli ambienti destinati alla Sala Situazioni, all’area di crisi, agli uffici e all’archivio del ministero dell’Interno; valore dell’appalto: 2 milioni e 494mila euro; 19 settembre 2002;

- adeguamento dei locali sala stampa, sala conferenze e locali limitrofi di Palazzo Chigi, committente la presidenza del Consiglio; valore: 3 milioni e 102mila euro; 13 novembre 2002;

- sistemazione, ristrutturazione, riqualificazione della sala conferenze della palazzina Trevi e della palazzina della direzione dell’Istituto superiore della polizia; valore 999mila euro; 13 novembre 2002;

- ristrutturazione, adeguamento funzionale e finitura dell’edificio demaniale di Villa Madama in uso al cerimoniale diplomatico della presidenza del Consiglio; valore 776mila euro; 22 novembre 2002;

- risanamento igienico ed eliminazione infiltrazioni d’acqua del commissariato di Ps di Santo Stefano del Cacco a Roma, committente il ministero dell’Interno; valore 1 milione e 820mila euro; 30 dicembre 2002;

- riqualificazione scala e corridoi della palazzina dell’Unità di crisi della caserma dei carabinieri Palidoro a Tor di Quinto, Roma; valore 1 milione e 627mila euro; 5 febbraio 2003;

- realizzazione di un ambiente adibito a sala gestione Grandi crisi del ministero dell’Interno; valore 274mila euro; 16 novembre 2003;

- ristrutturazione, adeguamento funzionale e impianti integrati di sicurezza della caserma Zignani, sede del Sisde a Roma; valore circa 8 milioni e mezzo; 28 luglio 2004;

- integrazione degli impianti di sicurezza ancora caserma Zignani; valore 3 milioni e 221mila euro; 27 dicembre 2004;

- realizzazione del nuovo istituto penitenziario di Sassari; valore 43 milioni e 824mila euro; 17 maggio 2006;

- riqualificazione della palazzina di piazza Galeno in Roma in uso al Comando generale della Guardia di finanza; valore 818mila euro; 11 gennaio 2008;

- costruzione del padiglione per i detenuti al 41-bis del carcere di Sassari; valore 14 milioni e 279mila euro; 25 novembre 2009.

E per finire, vi siete per caso chiesti perché sono citate sempre anche le date della concessione degli appalti? Quelle date corrispondono sempre (tranne in un caso: era in corso lo scambio delle consegne con Prodi) alla vigenza di un governo – il secondo, e poi il terzo, e poi quello in carica – presieduto da Silvio Berlusconi; e, particolare non meno significativo, ben spesso lavori appaltati dal ministero dell’Interno sono stati assegnati quando al Viminale c’era Claudio Scajola. Già, quello che acquistò la casa vista Colosseo con ottanta assegni staccati proprio da Anemone…

Crisi e problemi della Giustizia: quali riforme?

18 maggio 2010
Maurizio Flick

Palazzo Ducale Genova

Lo scorso 26 aprile, presso la Sala del Munizioniere del Palazzo Ducale, il circolo genovese di LeG ha organizzato un incontro sulla crisi della giustizia e le possibili riforme in grado di arginare i problemi che troppo spesso toccano questo settore.
I relatori, Claudio Viazzi presidente del Tribunale di Genova e Guido Alpa presidente del Consiglio Nazionale Forense, sono stati intervistati dal professor Vincenzo Roppo.
Dall’incontro è emerso come il capitolo delle riforme della giustizia italiana sia da sempre tra i più nevralgici e affatto “neutrali” per la vita dei cittadini: la giustizia attinge le esigenze, anche più spicciole, dei consociati. La giustizia è e deve essere considerata a un tempo un “servizio” pubblico offerto alla collettività, cui corrisponde una “domanda di giustizia” e una domanda di servizi il più possibile rapidi e di qualità, e “funzione fondamentale dello Stato”, cioè uno dei poteri statuali che concorre a delineare l’architettura politico-costituzionale di un sistema.
E’ a partire da questa bipartizione che i relatori hanno ragionato delle possibili riforme della giustizia italiana, intesa sia nel suo aspetto più organizzativo (servizio ai cittadini), sia nella sua dimensione più costituzionalistica (funzione primaria dello Stato nei suoi rapporti con gli altri poteri appartenenti al modello costituzionale interno).

La irragionevole durata dei processi

Nel primo senso, uno dei problemi (rectius, patologie) più drammatici della giustizia italiana affrontati è stata la famigerata “irragionevole durata dei processi”, soprattutto civili (un discorso a parte andrebbe fatto per le cause penali, in cui la durata interminabile dei processi è anche il portato delle numerose garanzie offerte all’imputato).
Esso costituisce il “tallone d’Achille” del sistema, che alimenta un circolo vizioso, in cui gli unici a “festeggiare” sono i milioni di debitori che si sottraggono sistematicamente ai pagamenti e alle proprie responsabilità, sfruttando appunto la lentezza estenuante delle cause civili.
I relatori hanno fornito un quadro desolante della “salute” giudiziaria italiana, per mezzo di dati statistici molto autorevoli, quali i Rapporti 2004-2008 della Banca Mondiale Investimenti, in cui si sconsiglia caldamente di investire nei nostri mercati per il deficit di certezza del tempo del processo e quindi di certezza del diritto oppure gli ultimi reports della Banca d’Italia.

Le disfunzioni

Sono state evidenziate molteplici cause e concause di questo fenomeno capillare e preoccupante. Vi sono fattori positivi, come:
- la moltiplicazione dei diritti delle persone, che si traduce, com’è ovvio, in una moltiplicazione delle domande di giustizia;
- l’aumento del reddito medio della popolazione italiana, che è sinonimo di “più danaro per litigare” e maggiore disponibilità a percorrere tutti i gradi di giudizio su liti anche minori.
Vi sono però anche fattori che sono sintomatici di problemi e criticità, ne sono esempio:
- le disfunzioni nella Pubblica Amministrazione in generale, che innescano un meccanismo di proliferazione delle doglianze dei privati nelle aule giudiziarie (come avviene, ad esempio, in materia previdenziale);
- l’ipertrofia normativa, è assurdo pensare che neppure la Presidenza del Consiglio dei Ministri sappia censire quante siano le leggi vigenti;
- la disorganizzazione cronica delle circoscrizioni e degli uffici giudiziari. Si pensi ai Tribunali dei centri minori, che, se non funzionano, creano le c.d. “diseconomie di scala da mancanza di specializzazione”, in genere durano molto di più le cause presso i Tribunali in cui i giudici si devono occupare di tutte le tipologie di controversie, in quanto più difficilmente acquisiscono le tecniche e le regole proprie di ciascun settore specialistico. D’altra parte la soluzione, in punto di riforma delle circoscrizioni giudiziarie, non è scontata e non sempre è preferibile la soluzione dell’ “accorpamento” rispetto a quella del “decentramento”. Di certo è molto desolante il fatto, puntualmente documentato da reportage di giornalismo d’inchiesta, che in Italia sia molto facile introdursi abusivamente in cancellerie di uffici giudiziari e asportare interi fascicoli senza subire il minimo controllo;
- il mancato completamento dell’organico dei magistrati e la mancanza di chiarezza sulle funzioni e status dei GOT;
- le derive prodotte dalla pur meritevole (negli intenti) Legge Pinto, per il fatto che produce un meccanismo di distrazione di risorse statali che finiscono al privato anziché essere reimpiegate per finanziare il comparto giustizia e, non secondario, il fatto che spesso finisce per indennizzare soggetti affatto meritevoli di tutela, persino delinquenti. Per non parlare del paradosso per cui le cause trattate ex Legge Pinto in Corte d’Appello giungono alla precisazione delle conclusioni anche a distanza di 4 anni, che è già una durata “irragionevole”;
- le molte voci critiche sui tre gradi di giudizio, che peraltro non ricevono copertura costituzionale, ferma restando la garanzia del ricorso di legittimità per Cassazione (art. 111.7 Cost.);
-gli appesantimenti processuali e i non secondari profili di illegittimità costituzionale intorno all’istituto dell’appello del pubblico ministero avverso le sentenze di assoluzione in primo grado (su cui però è stata tranciante la Corte Costituzionale, ma forse il tema meritava una più approfondita riflessione, inquinata dalla circostanza che si trattasse della critica ad una legge ad personam);
- il numero esagerato di avvocati iscritti all’Albo. Questa è da molti (anche dalla Banca d’Italia in un recente rapporto sulla situazione giudiziaria italiana) ritenuta una delle cause della lentezza dei processi, ma la classe forense da sempre si oppone a questa equazione, soprattutto considerato che il Codice Deontologico forense è chiaro nel reprimere condotte abusive del processo, in linea con le più recenti pronunce della Cassazione (si veda su tutte, Sezioni Unite n. 23726 del 2007, sul frazionamento giudiziale di un credito unitario). Autorevoli esponenti del Consiglio Nazionale Forense all’uopo sottolineano la sempre maggior diffidenza, quasi ostilità, del legislatore nei confronti degli avvocati: basti pensare a consistenti settori in cui è stata prevista la facoltatività del ministero del difensore, quali le azioni di classe, la mediazione giudiziale e gli arbitrati della P.A., nonostante siano settori che incidono molto sui diritti dei singoli.

I rimedi

Si è poi discusso sui possibili rimedi de iure condendo a questa situazione patologica che ormai dura da decenni. I rimedi suggeriti al legislatore politico sono chiaramente speculari alle supposte cause del problema: si insiste su maggiori finanziamenti al Ministero della Giustizia (perché, senza budget, è inutile parlare di efficienza della macchina della giustizia); su un completamento dell’organico dei magistrati anche non togati; sulla riorganizzazione dei circondari; su un’ampia riforma della Legge Pinto e della stessa professione forense (perché è noto come i giudici si affidino molto alle argomentazioni degli avvocati nel formare le proprie decisioni); su ritocchi più penetranti alla riforma del processo civile italiano, poiché non bastano i nuovi termini di prescrizione e le preclusioni processuali (imputabili alla riforma c.p.c. del 2009), né può essere sufficiente l’intervento sul processo sommario di cognizione oppure sulle ADR.
Forse, in definitiva, come dicono molti autorevoli studiosi, la vera parola chiave dovrebbe essere “finanziare” e non “riformare”.

Giustizia intesa come funzione fondamentale dello Stato

Dopo aver discusso di Giustizia come servizio all’utenza dei cittadini, si è poi passati alla Giustizia intesa come funzione fondamentale dello Stato, molte sono state le riforme pensate ai vertici politici e su cui si discute a più riprese: il processo breve e il legittimo impedimento a presenziare alle udienze; la riforma radicale delle intercettazioni telefoniche nei processi penali e delle pubblicazioni sui giornali delle conversazioni captate; la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti con correlativa suddivisione entro il CSM; la revisione del principio di obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale; la riforma dell’azione disciplinare dei magistrati; i limiti all’elettorato passivo delle toghe.
Si assiste in generale ad una critica sistematica dell’operato dei magistrati e ad uno scontro sempre più acceso tra potere politico e potere giudiziario. Quasi si mette in discussione lo stesso modello costituzionale dei rapporti tra poteri, ovvero il modello in cui viene affermata: la garanzia del bilanciamento-controllo reciproco tra i poteri; un controllo sulle leggi da parte della Corte Costituzionale; la pluralità-diversificazione-parità delle legittimazioni dei tre poteri (quella della magistratura, non appieno valorizzata e rispettata, è quella del pubblico concorso) e un’idea forte e non meramente applicativa del giudice.
Sembra talvolta si voglia ritornare (tanto a destra quanto a sinistra) ad un modello “giacobino” alla Rousseau, in cui è sancita la supremazia del Parlamento sugli altri poteri in quanto espressione dell’unica legittimazione riconosciuta cioè il voto popolare, e in cui non c’è alcun sindacato sull’operato del legislatore politico e il giudice deve rimanere nei ranghi, come mero “bouche de la loi”.
Parafrasando le parole di Luciano Violante, vero è che nessun potere è disposto a riconoscere i mezzi ad altro potere se non sono chiari a monte i presupposti e i confini dell’attività di detto potere.

Annozero, ultimo fotogramma

Marco Travaglio

20 maggio 2010

"Non si sarebbe mai giunti a questo epilogo se i partiti e le tv al seguito rispettassero la libertà di informazione, cioè la Costituzione"

Sarà perché Santoro è un malato di cinema, ma il suo destino è che di lui si prenda sempre l’ultimo fotogramma, dimenticando il resto del film. Tutti ricordano che nel ’96 passò a Mediaset e nessuno ricorda che la Rai dell’Ulivo l’aveva messo alla porta e in Italia un giornalista televisivo o lavora alla Rai, o lavora a Mediaset, o non lavora. Tutti ricordano che nel 2005 si candidò in Europa e nessuno ricorda che da tre anni, dall’editto bulgaro, non lavorava, anzi peggio: era pagato per non lavorare. Ora tutti si concentrano sull’accordo per uscire dalla Rai e nessuno ricorda le quattro stagioni di Annozero: non tanto gli attacchi politici da destra, centro e sinistra (sono medaglie), quanto la guerriglia quotidiana ben oltre i limiti del mobbing che l’azienda ha mosso contro il programma giornalistico più visto, meno costoso e più redditizio dell’intera televisione italiana. Io non so, nel dettaglio, cosa preveda l’accordo, se non che Michele, pensionando nel 2016, sarà liquidato con tre annualità del suo stipendio di direttore (un terzo di quello di Vespa) e non avrà vincoli di esclusiva.

Né so che altro intenda fare in futuro, oltre alle docufiction. Non conosco, insomma, l’ultimo fotogramma. Ma conosco fin troppo bene quelli precedenti. So che in autunno la Rai, ligia agli ordini superiori, cercava pretesti per non far partire Annozero. So che, presentando Annozero in conferenza stampa, il direttore di RaiDue disse che, fosse dipeso da lui, Santoro non sarebbe mai andato in onda (così gli ascolti della sua rete sarebbero scesi sottozero). So che per tutto l’anno, vedi intercettazioni di Trani, Berlusconi e i suoi manutengoli in Rai, Agcom, Vigilanza e persino Csm han trafficato per chiudere Annozero. So che ad aprile la Rai ha fatto ricorso in Cassazione contro la sentenza che impone la messa in onda di Annozero, costringendo Santoro ad altri tre anni (in aggiunta ai sette passati) di battaglia legale contro l’azienda per cui lavora. So che la famosa opposizione se n’è beatamente infischiata.

Anzi ha subito votato con la maggioranza a favore dell’uscita di Santoro, salvo poi polemizzare perché – horribile dictu – se ne andrà con la liquidazione anziché regalarla alla Rai che l’ha trattato così bene. So che nessuno può lavorare per un’azienda che non lo vuole. E non solo non gli dice mai grazie, ma lo prende pure a calci in culo. Santoro l’ha fatto per quattro anni, più per tigna politica che per motivi professionali, consumandosi una bella fetta di fegato e di sistema nervoso, mobbizzato ogni giorno a colpi di telefonate, minacce, proiettili, pressioni, avvertimenti, multe, ammonimenti, sabotaggi, bastoni fra le ruote, fango a mezzo stampa e tv (persino su RaiDue). E la par condicio e il contraddittorio e il giustizialismo e l’equilibrio e il contratto di Travaglio e le vignette di Vauro e i baffi di Ruotolo. Un trattamento che non auguro al mio peggior nemico, figurarsi a uno dei miei migliori amici.

A un certo punto, la pentola a pressione doveva esplodere, l’animale in gabbia doveva uscire dalla gabbia. Certo, è una sconfitta per la Televisione, per la Rai e per la politica retrostante, anche se gli sconfitti sono ben felici di esserlo. È bene ricordare, riavvolgendo a ritroso tutto il film di Annozero, fotogramma per fotogramma, che non si sarebbe mai giunti a questo epilogo se i partiti e le tv al seguito rispettassero la libertà d’informazione, cioè la Costituzione. Ma una sera di marzo, al Paladozza di Bologna, abbiamo scoperto che c’è vita oltre la Rai. C’è vita oltre la Televisione. C’è vita oltre i partiti. Oggi il popolo del Paladozza si sente smarrito, forse addirittura tradito, a causa di un difetto di comunicazione (Santoro deve tacere fino alla firma) e della disinformatija di regime che, come già con Biagi, lo presenta come un uomo avido che insegue il denaro (ignorando che in Italia, leccando e strisciando, si guadagna molto meglio). Ma Michele pensionato sulla panchina dei giardinetti non ce lo vedo proprio. Il popolo del Paladozza quello no, non può uscire sconfitto.

Annozero, ultimo fotogramma

Marco Travaglio

20 maggio 2010

"Non si sarebbe mai giunti a questo epilogo se i partiti e le tv al seguito rispettassero la libertà di informazione, cioè la Costituzione"

Sarà perché Santoro è un malato di cinema, ma il suo destino è che di lui si prenda sempre l’ultimo fotogramma, dimenticando il resto del film. Tutti ricordano che nel ’96 passò a Mediaset e nessuno ricorda che la Rai dell’Ulivo l’aveva messo alla porta e in Italia un giornalista televisivo o lavora alla Rai, o lavora a Mediaset, o non lavora. Tutti ricordano che nel 2005 si candidò in Europa e nessuno ricorda che da tre anni, dall’editto bulgaro, non lavorava, anzi peggio: era pagato per non lavorare. Ora tutti si concentrano sull’accordo per uscire dalla Rai e nessuno ricorda le quattro stagioni di Annozero: non tanto gli attacchi politici da destra, centro e sinistra (sono medaglie), quanto la guerriglia quotidiana ben oltre i limiti del mobbing che l’azienda ha mosso contro il programma giornalistico più visto, meno costoso e più redditizio dell’intera televisione italiana. Io non so, nel dettaglio, cosa preveda l’accordo, se non che Michele, pensionando nel 2016, sarà liquidato con tre annualità del suo stipendio di direttore (un terzo di quello di Vespa) e non avrà vincoli di esclusiva.

Né so che altro intenda fare in futuro, oltre alle docufiction. Non conosco, insomma, l’ultimo fotogramma. Ma conosco fin troppo bene quelli precedenti. So che in autunno la Rai, ligia agli ordini superiori, cercava pretesti per non far partire Annozero. So che, presentando Annozero in conferenza stampa, il direttore di RaiDue disse che, fosse dipeso da lui, Santoro non sarebbe mai andato in onda (così gli ascolti della sua rete sarebbero scesi sottozero). So che per tutto l’anno, vedi intercettazioni di Trani, Berlusconi e i suoi manutengoli in Rai, Agcom, Vigilanza e persino Csm han trafficato per chiudere Annozero. So che ad aprile la Rai ha fatto ricorso in Cassazione contro la sentenza che impone la messa in onda di Annozero, costringendo Santoro ad altri tre anni (in aggiunta ai sette passati) di battaglia legale contro l’azienda per cui lavora. So che la famosa opposizione se n’è beatamente infischiata.

Anzi ha subito votato con la maggioranza a favore dell’uscita di Santoro, salvo poi polemizzare perché – horribile dictu – se ne andrà con la liquidazione anziché regalarla alla Rai che l’ha trattato così bene. So che nessuno può lavorare per un’azienda che non lo vuole. E non solo non gli dice mai grazie, ma lo prende pure a calci in culo. Santoro l’ha fatto per quattro anni, più per tigna politica che per motivi professionali, consumandosi una bella fetta di fegato e di sistema nervoso, mobbizzato ogni giorno a colpi di telefonate, minacce, proiettili, pressioni, avvertimenti, multe, ammonimenti, sabotaggi, bastoni fra le ruote, fango a mezzo stampa e tv (persino su RaiDue). E la par condicio e il contraddittorio e il giustizialismo e l’equilibrio e il contratto di Travaglio e le vignette di Vauro e i baffi di Ruotolo. Un trattamento che non auguro al mio peggior nemico, figurarsi a uno dei miei migliori amici.

A un certo punto, la pentola a pressione doveva esplodere, l’animale in gabbia doveva uscire dalla gabbia. Certo, è una sconfitta per la Televisione, per la Rai e per la politica retrostante, anche se gli sconfitti sono ben felici di esserlo. È bene ricordare, riavvolgendo a ritroso tutto il film di Annozero, fotogramma per fotogramma, che non si sarebbe mai giunti a questo epilogo se i partiti e le tv al seguito rispettassero la libertà d’informazione, cioè la Costituzione. Ma una sera di marzo, al Paladozza di Bologna, abbiamo scoperto che c’è vita oltre la Rai. C’è vita oltre la Televisione. C’è vita oltre i partiti. Oggi il popolo del Paladozza si sente smarrito, forse addirittura tradito, a causa di un difetto di comunicazione (Santoro deve tacere fino alla firma) e della disinformatija di regime che, come già con Biagi, lo presenta come un uomo avido che insegue il denaro (ignorando che in Italia, leccando e strisciando, si guadagna molto meglio). Ma Michele pensionato sulla panchina dei giardinetti non ce lo vedo proprio. Il popolo del Paladozza quello no, non può uscire sconfitto.

martedì 18 maggio 2010

Presidente Napolitano perché non mi ha risposto?'

'18 maggio 2010

di Luigi De Magistris

In "Assalto al pm" per la prima volta De Magistris racconta le sue indagini e la sua cacciata. Dagli sgambetti dei superiori, a come sono nate le inchieste, da quelle meno note (“Shock”, “Artemide”, “Splendor”) fino alle più conosciute “Why not”, “Poseidone” e “Toghe lucane”.

La decisione di lasciarmi il lavoro di magistrato alle spalle l’ho presa nel momento stesso in cui ho deciso di candidarmi al Parlamento europeo e, quindi, di iniziare la mia esperienza politica. Il passo formale, poi, l’ho dovuto maturare anche nelle sue modalità. L’ho fatto con una lettera che ho scritto, il 28 settembre 2009, al presidente della Repubblica, rispettosa nei modi, ma dura nella sostanza. Era un testo articolato, pubblicato sulla prima pagina de il Fatto Quotidiano, un giornale che ospita quelle che ritengo tra le migliori firme del giornalismo italiano. Il presidente Napolitano non mi ha risposto, né pubblicamente né privatamente. Poteva criticarmi, contestarmi, poteva farmi scrivere da qualche suo assistente. Nulla di nulla. Il silenzio non si addice a un presidente della Repubblica che viene chiamato in causa in una vicenda così delicata. Questo silenzio può voler dire varie cose: che lui si è reso conto di aver sbagliato e ha preferito non intervenire; o magari è stato solo un segno di indifferenza nei confronti di una persona che però, in fin dei conti, ha rappresentato le istituzioni per tanti anni, ha lavorato su cose delicate, ha raccolto mezzo milione di voti.

Non è stato rispettoso, anche solo nei confronti dei sentimenti di un uomo che ha dedicato la propria vita alla professione. Il presidente della Repubblica è il presidente di tutti. Siccome mi consta che la Presidenza della Repubblica in genere alle lettere risponde ritengo non corretto, sul piano umano prima ancora che istituzionale, il silenzio del capo dello Stato. Comunque con questa lettera si è chiusa formalmente una parte della mia vita, credo la più importante. L’ho scritta, come al solito, di getto. Di notte, in un’ora circa. Era, però, maturata con il tempo nel cuore e nella mente. Avevo cominciato a pensarci d’estate. Avevo già deciso di dimettermi, ma è stato ad agosto che ho deciso come farlo. Ho pensato di scrivere a Napolitano, ma non una lettera riservata, perché volevo che il paese sapesse. Non si trattava di fatti privati ma della storia di un pezzo di magistratura ostacolata da settori significativi delle istituzioni e di un capo dello Stato che non ha fatto nulla per impedirlo.

Sono contento che il Fatto abbia dato spazio e dignità alla missiva, così come hanno fatto altri mezzi di comunicazione, la rete in primo luogo. Altri l’hanno ignorata del tutto. Penso al Corriere della Sera, che in diversi articoli ha detto che non mi dimettevo dalla magistratura senza poi scrivere una riga quando è stata resa pubblica la notizia delle mie dimissioni. Oggi mi sembra impossibile l’enormità di tutto quello che è accaduto. Penso ai miei figli e mi chiedo se dopo aver tanto sofferto riusciranno, un giorno, a comprendere tutto quello che è successo. Penso ai miei cari, alle persone che mi vogliono bene e che mi amano. Penso alle sofferenze che ho causato loro. È importante conservare la memoria di quello che è accaduto. Nelle sedi giudiziarie non si potrà più ricostruire, lo dico con amarezza ma con convinzione. Al massimo si potranno restituire segmenti di verità, ma questa storia invece ha bisogno di una lettura sistematica e completa. Ci sarà un momento in cui molti mi chiederanno conto. I miei figli già lo hanno fatto.

Nel settembre 2008 quando, dopo il trasferimento da Catanzaro, dovevo iniziare a lavorare a Napoli, Andrea, il più grande, che allora aveva otto anni, mi chiese: «Papà, ma perché devi andare a lavorare in un’altra città?». Ho dovuto spiegargli che «Papà è stato mandato in un’altra città perché ha fatto il proprio dovere di magistrato». E lui ha detto: «Ma com’è possibile, se uno fa il proprio dovere perché viene mandato via?» (...)Non so dire quale danno una vicenda come questa ha provocato ai miei bambini. Certamente incide il fatto di non vedere il padre ritornare a casa la sera, un mutamento repentino e radicale della quotidianità.

Ho visto i miei figli cambiare dopo questi accadimenti. Certo, recuperano, si assestano, non so dire, però, che tipo di effetto avrà tutto questo sulla loro crescita. Ora sto parlando dei miei, ma lo stesso discorso vale per i figli di Caterina Merante, di Piero Sagona, di Gioacchino Genchi, di Gabriella Nuzzi, di Dionigio Verasani e di tutte le persone che si sono ritrovate, più o meno consapevolmente, coinvolte in fatti sicuramente più grandi di noi. È una vicenda in cui si è fatta prevalere una sorta di perversa «ragion di Stato», non solo rispetto a certi servitori dello stesso Stato, ma anche rispetto alla dignità e alla vita di tantissime persone innocenti. Non c’è poi tanta differenza tra la violenza fisica e quella morale. Nel secondo caso non si toglie la vita a nessuno ma la si condiziona enormemente, producendo una grande sofferenza i cui effetti sono permanenti.

Anzi, continuo a credere che, nei confronti della collettività, la violenza morale ha effetti molto più devastanti di quella fisica. Quest’ultima fa innalzare barriere morali e civili che la prima non produce. Una vicenda lunga e pesante come quella che ho vissuto mette a dura prova anche il rapporto di coppia. Il legame con la propria moglie. La forza invasiva che ha avuto ogni singolo triste episodio, fino all’epilogo finale. La definitività delle conseguenze, una vita familiare sconvolta dai cambiamenti radicali che abbiamo dovuto subire. Gli affetti sono stati messi a dura prova. Al potere questo non interessa, chi produce sofferenze spesso gode di questo. In tutti questi anni avrei voluto che mio padre fosse stato accanto a me anche fisicamente. Penso che avrebbe approvato tutto quello che ho fatto. Avrebbe sofferto moltissimo per le dimissioni dalla magistratura, ma alla fine, credo, avrebbe capito.

Da il Fatto Quotidiano del 18 maggio

sabato 1 maggio 2010

A schiena dritta

Antonio Padellaro

1 maggio 2010
"Era semplicemente una persona che aveva deciso di non scendere a compromessi ed è morto per questo", racconta Salvatore Settis al nostro Calapà nella bella intervista sul 1° Maggio a Rosarno. Rosarnese, il direttore della Scuola Normale di Pisa parla di un calabrese come lui, Peppino Valarioti, intellettuale e dirigente del Pci localeassassinato dalla ‘ndrangheta nel 1980. Scriviamo nel giorno in cui si ricorda un altro meridionale che non scese a patti: Pio La Torre, ucciso dalla mafia a Palermo il 30 aprile 1982 assieme al suo autista Rosario Di Salvo. Ci piacerebbe che questo 1° Maggio fosse celebrato nel nome degli uomini e delle donne con la schiena dritta. Di quelli morti. E di quelli vivi. Non gli eroi, ma le persone normali.

Quelle che ogni mattina affrontano l’esistenza, accompagnano i bambini a scuola, si recano al lavoro. Ma se non ne hanno uno, la schiena devono averla ancora più robusta. Perché non è facile sentirsi esclusi, improduttivi, inutili. Macerarsi nel pensiero di un fallimento personale. Spiegare perché alla propria donna, ai figli. Piano piano ti ammazzano le necessità della vita materiale. Ma più di tutto, peggio di tutto l’idea di un mondo che gira al contrario. Che premia i furbi e gabba gli onesti. Il rimbombo di parole altisonanti (regole, ideali, valori), di alti messaggi, di celebrazioni e ricorrenze diventa insopportabile.

Che te ne fai se poi per essere ascoltato un attimo devi finire sopra a un tetto, in cima a una gru o in fondo a un’isola battuta dal vento? Per senso del decoro non diremo che se ne fanno i 370 mila nuovi disoccupati della soddisfazione del ministro dell’Economia per come l’Italia "sta uscendo dalla crisi". Infine, la somma ingiuria delle frasi ridicole. Di quel ministro, per esempio, che per giustificare l’acquisto di un lussuoso appartamento in parte in nero, in parte con una girandola di assegni di un benefattore balbetta cose come "non mi farò intimidire", non spiega nulla e riceve la naturale solidarietà del suo degno presidente che lo invita a restare (ci mancherebbe) al suo posto. Vadano a dirlo a chi si svena per l’affitto o viene strangolato dal mutuo. Sarà il 1° Maggio della schiena dritta. E dei pugni stretti di rabbia.

Da il Fatto Quotidiano dell'1 maggio

Elogio di Bersani

Marco Travaglio

1 maggio 2010
Giovedì, ad Annozero, sono accadute cose che sarebbero normali in un Paese normale, ma in Italia rasentano lo stupefacente. Pier Luigi Bersani – diversamente dal suo mèntore baffuto e dal cavalier Berlusconi – ha accettato di misurarsi senza rete di protezione con cinque giornalisti di vari orientamenti che gli rivolgevano domande e gli muovevano contestazioni anche aspre. Ha fatto buon viso, ha sorriso, s’è infervorato, s’è incazzato, ha risposto per le rime, a tratti è parso addirittura a un passo dal commuoversi. Insomma, a contatto con alcuni esseri viventi, ha ripreso vita proprio quando lo stavamo perdendo. Lo stato pre-comatoso di partenza non è colpa sua: provate voi a frequentare tutti i santi giorni luoghi sepolcrali come quelli del Pd, antri spettrali popolati di salme e anime morte, ossari e fossili, in cui si aggirano raminghi i D’Alema, i Veltroni, i Fioroni, i Fassino, i Marini, i Follini, i Violante, i Letta (junior), facendosi largo fra residui del cilicio della Binetti e della cicoria di Rutelli e altri giurassici relitti del passato che non passa.

Scene e ambienti che intristirebbero un battaglione di clown del Circo di Mosca. Ma poi le prime domande hanno sortito l’effetto del defibrillatore: il paziente s’è prontamente rianimato come nella serie E.R. e, dopo un istante di comprensibile disorientamento ("Dove sono?"), ha pronunciato alcune frasi tratte da un passato ormai lontano ma ancora impresse nei meandri del subconscio: "Opposizione", "Costituzione", addirittura "conflitto d’interessi". Paolo Mieli ne ha concluso che in quel momento è nato un leader. Può darsi, lo sperano in molti. Intanto i suoi elettori non possono che aver apprezzato alcune frasi finalmente complete (prima le lasciava quasi tutte a metà), dunque chiare, comprensibili, non politichesi. Soprattutto una: "La nostra Costituzione è la più bella del mondo: al massimo va un po’ aggiornata, ma guai a chi la tocca. Per difenderla siamo pronti a chiamare a raccolta tutti quelli che ci stanno, a partire da Fini". Una svolta non da poco, visto che fino al giorno prima il responsabile Pd per le riforme, Luciano Violante, dichiarava restando serio: "Ho il dovere di credere al presidente del Consiglio e di dialogare sulle riforme".

Frase che ha indotto Ficarra e Picone, a Striscia la notizia, a domandare se per caso non sia cambiato il presidente del Consiglio, visto che il Pd gli crede. E a ipotizzare che, in vista dell’incontro per le riforme, Berlusconi abbia invitato Violante a presentarsi a Palazzo Grazioli col trucco leggero e il tubino nero d’ordinanza. Se le parole di Bersani hanno un senso – e si spera che l’abbiano, è il segretario del Pd – la "bozza Violante" per rafforzare (ancora?) i poteri del premier, porre fine al bicameralismo e saltare nel buio del federalismo va in soffitta, visto che prevede ben di più e di peggio che "qualche aggiornamento" alla "Costituzione più bella del mondo". Così come le tragicomiche avances per l’ennesima riforma anti-magistratura affidate dal responsabile Giustizia Andrea Orlando al Foglio di Ferrara (forse sperando che non le leggesse nessuno). Vedremo se, alle parole di Bersani, seguiranno i fatti (intanto ci accontentiamo delle parole: prima non c’erano neppure quelle): è cioè la fine del "dialogo" e dei "tavoli" per le "riforme" e l’inizio di un’opposizione dura, proporzionata alla gravità della minaccia.

Chissà che, trovando una sponda energica nel Pd, il capo dello Stato non racimoli un po’ di coraggio per rispedire al mittente le leggi vergogna della banda del buco prossime venture. A proposito: ci scusiamo con i lettori per la precipitosità con cui ieri abbiamo elogiato Napolitano per la mancata firma al decreto Bondi sugli enti lirici. Dopo appena 24 ore di temeraria astinenza, la penna più veloce del West ha firmato anche quello. Ma non è colpa sua. E’ come il Dottor Stranamore: quando gli parte la mano, non c’è nulla da fare. E’ più forte di lui.

Da il Fatto Quotidiano dell'1 maggio