di Vito Laudadio
5 luglio 2010
Nell'università siciliana culla del nepotismo lo Statuto è stato fatto modificare dal rettore Francesco Tomasello, già a processo per concorsi truccati
Un anno in più, ancora un anno. Per completare “la realizzazione del progetto di rimodulazione della governance”. Il linguaggio è quello nobile dell’accademico, l’obiettivo è più terra terra: rimanere attaccati più a lungo alla poltrona e al potere. Succede a Messina, dove il Magnifico Rettore dell’Università, il professor Francesco Tomasello, ha chiesto e ottenuto una proroga degli incarichi di dodici mesi per sé e per i Presidi delle facoltà, tutti quasi al termine del secondo e ultimo mandato. Serviva addirittura una modifica dello Statuto e il Senato Accademico non s’è fatto pregare: due soli i voti contrari, una manciata gli astenuti.
È come se Letizia Moratti facesse votare dall’assemblea comunale di Milano una legge che prolunga da cinque a sei anni il suo incarico e quello dei consiglieri. Da subito, non dalla prossima elezione. Una sorta di referendum: vuoi gestire il potere per un anno in più? sei interessato a intascare dodici mesi in più di indennità? È così che nel Paese delle leggi ad personam è arrivata una legge ad Rectorem. Un provvedimento palesemente illegittimo, secondo la parlamentare del Pd Doris Lo Moro che ha presentato un’interrogazione urgente al ministro dell’Università. La corsa è contro il tempo, prima che il dicastero della Gelmini si pronunci a favore della modifica allo Statuto dell’Ateneo peloritano.
Il “verminaio”. «Un percorso ormai cominciato e che non si interromperà per nessun motivo al mondo», ha dichiarato il Rettore all’indomani del provvedimento. «Quelli che contestano queste scelte sono “i soliti noti”, che vogliono il male dell’Ateneo», sono state le sue parole contro chi, nel corpo docenti, sta provando a opporsi in tutti i modi al suo strapotere. Un discorso a metà tra Cetto La Qualunque e Totò “vasa-vasa” Cuffaro, sospeso com’è tra la Calabria e la Sicilia. Come lo stesso Ateneo, finito negli anni nel mirino della criminalità organizzata al di là dello Stretto: per gli inquirenti, il boss della ‘Ndragheta Giuseppe Morabito “U tiradrittu” era una sorta di rettore-ombra. Erano anni in cui quel “verminaio”, come lo definì l’allora vicepresidente della Commissione Antimafia Nichi Vendola, era al centro di una serie di interessi che vedevano insieme, in un comitato d’affari, politici, colletti bianchi e uomini d’onore. Così, negli anni l’Università di Messina è diventata teatro di un vero e proprio “romanzo criminale”: un docente ucciso, un altro gambizzato, altri arrestati o indagati.
Un Rettore, due processi. Da Rettore, Tomasello è finito due volte sotto inchiesta. La prima, nel 2007, per aver fatto pressione su un presidente di commissione per un posto di professore associato nella sua Università. Secondo l’accusa, tutto era già stato deciso a tavolino: quel posto sarebbe dovuto andare al figlio del pro-Rettore Battesimo Macrì. Ma qualcosa va storto: «Il rettore mi ha convocato e mi ha detto che il concorso stava prendendo una direzione non auspicata in quanto non sarebbe stato dichiarato idoneo Francesco Macrì, figlio di Battesimo – ha dichiarato ai magistrati Orazio Catarsini, ex preside della Facoltà di Veterinaria -. Ciò era dovuto alle resistenze opposte da Cucinotta (presidente di commissione, ndr). Il rettore mi chiese in maniera accorata e pressante di intervenire sul Cucinotta per riferirgli che il concorso doveva andare nella direzione auspicata, in caso contrario sarebbe dovuto andare in bianco». L’inchiesta scatta nell’estate del 2007: il pro-rettore, Battesimo Macrì, viene arrestato; il Rettore Tomasello viene indagato e sospeso per due mesi dalle sue funzioni. Ora è sotto processo, insieme ad altre 22 persone con l’accusa di abuso di ufficio e tentata concussione.
Una nuova interdizione, sempre per due mesi, arriverà alla fine del 2008 per altri presunti concorsi truccati: il procedimento è ora pendente davanti al Gup. Perché una cosa è certa: quello di Messina, più che ogni altro in Italia, è l’Ateneo di amici e parenti. Ci sono i figli, i fratelli, le amanti che fanno carriera. E ci sono le mogli. Come Melitta Grasso, consorte del rettore Tomasello, neurochirurgo e dirigente universitaria del Policlinico incappata, anche lei come il Magnifico marito, nelle maglie della giustizia: a fine 2008 è stata coinvolta in un’inchiesta su un appalto per la sorveglianza del Policlinico che una società di vigilanza si era aggiudicata per quasi 2 milioni di euro. Un contratto che, dopo l’avvento di un commissario straordinario, oggi costa appena 300 mila euro. Tutto durante il rettorato di suo marito, che continua a ignorare le proteste e va avanti per la sua strada: «Capisco che la nostra azione abbia dato fastidio a qualcuno, perché stiamo smantellando centri di potere». Tutti, tranne il suo.
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lunedì 5 luglio 2010
domenica 4 luglio 2010
L’opposizione sonnambula
di Furio Colombo
4 luglio 2010
L’economia è ferma, la disoccupazione si allarga, le istituzioni sono spezzate, l’illegalità spontanea si aggrega a quella professionale. E il Pd? Rischia il tonfo
Qualcosa di grave sta per accadere in Italia, qualcosa per cui non è esagerato usare la parole “golpe”. Ho ascoltato queste parole la mattina del 28 giugno. Le stava dicendo a Radio radicale Marco Pannella, con l’intento esplicito (per esempio il tono insolitamente pacato) di far capire che non stava usando il paradosso, come a volte gli piace fare. Voleva condividere l’esperienza di qualcuno che si aggira da tempo nella vita pubblica italiana ed europea, e ha collezionato molte sconfitte ma – quanto al vedere e prevedere in tempo – non tanti errori.
La frase chiede di proporre almeno una domanda: nessun riferimento a fatti o persone che potrebbero realmente dar vita fra breve a eventi drammatici?
Dunque credo che sia utile un confronto con gli eventi.
L’economia è ferma (cioè peggiora), la disoccupazione si allarga, le istituzioni sono spezzate, il conflitto cresce in ogni spazio della vita pubblica, l’illegalità spontanea si aggrega a quella professionale. L’arroganza di chi ha il potere e continua a volere tutto, non accetta più i limiti delle leggi e della Costituzione. La criminalità organizzata detta valori e regole, la politica è debole, succube, smarrita, soggetta a giochi privati interni e a violente pressioni esterne, invasa da leggi personali, segnata da discordie, tensioni e rifiuto di regole fra organi e personaggi dello Stato. Un recentissimo esempio, particolarmente clamoroso, è stato il comportamento – venerdì 1 luglio – dell’avvocato personale di Berlusconi, Ghedini, che è anche membro del Parlamento e autore delle leggi di volta in volta richieste dal suo cliente. Ghedini ha di fatto intimato al presidente della Repubblica di tacere, perché “non eletto”. Come è noto, Ghedini ha negato Costituzione e realtà (il presidente della Repubblica è eletto dalle Camere riunite). Ma ha compiuto la missione, che era di attaccare apertamente il Quirinale. Siamo già entrati nell’emergenza annunciata? Può reggere la struttura istituzionale di una Repubblica così scossa? È bene non dimenticare che appena un giorno prima il senatore Dell’Utri, co-fondatore di tutte le imprese private e politiche di Berlusconi, festeggiato per essere stato condannato “solo” a 7 anni, “solo” per concorso mafioso, ha attratto attenzione con una strana frase, per lui dannosa e non richiesta: “Mangano resta il mio eroe” (Mangano, dopo avere abitato per un certo tempo nella casa di Berlusconi, è morto in carcere, condannato per mafia e per molti omicidi, senza mai rispondere alle domande dei giudici, ndr). “Mi ha colpito di più la conclusione della frase – ha scritto al Il Fatto la lettrice siciliana Rita Trigilo – quando il senatore dice: se finissi in carcere, non so se avrei la forza di fare lo stesso. Nel codice delle persone che il senatore frequentava vuol dire: se vado in carcere, vuoto il sacco”.
La macchia di illegalità si allarga, al punto da diventare un vanto. Intanto la Repubblica si spezza (il federalismo fiscale), si frantuma e si svende a pezzi (il federalismo demaniale). Persino le forze dell’ordine, umiliate e offese, partecipano alle proteste e pagano di persona la benzina per le loro “volanti”. Come si vede, un sovrapporsi pauroso di fatti subìti e negati (la crisi economica), fatti creati (le leggi contro la legge), il Parlamento paralizzato, le istituzioni allo scontro, tutto ciò porta a uno stato di sbandamento pericoloso. In questo paesaggio devastato si incrociano strani segnali, strane coincidenze; e l’annuncio di Pannella non resta isolato. Per esempio, la sera del 2 luglio, dopo che l’avvocato-deputato Ghedini ha mandato il suo messaggio al Quirinale, il primo ministro Berlusconi, di ritorno dal suo viaggio con ragazze al G20 di Toronto, a Panama, in Brasile, ha detto al Tg1-Tg5: “La situazione italiana non è tranquilla”. Detto da un primo ministro, è un annuncio grave.
Ma sentiamo anche le altre voci, le voci dell’opposizione, stessi giorni, stesse ore. Enrico Letta, vicesegretario del Pd, afferma: “Questo non va. È una manovra pasticciata”. Bersani risponde a Ghedini: “È stato passato il segno. Nessuno può parlare così, specialmente se è un avvocato”. All’improvviso ieri i toni democratici diventano più forti. Franceschini: “Voteremo tutti gli emendamenti dei finiani sulle intercettazioni”, senza rendersi conto che impegna il suo partito al buio, imbarazza i suoi deputati e i deputati vicini a Fini. Lo stesso giorno, più tardi, Bersani: “Bisognerà pensare a un altro governa, visto che questo non funziona”. Strana dichiarazione che lascia il tempo che trova oppure allude a progetti che non conosciamo. Come vedete è, il più delle volte, un discorrere quieto, di ordinaria routine politica. È scomparsa ogni traccia di legami tra oscura ricchezza, affari di mafia e ascendenza P2. È scomparso ogni riferimento all’ombra sempre più estesa della criminalità organizzata sulla politica, compresa la partecipazione, ricordata da Fini, di malavitosi al governo. Nessun accenno ai nuovi rapporti internazionali che legano l’Italia quasi solo a Gheddafi e a Putin, nessuna memoria dei respingimenti in mare, che continuano senza sapere quanti morti, quanti prigionieri nei campi libici, quanti diritti negati si verificano ogni giorno, a spese e sotto la responsabilità dell’Italia (come ci viene rimproverato da tutte le organizzazioni internazionali) mentre crollano i pilastri della sanità, della scuola, del lavoro, mentre l’attacco alla giustizia diventa furibondo e ci viene detto che la disoccupazione giovanile è al 29.2%.
Non vedere nulla, tranne un governo imperfetto da correggere, modificare, qualche volta sgridare, ma sempre tentando di migliorare la loro merce con qualche volenteroso contributo un po’ qua, un po’ là, mi appare come un distacco grave e pericoloso dalla realtà. Questo Pd, con la sua voglia forzata di ottimismo e normalità ricorda il triste caso del bambino sonnambulo di Roma. “Ci sono tanti casi – pare che abbiano detto i medici ai genitori – non preoccupatevi, di solito non cadono”. Il bambino sonnambulo di Roma è caduto. Ed è morto.
4 luglio 2010
L’economia è ferma, la disoccupazione si allarga, le istituzioni sono spezzate, l’illegalità spontanea si aggrega a quella professionale. E il Pd? Rischia il tonfo
Qualcosa di grave sta per accadere in Italia, qualcosa per cui non è esagerato usare la parole “golpe”. Ho ascoltato queste parole la mattina del 28 giugno. Le stava dicendo a Radio radicale Marco Pannella, con l’intento esplicito (per esempio il tono insolitamente pacato) di far capire che non stava usando il paradosso, come a volte gli piace fare. Voleva condividere l’esperienza di qualcuno che si aggira da tempo nella vita pubblica italiana ed europea, e ha collezionato molte sconfitte ma – quanto al vedere e prevedere in tempo – non tanti errori.
La frase chiede di proporre almeno una domanda: nessun riferimento a fatti o persone che potrebbero realmente dar vita fra breve a eventi drammatici?
Dunque credo che sia utile un confronto con gli eventi.
L’economia è ferma (cioè peggiora), la disoccupazione si allarga, le istituzioni sono spezzate, il conflitto cresce in ogni spazio della vita pubblica, l’illegalità spontanea si aggrega a quella professionale. L’arroganza di chi ha il potere e continua a volere tutto, non accetta più i limiti delle leggi e della Costituzione. La criminalità organizzata detta valori e regole, la politica è debole, succube, smarrita, soggetta a giochi privati interni e a violente pressioni esterne, invasa da leggi personali, segnata da discordie, tensioni e rifiuto di regole fra organi e personaggi dello Stato. Un recentissimo esempio, particolarmente clamoroso, è stato il comportamento – venerdì 1 luglio – dell’avvocato personale di Berlusconi, Ghedini, che è anche membro del Parlamento e autore delle leggi di volta in volta richieste dal suo cliente. Ghedini ha di fatto intimato al presidente della Repubblica di tacere, perché “non eletto”. Come è noto, Ghedini ha negato Costituzione e realtà (il presidente della Repubblica è eletto dalle Camere riunite). Ma ha compiuto la missione, che era di attaccare apertamente il Quirinale. Siamo già entrati nell’emergenza annunciata? Può reggere la struttura istituzionale di una Repubblica così scossa? È bene non dimenticare che appena un giorno prima il senatore Dell’Utri, co-fondatore di tutte le imprese private e politiche di Berlusconi, festeggiato per essere stato condannato “solo” a 7 anni, “solo” per concorso mafioso, ha attratto attenzione con una strana frase, per lui dannosa e non richiesta: “Mangano resta il mio eroe” (Mangano, dopo avere abitato per un certo tempo nella casa di Berlusconi, è morto in carcere, condannato per mafia e per molti omicidi, senza mai rispondere alle domande dei giudici, ndr). “Mi ha colpito di più la conclusione della frase – ha scritto al Il Fatto la lettrice siciliana Rita Trigilo – quando il senatore dice: se finissi in carcere, non so se avrei la forza di fare lo stesso. Nel codice delle persone che il senatore frequentava vuol dire: se vado in carcere, vuoto il sacco”.
La macchia di illegalità si allarga, al punto da diventare un vanto. Intanto la Repubblica si spezza (il federalismo fiscale), si frantuma e si svende a pezzi (il federalismo demaniale). Persino le forze dell’ordine, umiliate e offese, partecipano alle proteste e pagano di persona la benzina per le loro “volanti”. Come si vede, un sovrapporsi pauroso di fatti subìti e negati (la crisi economica), fatti creati (le leggi contro la legge), il Parlamento paralizzato, le istituzioni allo scontro, tutto ciò porta a uno stato di sbandamento pericoloso. In questo paesaggio devastato si incrociano strani segnali, strane coincidenze; e l’annuncio di Pannella non resta isolato. Per esempio, la sera del 2 luglio, dopo che l’avvocato-deputato Ghedini ha mandato il suo messaggio al Quirinale, il primo ministro Berlusconi, di ritorno dal suo viaggio con ragazze al G20 di Toronto, a Panama, in Brasile, ha detto al Tg1-Tg5: “La situazione italiana non è tranquilla”. Detto da un primo ministro, è un annuncio grave.
Ma sentiamo anche le altre voci, le voci dell’opposizione, stessi giorni, stesse ore. Enrico Letta, vicesegretario del Pd, afferma: “Questo non va. È una manovra pasticciata”. Bersani risponde a Ghedini: “È stato passato il segno. Nessuno può parlare così, specialmente se è un avvocato”. All’improvviso ieri i toni democratici diventano più forti. Franceschini: “Voteremo tutti gli emendamenti dei finiani sulle intercettazioni”, senza rendersi conto che impegna il suo partito al buio, imbarazza i suoi deputati e i deputati vicini a Fini. Lo stesso giorno, più tardi, Bersani: “Bisognerà pensare a un altro governa, visto che questo non funziona”. Strana dichiarazione che lascia il tempo che trova oppure allude a progetti che non conosciamo. Come vedete è, il più delle volte, un discorrere quieto, di ordinaria routine politica. È scomparsa ogni traccia di legami tra oscura ricchezza, affari di mafia e ascendenza P2. È scomparso ogni riferimento all’ombra sempre più estesa della criminalità organizzata sulla politica, compresa la partecipazione, ricordata da Fini, di malavitosi al governo. Nessun accenno ai nuovi rapporti internazionali che legano l’Italia quasi solo a Gheddafi e a Putin, nessuna memoria dei respingimenti in mare, che continuano senza sapere quanti morti, quanti prigionieri nei campi libici, quanti diritti negati si verificano ogni giorno, a spese e sotto la responsabilità dell’Italia (come ci viene rimproverato da tutte le organizzazioni internazionali) mentre crollano i pilastri della sanità, della scuola, del lavoro, mentre l’attacco alla giustizia diventa furibondo e ci viene detto che la disoccupazione giovanile è al 29.2%.
Non vedere nulla, tranne un governo imperfetto da correggere, modificare, qualche volta sgridare, ma sempre tentando di migliorare la loro merce con qualche volenteroso contributo un po’ qua, un po’ là, mi appare come un distacco grave e pericoloso dalla realtà. Questo Pd, con la sua voglia forzata di ottimismo e normalità ricorda il triste caso del bambino sonnambulo di Roma. “Ci sono tanti casi – pare che abbiano detto i medici ai genitori – non preoccupatevi, di solito non cadono”. Il bambino sonnambulo di Roma è caduto. Ed è morto.
Politici in fuga dagli elettori
di Marco Travaglio
4 luglio 2010
L’elenco è tristemente lungo
L’elenco dei politici in fuga dagli elettori è lungo, sterminato. L’ultimo è Piero Fassino, pizzicato da alcuni ragazzi delle Agende Rosse in piazza Navona mentre manifestava spudoratamente contro il bavaglio. Lui che, quand’era segretario dei Ds, guidava la coalizione detta comicamente “Unione” che nel 2007 votò unanime alla Camera insieme al centrodestra la legge bavaglio Mastella, salvo 9 astenuti o non partecipanti al voto (Giulietti, Grillini, Nicchi, Cannavò, Zaccaria, Carra, De Zulueta, Poletti e Caldarola).
Il bavaglio Mastella era, se possibile, ancora peggio dell’ultima versione del bavaglio Alfano: vietava “la pubblicazione, anche parziale o per riassunto”, di tutti gli atti di indagine anche se non più coperti da segreto, cioè dei verbali ma anche delle intercettazioni, fino all’inizio del processo (il bavaglio Alfano, almeno, il riassunto lo consente per tutti gli atti, intercettazioni escluse) e degli atti del fascicolo del pm addirittura fino alla sentenza d’appello; puniva i giornalisti con la galera fino a 30 giorni o con multe fino a 100 mila euro per ogni articolo (le multe del bavaglio Alfano arrivano a 10 mila euro ad articolo, o a 20 mila in caso di intercettazioni). Come si vede nel filmato, appena i ragazzi gli contestano l’inesistenza del Pd all’opposizione e gli inciuci dei Ds quand’erano in maggioranza, Fassino si attizza come un fiammifero, perde la calma, ammonisce i malcapitati col ditino alzato e poi se ne va bofonchiando a caccia di telecamere.
Al crepuscolo della prima Repubblica, 18 anni fa, quando la politica era screditata esattamente quanto oggi, i politici stavano molto attenti agli umori dei loro elettori. Al punto che, per tentar di recuperare un minimo di credibilità, si spogliarono dei due più formidabili scudi della Casta: abolirono l’autorizzazione a procedere per indagare su di loro e portarono ai due terzi la maggioranza necessaria per approvare amnistie e indulti (cioè, nella tradizione italiota, autoamnistie e autoindulti). Il che non bastò a frenare la marea montante del discredito, che alla fine li travolse, almeno per un po’. Ma almeno ci provarono, dimostrando un barlume di sintonia con l’elettorato inferocito e di rispetto democratico per i cittadini. Quelli di oggi, che poi sono in gran parte le seconde file di allora, per giunta invecchiate di vent’anni, non intravedono neppure le avvisaglie dello tsunami che sta per travolgerli tutti. Anziché fermarsi a parlare con chi li contesta, cospargersi il capo di cenere, chiedere scusa, promettere di non farlo mai più e sperare che la gente abbocchi, la sfanculano spocchiosi e portano a spasso i loro monumenti pieni di crepe. Peggio per loro. Dio fa impazzire quelli che vuole rovinare.
4 luglio 2010
L’elenco è tristemente lungo
L’elenco dei politici in fuga dagli elettori è lungo, sterminato. L’ultimo è Piero Fassino, pizzicato da alcuni ragazzi delle Agende Rosse in piazza Navona mentre manifestava spudoratamente contro il bavaglio. Lui che, quand’era segretario dei Ds, guidava la coalizione detta comicamente “Unione” che nel 2007 votò unanime alla Camera insieme al centrodestra la legge bavaglio Mastella, salvo 9 astenuti o non partecipanti al voto (Giulietti, Grillini, Nicchi, Cannavò, Zaccaria, Carra, De Zulueta, Poletti e Caldarola).
Il bavaglio Mastella era, se possibile, ancora peggio dell’ultima versione del bavaglio Alfano: vietava “la pubblicazione, anche parziale o per riassunto”, di tutti gli atti di indagine anche se non più coperti da segreto, cioè dei verbali ma anche delle intercettazioni, fino all’inizio del processo (il bavaglio Alfano, almeno, il riassunto lo consente per tutti gli atti, intercettazioni escluse) e degli atti del fascicolo del pm addirittura fino alla sentenza d’appello; puniva i giornalisti con la galera fino a 30 giorni o con multe fino a 100 mila euro per ogni articolo (le multe del bavaglio Alfano arrivano a 10 mila euro ad articolo, o a 20 mila in caso di intercettazioni). Come si vede nel filmato, appena i ragazzi gli contestano l’inesistenza del Pd all’opposizione e gli inciuci dei Ds quand’erano in maggioranza, Fassino si attizza come un fiammifero, perde la calma, ammonisce i malcapitati col ditino alzato e poi se ne va bofonchiando a caccia di telecamere.
Al crepuscolo della prima Repubblica, 18 anni fa, quando la politica era screditata esattamente quanto oggi, i politici stavano molto attenti agli umori dei loro elettori. Al punto che, per tentar di recuperare un minimo di credibilità, si spogliarono dei due più formidabili scudi della Casta: abolirono l’autorizzazione a procedere per indagare su di loro e portarono ai due terzi la maggioranza necessaria per approvare amnistie e indulti (cioè, nella tradizione italiota, autoamnistie e autoindulti). Il che non bastò a frenare la marea montante del discredito, che alla fine li travolse, almeno per un po’. Ma almeno ci provarono, dimostrando un barlume di sintonia con l’elettorato inferocito e di rispetto democratico per i cittadini. Quelli di oggi, che poi sono in gran parte le seconde file di allora, per giunta invecchiate di vent’anni, non intravedono neppure le avvisaglie dello tsunami che sta per travolgerli tutti. Anziché fermarsi a parlare con chi li contesta, cospargersi il capo di cenere, chiedere scusa, promettere di non farlo mai più e sperare che la gente abbocchi, la sfanculano spocchiosi e portano a spasso i loro monumenti pieni di crepe. Peggio per loro. Dio fa impazzire quelli che vuole rovinare.
Fassino contestato dalla piazza antibavaglio. Ma lui sbotta: “Non dite cagate!”
di David Perluigi
L'ex segretario dei Ds innervosito dalle legittime critiche dei ragazzi delle Agende rosse. "Da Vespa devi dire che Berlusconi è corruttore".
Piero Fassino è arrivato giovedì pomeriggio alle 18 circa a piazza Navona per il No-bavaglio day. L’ex segretario dei Ds, è entrato nella piazza da una vietta laterale, via Tor Milina, accompagnato da sua moglie, la senatrice Anna Serafini, lui viso un po corrucciato, lei vestita con una maglia chiara, pantaloni scuri e grandi occhiali da sole firmati. La ‘sfortuna’ per lui, oggi si può dire, è stata quella di essersi subito trovato di fronte il gazebo improvvisato dei ragazzi del Popolo delle agende rosse. Giovani e anziani che con le loro pettorine vendevano decine di copie delle ‘agende’ di Paolo Borsellino, un simbolo, quella stessa agenda per la quale, nonostante esistano delle prove fotografiche di chi l’ha sottratta dal luogo della strage di via D’Amelio, non si è potuto ancora svolgere un processo.
I ragazzi del movimento fondato dal fratello del magistrato ucciso dalla mafia, Salvatore Borsellino, le hanno esaurite in pochissime ore. L’offerta era volontaria. E probabilmente ne hanno offerta una anche al deputato torinese del Pd. I ragazzi hanno fatto capannello intorno a lui per dialogare e lo hanno “rimproverato” bonariamente, dandogli del tu, come si fa con un amico: “Perchè quando vai al Tg1 – ha affermato un ragazzo – quando vai da Vespa non dici che Berlusconi è un corruttore? Perchè Piero? Perchè questo non lo sentiamo mai dire da te? Perché non tornate in piazza con noi, con la gente, a fare l’opposizione vera?”. Fassino, tirato per un braccio dalla moglie, ha cominciato ad alzare i toni: “Ma lo sapete che abbiamo 100 deputati in meno alla Camera?’. E a quel punto, mentre tutte le telecamere dei telegiornali erano impegnate a raccogliere le dichiarazioni della sfilata di politici intorno al palco, Fassino è sbottato: “Te la dico brutalmente, questo è un vizio della sinistra, pensare che non battiamo Berlusconi perché c’è qualcuno nel nostro campo che tradisce e non fa la sua parte, questa è una Cagata! Dovete convincervi che la gente la propria parte la fa, tutta, come la fai tu, la faccio io!”. E se ne è andato con un gesto eloquente della mano. Noi de ilfattoquotidiano.it mentre politici e addetti stampa, come succede sempre in questi casi, ci tiravano per la giacca per lasciare una traccia di quella loro giornata di piazza, abbiamo pensato bene di andare a riprendere tutta la scena. La linea infatti era quella, unica: sentire prima di tutto la gente che spontaneamente si era radunata a Roma e Milano. Lasciando fuori i politici. Di proposito.
Un uomo dell’entourage del Pd ci ha chiesto a quale testata appartenessimo, infastidito probabilmente della scena tra i giovani delle ‘agende rosse’ e Fassino che poco prima avevamo ripreso con la telecamera. Ci siamo presentati al parlamentare e siamo avanzati cortesemente con il microfono per avere da lui una replica, Fassino, proprio nella giornata antibavaglio, ci ha messo una mano sul microfono, ci ha detto che lui non rilasciava interviste e che: ‘Non si faceva prendere la voce così’ e poi, grave, l’accusa ai ragazzi di ‘Avere inscenato un teatrino per i giornalisti’.
Ieri Salvatore Borsellino, avvertito dai suoi ragazzi nella serata di giovedì di quanto era accaduto a Roma, perchè impegnato con le sue “agende rosse” in un’altra piazza gremita contro il bavaglio di Governo, quella di Milano, ha scritto sul blog de ilfattoquotidiano.it: “Fassino, questi giovani dei quali parli con disprezzo mentre fuggi senza voltarti indietro per non doverli guardare negli occhi, a questi due ragazzi, come tu dici, che hanno inscenato un teatrino per poterti attaccare, non importa ormai più niente di te, tu oramai sei il nulla, sei soltanto “quel signore li”, hai svenduto la passione di tante persone che negli ideali della sinistra hanno creduto e continuano a credere per dei brandelli di potere, per il controllo di almeno “una banca”, continui a partecipare, tu si, a dei teatrini televisivi nei quali si esaurisce la tua opposizione’.
L'ex segretario dei Ds innervosito dalle legittime critiche dei ragazzi delle Agende rosse. "Da Vespa devi dire che Berlusconi è corruttore".
Piero Fassino è arrivato giovedì pomeriggio alle 18 circa a piazza Navona per il No-bavaglio day. L’ex segretario dei Ds, è entrato nella piazza da una vietta laterale, via Tor Milina, accompagnato da sua moglie, la senatrice Anna Serafini, lui viso un po corrucciato, lei vestita con una maglia chiara, pantaloni scuri e grandi occhiali da sole firmati. La ‘sfortuna’ per lui, oggi si può dire, è stata quella di essersi subito trovato di fronte il gazebo improvvisato dei ragazzi del Popolo delle agende rosse. Giovani e anziani che con le loro pettorine vendevano decine di copie delle ‘agende’ di Paolo Borsellino, un simbolo, quella stessa agenda per la quale, nonostante esistano delle prove fotografiche di chi l’ha sottratta dal luogo della strage di via D’Amelio, non si è potuto ancora svolgere un processo.
I ragazzi del movimento fondato dal fratello del magistrato ucciso dalla mafia, Salvatore Borsellino, le hanno esaurite in pochissime ore. L’offerta era volontaria. E probabilmente ne hanno offerta una anche al deputato torinese del Pd. I ragazzi hanno fatto capannello intorno a lui per dialogare e lo hanno “rimproverato” bonariamente, dandogli del tu, come si fa con un amico: “Perchè quando vai al Tg1 – ha affermato un ragazzo – quando vai da Vespa non dici che Berlusconi è un corruttore? Perchè Piero? Perchè questo non lo sentiamo mai dire da te? Perché non tornate in piazza con noi, con la gente, a fare l’opposizione vera?”. Fassino, tirato per un braccio dalla moglie, ha cominciato ad alzare i toni: “Ma lo sapete che abbiamo 100 deputati in meno alla Camera?’. E a quel punto, mentre tutte le telecamere dei telegiornali erano impegnate a raccogliere le dichiarazioni della sfilata di politici intorno al palco, Fassino è sbottato: “Te la dico brutalmente, questo è un vizio della sinistra, pensare che non battiamo Berlusconi perché c’è qualcuno nel nostro campo che tradisce e non fa la sua parte, questa è una Cagata! Dovete convincervi che la gente la propria parte la fa, tutta, come la fai tu, la faccio io!”. E se ne è andato con un gesto eloquente della mano. Noi de ilfattoquotidiano.it mentre politici e addetti stampa, come succede sempre in questi casi, ci tiravano per la giacca per lasciare una traccia di quella loro giornata di piazza, abbiamo pensato bene di andare a riprendere tutta la scena. La linea infatti era quella, unica: sentire prima di tutto la gente che spontaneamente si era radunata a Roma e Milano. Lasciando fuori i politici. Di proposito.
Un uomo dell’entourage del Pd ci ha chiesto a quale testata appartenessimo, infastidito probabilmente della scena tra i giovani delle ‘agende rosse’ e Fassino che poco prima avevamo ripreso con la telecamera. Ci siamo presentati al parlamentare e siamo avanzati cortesemente con il microfono per avere da lui una replica, Fassino, proprio nella giornata antibavaglio, ci ha messo una mano sul microfono, ci ha detto che lui non rilasciava interviste e che: ‘Non si faceva prendere la voce così’ e poi, grave, l’accusa ai ragazzi di ‘Avere inscenato un teatrino per i giornalisti’.
Ieri Salvatore Borsellino, avvertito dai suoi ragazzi nella serata di giovedì di quanto era accaduto a Roma, perchè impegnato con le sue “agende rosse” in un’altra piazza gremita contro il bavaglio di Governo, quella di Milano, ha scritto sul blog de ilfattoquotidiano.it: “Fassino, questi giovani dei quali parli con disprezzo mentre fuggi senza voltarti indietro per non doverli guardare negli occhi, a questi due ragazzi, come tu dici, che hanno inscenato un teatrino per poterti attaccare, non importa ormai più niente di te, tu oramai sei il nulla, sei soltanto “quel signore li”, hai svenduto la passione di tante persone che negli ideali della sinistra hanno creduto e continuano a credere per dei brandelli di potere, per il controllo di almeno “una banca”, continui a partecipare, tu si, a dei teatrini televisivi nei quali si esaurisce la tua opposizione’.
Un progetto di rinnovamento della politica per la Sicilia
Le donne Siciliane stanno sperimentando vie nuove per cercare di uscire da questa drammatica situazione politica sia locale, che regionale e nazionale.Nel corso del dibattito di giorni fa sono emerse le finalità della rete delle donne che si sta costruendo in Sicilia.
La rete delle donne prende spunto dall’esperienza delle donne pugliesi, dal loro impegno, e dal modo di fare rete che ha permesso a Nichi Vendola di riconfermarsi alla guida della Regione.
Ispirandoci alla Puglia, dobbiamo quindi affermare con convinzione il ruolo determinante delle donne nella nostra società.
Il gruppo si propone di aggregare donne e uomini CHE VIVONO E LAVORANO IN SICILIA e che credono in una sinistra NUOVA ED UNITA, AVENDO COME RIFERIMENTO Nichi Vendola. Si ritiene, infatti che in questo momento è l'unico leader in grado di opporsi fermamente a Berlusconi. Le donne italiane ed insieme quelle Siciliane possono fare la differenza e supportare Nichi Vendola nella costruzione di una grande sinistra nuova e unita dove le donne siano protagoniste della rinascita del Paese. Dopo la Puglia Migliore dobbiamo insieme lavorare per una Sicilia Migliore ed insieme per un Paese Migliore.
La rete delle donne non appartiene a nessuna corrente o partiti di sinistra, perché l’obbiettivo è unire la sinistra in Italia. Altro problema è sviluppare un programma di governo da porre come base di discussione alla sinistra unita. Per fare ciò si organizzeranno i gruppi con referenti provinciali e comunali.
Questo lavoro in parte iniziato ha portato alla individuazione delle referenti della maggior parte delle province siciliane e quelle di alcuni comuni dell’entroterra e di Gela.
Le donne siciliane devono fare uno sforzo ulteriore per individuare le referenti delle province di Trapani e Ragusa.
Nel corso dell'incontro c'è stato chi ha affermato che il principio che la rete delle donne deve avere come obbiettivo la crescita culturale e rivolgersi a tutti senza distinzione di schieramenti politici e realizzare attraverso l’impegno delle donne nel territorio la compattazione dell’attuale sinistra frammentata e individuare un leader della sinistra e appoggiarlo.
E' venuta fuori la voglia di puntare subito sulle donne e che la rivoluzione delle donne non è ancora iniziata ne finita ma semplicemente interrotta. C'è chi ritiene che è meglio lasciar perdere la destra e la sinistra e puntare sulla donne che vogliono impegnarsi, ritenendo che l’obiettivo da raggiungere cioè una sinistra compatta e unita e molto difficile da raggiungere, anche se questo deve essere l’impegno della rete di donne.
Per quanto mi riguarda non si può lasciar perdere la destra e la sinistra, perché ritiengo che ci si debba ispirare ai valori della sinistra, che sono diversi da quelli della destra ed è chiaro, quindi, che la rete si colloca a sinistra, perché di sinistra sono i suoi valori di legalità, uguaglianza e diritti.
In Italia ci sono "donne che hanno realizzato organizzazioni regolamentate da loro stesse per la risoluzione dei loro problemi sul territorio d’appartenenza. Tali realtà possono essere duplicate in ambito locale nei vari territori indipendentemente dalla rete che oggi si vuole costituire in Sicilia, ma in collaborazione e simbiosi, perché ritiene che molti sono i problemi collegati al mondo delle donne irrisolti e solo l’impegno delle dirette interessate potrà permetterne la risoluzione. "
Deve essere chiaro che la nostra rete deve avere lo scopo della costruzione di una sana politica e non dobbiamo allontanarci da tale obbiettivo nazionale, anche se le varie referenti territoriali potranno orientarsi e impegnansi, con sane iniziative territoriali.
Ci sono donne deluse e disilluse dalla politica attuale e convinte che il Presidente del Consiglio ha realizzato il suo scopo riuscendo a creare più un senso d’invidia negli Italiani che sana indignazione verso i fatti gravi che sono successi. Il sistema politico attuale lascia fare alla gente tutte le manifestazioni che vogliono, tanto non ne parla nessuno e quindi i giovani che intraprendono qualsiasi iniziativa che viene sminuita, raccolgono delusioni. L’idea della rete delle donne piace alle donne e devo dire anche agli uomini, viste le adesioni entusiastiche nel gruppo, perché non ci si può rassegnare a non fare nulla per un reale cambiamento. Le donne sperano che questa idea si possa sviluppare anche nelle scuole, sia per creare una coscienza politica più consapevole negli alunni, sia perché con le colleghe si parla spesso di come arrivare a tali obbiettivi, vogliono rendersi attive e partecipi dentro la rete giacché il non fare niente procura uno stato di colpa e frustrazione.
Come è evidente la rete è in fase di costruzione e tutti insieme dobbiamo capire come costruire questo percorso, mettendo ciascuno/a a disposizione le nostre competenze e le nostre idee per individuare quale è la strada da percorre per aiutare la sinistra a ritrovare la necessaria unità, per far uscire il paese dal pantano in cui si è cacciato!
C'è chi ha ribadito la necessità di lavorare per unire tutte le forze sane della sinistra. "Solo uniti potremo essere capaci ed efficaci per contrastare l'arroganza del potere che sta scardinando i principi fondamentali della nostra Costituzione e su cui si fonda la nostra Democrazia. La gente non ha la percezione della gravità della situazione in cui ci troviamo in Italia. I mezzi di informazione sono controllati da un potere che falsa le notizie, omettendone alcune e falsificando la realtà. Purtroppo la maggior parte della gente si informa soltanto con i TG nazionali e di tutto ciò che gli viene propinato continuamente dalle emittenti televisive, ed è poi quella gente che crederà a quell'immagine distorta della realtà, e deciderà con il voto i politici che governeranno il paese. Pertanto è necessario che si provveda a trovare il modo per fare arrivare alla gente le notizie che i mezzi di comunicazione di massa non fanno arrivare. In tutto questo il ruolo delle donne può essere importantissimo grazie anche alla loro indole comunicativa e alla loro grinta che da sempre hanno dimostrato nel raggiungere gli obiettivi prefissati. Le donne diventino strumento di diffusione, seminando ovunque quelle notizie che riescono a recepire attraverso la rete o altre fonti attendibili sull'operato della politica che sta distruggendo i nostri diritti, i principi fondamentali della Costituzione. Dobbiamo contrastare il bavaglio che stanno cercando di attuare. Per fare ciò però non possiamo farlo da sole. Occorre che ci appoggiamo non solo ad un partito, ma a tutte quelle forze politiche che vogliano appoggiare il nostro progetto o a tutti quei politici che vogliono fare da portavoce delle nostre esigenze, le esigenze delle donne che hanno a cuore la dignità delle donne e della moralità, con l'auspicio che si possa avere di nuovo fiducia nella sana politica dei veri valori."
Secondo me il riferimento politico deve esserci e nell’attuale panoramico politico non possiamo che rivolgerci a Nichi Vendola. Questi ha riconosciuto il grande lavoro svolto autonomamente dalle donne di Puglia, durante la campagna elettorale e dopo la vittoria ha istituito l’autority delle donne presso la Regione Puglia, mantenendo la promessa fatta e dimostrando con i fatti di tenere in considerazione le donne e di rispettarne la dignità , le competenze ed il lavoro, come ha dimostrato anche con l’inserimento in giunta del 50% di donne. Ciò significa che c’è da fare un lavoro grandissimo e culturale da parte delle donne, la nostra dignità e la nostra libertà è veramente a rischio. Tutto questo sta succedendo perché noi donne siamo escluse da ogni posto di potere e quindi bisogna fare crescere nelle donne la consapevolezza del loro valore e cosa è veramente il valore della libertà delle donne.
Le donne della rete si sono date un programma per realizzare quanto segue:
• le referenti provinciali dovranno organizzare la rete sul territorio individuando nel territorio le referenti dei vari comuni;
• Le stesse dovranno organizzare incontri in ambito locale per far conoscere le finalità della rete e dovranno altresì promuovere iniziative programmatiche sulle varie realtà locali ed elaborare punti programmatici risolutivi da porre come base di discussione alle varie realtà politiche e associative di sinistra al fine di trovare la necessaria unità;
• La rete delle donne siciliane aderisce alla battaglia per la difesa dell’acqua perché ritiene che l’acqua è un bene pubblico non mercificabile;
• La rete delle donne siciliane ha ritenuto di aderire allo sbarco su Genova avvenuto il 26 giugno scorso, organizzato dai nostri connazionali della Spagna, perché ne condivide gli obbiettivi soprattutto per quanto riguarda la difesa della Nostra Costituzione e dei diritti in essa enunciati, oggi messi a serio rischio dall’attuale governo e maggioranza di centro destra.
Nella Toscano
La rete delle donne prende spunto dall’esperienza delle donne pugliesi, dal loro impegno, e dal modo di fare rete che ha permesso a Nichi Vendola di riconfermarsi alla guida della Regione.
Ispirandoci alla Puglia, dobbiamo quindi affermare con convinzione il ruolo determinante delle donne nella nostra società.
Il gruppo si propone di aggregare donne e uomini CHE VIVONO E LAVORANO IN SICILIA e che credono in una sinistra NUOVA ED UNITA, AVENDO COME RIFERIMENTO Nichi Vendola. Si ritiene, infatti che in questo momento è l'unico leader in grado di opporsi fermamente a Berlusconi. Le donne italiane ed insieme quelle Siciliane possono fare la differenza e supportare Nichi Vendola nella costruzione di una grande sinistra nuova e unita dove le donne siano protagoniste della rinascita del Paese. Dopo la Puglia Migliore dobbiamo insieme lavorare per una Sicilia Migliore ed insieme per un Paese Migliore.
La rete delle donne non appartiene a nessuna corrente o partiti di sinistra, perché l’obbiettivo è unire la sinistra in Italia. Altro problema è sviluppare un programma di governo da porre come base di discussione alla sinistra unita. Per fare ciò si organizzeranno i gruppi con referenti provinciali e comunali.
Questo lavoro in parte iniziato ha portato alla individuazione delle referenti della maggior parte delle province siciliane e quelle di alcuni comuni dell’entroterra e di Gela.
Le donne siciliane devono fare uno sforzo ulteriore per individuare le referenti delle province di Trapani e Ragusa.
Nel corso dell'incontro c'è stato chi ha affermato che il principio che la rete delle donne deve avere come obbiettivo la crescita culturale e rivolgersi a tutti senza distinzione di schieramenti politici e realizzare attraverso l’impegno delle donne nel territorio la compattazione dell’attuale sinistra frammentata e individuare un leader della sinistra e appoggiarlo.
E' venuta fuori la voglia di puntare subito sulle donne e che la rivoluzione delle donne non è ancora iniziata ne finita ma semplicemente interrotta. C'è chi ritiene che è meglio lasciar perdere la destra e la sinistra e puntare sulla donne che vogliono impegnarsi, ritenendo che l’obiettivo da raggiungere cioè una sinistra compatta e unita e molto difficile da raggiungere, anche se questo deve essere l’impegno della rete di donne.
Per quanto mi riguarda non si può lasciar perdere la destra e la sinistra, perché ritiengo che ci si debba ispirare ai valori della sinistra, che sono diversi da quelli della destra ed è chiaro, quindi, che la rete si colloca a sinistra, perché di sinistra sono i suoi valori di legalità, uguaglianza e diritti.
In Italia ci sono "donne che hanno realizzato organizzazioni regolamentate da loro stesse per la risoluzione dei loro problemi sul territorio d’appartenenza. Tali realtà possono essere duplicate in ambito locale nei vari territori indipendentemente dalla rete che oggi si vuole costituire in Sicilia, ma in collaborazione e simbiosi, perché ritiene che molti sono i problemi collegati al mondo delle donne irrisolti e solo l’impegno delle dirette interessate potrà permetterne la risoluzione. "
Deve essere chiaro che la nostra rete deve avere lo scopo della costruzione di una sana politica e non dobbiamo allontanarci da tale obbiettivo nazionale, anche se le varie referenti territoriali potranno orientarsi e impegnansi, con sane iniziative territoriali.
Ci sono donne deluse e disilluse dalla politica attuale e convinte che il Presidente del Consiglio ha realizzato il suo scopo riuscendo a creare più un senso d’invidia negli Italiani che sana indignazione verso i fatti gravi che sono successi. Il sistema politico attuale lascia fare alla gente tutte le manifestazioni che vogliono, tanto non ne parla nessuno e quindi i giovani che intraprendono qualsiasi iniziativa che viene sminuita, raccolgono delusioni. L’idea della rete delle donne piace alle donne e devo dire anche agli uomini, viste le adesioni entusiastiche nel gruppo, perché non ci si può rassegnare a non fare nulla per un reale cambiamento. Le donne sperano che questa idea si possa sviluppare anche nelle scuole, sia per creare una coscienza politica più consapevole negli alunni, sia perché con le colleghe si parla spesso di come arrivare a tali obbiettivi, vogliono rendersi attive e partecipi dentro la rete giacché il non fare niente procura uno stato di colpa e frustrazione.
Come è evidente la rete è in fase di costruzione e tutti insieme dobbiamo capire come costruire questo percorso, mettendo ciascuno/a a disposizione le nostre competenze e le nostre idee per individuare quale è la strada da percorre per aiutare la sinistra a ritrovare la necessaria unità, per far uscire il paese dal pantano in cui si è cacciato!
C'è chi ha ribadito la necessità di lavorare per unire tutte le forze sane della sinistra. "Solo uniti potremo essere capaci ed efficaci per contrastare l'arroganza del potere che sta scardinando i principi fondamentali della nostra Costituzione e su cui si fonda la nostra Democrazia. La gente non ha la percezione della gravità della situazione in cui ci troviamo in Italia. I mezzi di informazione sono controllati da un potere che falsa le notizie, omettendone alcune e falsificando la realtà. Purtroppo la maggior parte della gente si informa soltanto con i TG nazionali e di tutto ciò che gli viene propinato continuamente dalle emittenti televisive, ed è poi quella gente che crederà a quell'immagine distorta della realtà, e deciderà con il voto i politici che governeranno il paese. Pertanto è necessario che si provveda a trovare il modo per fare arrivare alla gente le notizie che i mezzi di comunicazione di massa non fanno arrivare. In tutto questo il ruolo delle donne può essere importantissimo grazie anche alla loro indole comunicativa e alla loro grinta che da sempre hanno dimostrato nel raggiungere gli obiettivi prefissati. Le donne diventino strumento di diffusione, seminando ovunque quelle notizie che riescono a recepire attraverso la rete o altre fonti attendibili sull'operato della politica che sta distruggendo i nostri diritti, i principi fondamentali della Costituzione. Dobbiamo contrastare il bavaglio che stanno cercando di attuare. Per fare ciò però non possiamo farlo da sole. Occorre che ci appoggiamo non solo ad un partito, ma a tutte quelle forze politiche che vogliano appoggiare il nostro progetto o a tutti quei politici che vogliono fare da portavoce delle nostre esigenze, le esigenze delle donne che hanno a cuore la dignità delle donne e della moralità, con l'auspicio che si possa avere di nuovo fiducia nella sana politica dei veri valori."
Secondo me il riferimento politico deve esserci e nell’attuale panoramico politico non possiamo che rivolgerci a Nichi Vendola. Questi ha riconosciuto il grande lavoro svolto autonomamente dalle donne di Puglia, durante la campagna elettorale e dopo la vittoria ha istituito l’autority delle donne presso la Regione Puglia, mantenendo la promessa fatta e dimostrando con i fatti di tenere in considerazione le donne e di rispettarne la dignità , le competenze ed il lavoro, come ha dimostrato anche con l’inserimento in giunta del 50% di donne. Ciò significa che c’è da fare un lavoro grandissimo e culturale da parte delle donne, la nostra dignità e la nostra libertà è veramente a rischio. Tutto questo sta succedendo perché noi donne siamo escluse da ogni posto di potere e quindi bisogna fare crescere nelle donne la consapevolezza del loro valore e cosa è veramente il valore della libertà delle donne.
Le donne della rete si sono date un programma per realizzare quanto segue:
• le referenti provinciali dovranno organizzare la rete sul territorio individuando nel territorio le referenti dei vari comuni;
• Le stesse dovranno organizzare incontri in ambito locale per far conoscere le finalità della rete e dovranno altresì promuovere iniziative programmatiche sulle varie realtà locali ed elaborare punti programmatici risolutivi da porre come base di discussione alle varie realtà politiche e associative di sinistra al fine di trovare la necessaria unità;
• La rete delle donne siciliane aderisce alla battaglia per la difesa dell’acqua perché ritiene che l’acqua è un bene pubblico non mercificabile;
• La rete delle donne siciliane ha ritenuto di aderire allo sbarco su Genova avvenuto il 26 giugno scorso, organizzato dai nostri connazionali della Spagna, perché ne condivide gli obbiettivi soprattutto per quanto riguarda la difesa della Nostra Costituzione e dei diritti in essa enunciati, oggi messi a serio rischio dall’attuale governo e maggioranza di centro destra.
Nella Toscano
La libertà dei servi
Di Maurizio Virali
Da tempo cercavo di poter spiegare in termini razionali tutta la rabbia che covo dentro in merito alla situazione italiana, ma ogni mio scritto era talmente pieno di parolacce e offese da essere immediatamente cestinato, giusto per rispetto verso il prossimo.
Oggi finalmente mi è capitato di imbattermi in un testo di cui ho condiviso TUTTO, dalle fonti citate alla chiarezza sintattica, dalla struttura logica fino ai segni d'interpunzione. Mi permetto dunque si starmene zitto zitto in un angolino e riportarlo integralmente, senza ulteriori commenti: ringrazio il Prof. Viroli della Princeton University per l'esposizione e il blog di Luca Boschi che me l'ha fatta conoscere.
* * *
L’Italia è un paese con libere istituzioni ma gli Italiani sono servi.
Ha libere istituzioni perché le regole democratiche e le libertà civili sono, con poche eccezioni, rispettate.
Gli italiani non sono liberi perché mancano, in generale, delle fondamentali qualità proprie di liberi cittadini: il rispetto delle leggi e della Costituzione, la volontà e la capacità di assolvere i doveri civici.
Il vero segno distintivo del potere è oggi mostrare disprezzo per le responsabilità e per le norme. L’Italia appare, a chi la guarda dall’esterno, una grande corte, con un nuovo tipo di principe al centro.
Nei secoli gli italiani hanno creato forme di governo e modi di agire politico che non avevano precedenti. Gli esempi più chiari sono le libere repubbliche della prima età moderna e il fascismo.
Le prime furono esempi di libertà, con tutti i loro limiti; il secondo un esempio di dominio totalitario, ma le une e l’altro furono creazioni originali.
L’Italia dei nostri tempi è un’altra creazione politica originale.
Nella storia ci sono stati e ci sono molti casi di cattivo governo, nel senso di governanti che fanno il proprio interesse anziché curare il bene comune e violano i fondamentali diritti di libertà dei cittadini.
Ci sono stati e ci sono anche casi di istituzioni oppressive e di popoli liberi, ovvero popoli oppressi da governi corrotti che hanno invece conservato lo spirito libero.
L’esempio che non si era ancora visto è quello di un popolo non libero con libere istituzioni: un paese democratico dove i cittadini sono diventati, con eccezioni, s’intende, una moltitudine di cortigiani anche se i governanti non hanno fatto nulla per violare le regole democratiche e i diritti civili.
Come si può capire tutto questo?
Per quanto possa sembrare strano, visto che il creatore del nuovo sistema politico italiano si proclama alfiere della libertà, il problema italiano è un problema di libertà, l’Italia non è un paese libero.
Per capire quest’affermazione bisogna intendere bene che cosa vuol dire libertà politica. La concezione prevalente, quella propugnata e diffusa dai governanti, afferma che noi siamo liberi nella misura che non siamo oppressi, ovvero fin quando nessuno ci impedisce di fare quello che vogliamo e possiamo fare, e nessuno ci impedisce di esercitare i nostri fondamentali diritti. La mancanza di libertà, sempre nella concezione oggi dominante, è la conseguenza di azioni, di quello che fa o non fa chi governa e in generale chi ha potere.
A proposito di questa concezione della libertà è bene sapere che il primo pensatore politico che l’ha teorizzata era Thomas Hobbes, un sostenitore della monarchia assoluta che non accettava neppure la distinzione fra monarchia e tirannide. Ed è bene soprattutto sapere che il capitolo della sua opera Leviatano in cui la spiega si intitola La libertà dei sudditi.
Non dovrebbe fare riflettere il fatto che l’idea di libertà che oggi domina in Italia è la libertà dei sudditi, non quella dei cittadini?
Qual è invece la libertà dei cittadini?
La risposta è facile visto che gli scrittori politici repubblicani che amavano la libertà hanno nei secoli ripetuto sempre il medesimo concetto: essere liberi non vuol dire avere un buon padrone; essere liberi vuol dire non avere un padrone.
Vuol dire non essere dominati da nessun uomo o da nessun gruppo di uomini, cioè vuol dire non essere sottoposti ad alcun potere arbitrario o enorme che può fare quello che vuole: violare le leggi o fare leggi per i propri comodi. Anche se il potere arbitrario o enorme di un uomo si è affermato con mezzi democratici, la semplice esistenza di tale potere rende non liberi, ma servi.
Esiste in Italia un potere enorme che ha prodotto gli effetti tipici di un sistema di dominio?
Mentre sarebbe sbagliato sostenere che esiste in Italia un potere capace di controllare interamente lo Stato e la vita degli Italiani, si può invece affermare che esiste un potere enorme, di grandezza ed estensione sconosciute in qualsiasi altro stato liberale o democratico del passato o del nostro tempo, e che l’esistenza di tale potere ha già creato un popolo servo che si crede libero, un popolo che ha appunto la libertà dei servi.
Il capo del governo detiene un patrimonio personale che nessun altro leader di paesi democratici ha mai neppure sognato di possedere; controlla direttamente o indirettamente un impero mediatico, fatto anche questo che non ha precedenti storici; ha ai suoi ordini un partito, che egli stesso ha creato come ramificazione delle sue imprese, composto di uomini e donne che dipendono da lui per il loro status, i loro privilegi e la loro ricchezza (o parte della loro ricchezza).
La semplice presenza di un simile potere distrugge la libertà dei cittadini.
Li trasforma in persone con la mentalità servile e in cortigiani: cieca devozione agli uomini potenti, disponibilità alla menzogna, ossessione per le apparenze esteriori, simulazione, atteggiamenti buffoneschi, mancanza di rettitudine e di coraggio, acquiescenza, docilità, attitudine all’inganno e arroganza, quest’ultima particolarmente visibile nella classe politica ma anche nella vita ordinaria.
A questi caratteri propri di una società dominata da un potere enorme si aggiunge un altro tipico segno della società di corte, ovvero la presenza a palazzo delle cortigiane per soddisfare le brame del principe e perfino per servire in politici maneggi.
Il potere del denaro di comprare "amici", il potere dei media di persuadere, e perfino il discusso carisma del capo del governo non spiegano tuttavia la nascita del sistema di potere.
Bisogna tenere presente la secolare propensità degli italiani ad essere servi felici e cortigiani.
Già i Medici, nel XVI secolo, sapevano che gli italiani erano lieti di vivere alle dipendenze di un principe. Arlecchino, la tipica maschera nazionale, è servo, ma è felice, e riesce, con l’astuzia, a fare più o meno quel che vuole. Per questa ragione i nostri migliori pensatori politici hanno sempre sottolineato che il problema della libertà in Italia è sempre stato un problema in primo luogo morale.
Carlo Rosselli, in Socialismo liberale scriveva che problema italiano è ancora oggi [1928] il medesimo, vale a dire un problema di libertà, ma problema di libertà “nel suo significato integrale”, cioè “di autonomia spirituale, di emancipazione della coscienza”.
E aggiungeva che è ”triste cosa a dirsi, ma non per questo meno vera, che in Italia l’educazione dell’uomo, la formazione della cellula morale base – l’individuo -, è ancora in gran parte da fare.
Difetta nei più, per miseria, indifferenza, secolare rinuncia, il senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità. Un servaggio di secoli fa sí che l’italiano medio oscilli oggi ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica. Il concetto della vita come lotta e missione, la nozione della libertà come dovere morale, la consapevolezza dei limiti propri ed altrui, difettano”.
E invece l’Italia è forse il solo paese democratico in cui chiunque abbia l’ardire di parlare di integrità e di rettitudine viene bollato come un moralista e ridicolizzato, forse proprio perché solo i moralisti hanno capito davvero la natura del dominio che crea servi contenti.
Da tempo cercavo di poter spiegare in termini razionali tutta la rabbia che covo dentro in merito alla situazione italiana, ma ogni mio scritto era talmente pieno di parolacce e offese da essere immediatamente cestinato, giusto per rispetto verso il prossimo.
Oggi finalmente mi è capitato di imbattermi in un testo di cui ho condiviso TUTTO, dalle fonti citate alla chiarezza sintattica, dalla struttura logica fino ai segni d'interpunzione. Mi permetto dunque si starmene zitto zitto in un angolino e riportarlo integralmente, senza ulteriori commenti: ringrazio il Prof. Viroli della Princeton University per l'esposizione e il blog di Luca Boschi che me l'ha fatta conoscere.
* * *
L’Italia è un paese con libere istituzioni ma gli Italiani sono servi.
Ha libere istituzioni perché le regole democratiche e le libertà civili sono, con poche eccezioni, rispettate.
Gli italiani non sono liberi perché mancano, in generale, delle fondamentali qualità proprie di liberi cittadini: il rispetto delle leggi e della Costituzione, la volontà e la capacità di assolvere i doveri civici.
Il vero segno distintivo del potere è oggi mostrare disprezzo per le responsabilità e per le norme. L’Italia appare, a chi la guarda dall’esterno, una grande corte, con un nuovo tipo di principe al centro.
Nei secoli gli italiani hanno creato forme di governo e modi di agire politico che non avevano precedenti. Gli esempi più chiari sono le libere repubbliche della prima età moderna e il fascismo.
Le prime furono esempi di libertà, con tutti i loro limiti; il secondo un esempio di dominio totalitario, ma le une e l’altro furono creazioni originali.
L’Italia dei nostri tempi è un’altra creazione politica originale.
Nella storia ci sono stati e ci sono molti casi di cattivo governo, nel senso di governanti che fanno il proprio interesse anziché curare il bene comune e violano i fondamentali diritti di libertà dei cittadini.
Ci sono stati e ci sono anche casi di istituzioni oppressive e di popoli liberi, ovvero popoli oppressi da governi corrotti che hanno invece conservato lo spirito libero.
L’esempio che non si era ancora visto è quello di un popolo non libero con libere istituzioni: un paese democratico dove i cittadini sono diventati, con eccezioni, s’intende, una moltitudine di cortigiani anche se i governanti non hanno fatto nulla per violare le regole democratiche e i diritti civili.
Come si può capire tutto questo?
Per quanto possa sembrare strano, visto che il creatore del nuovo sistema politico italiano si proclama alfiere della libertà, il problema italiano è un problema di libertà, l’Italia non è un paese libero.
Per capire quest’affermazione bisogna intendere bene che cosa vuol dire libertà politica. La concezione prevalente, quella propugnata e diffusa dai governanti, afferma che noi siamo liberi nella misura che non siamo oppressi, ovvero fin quando nessuno ci impedisce di fare quello che vogliamo e possiamo fare, e nessuno ci impedisce di esercitare i nostri fondamentali diritti. La mancanza di libertà, sempre nella concezione oggi dominante, è la conseguenza di azioni, di quello che fa o non fa chi governa e in generale chi ha potere.
A proposito di questa concezione della libertà è bene sapere che il primo pensatore politico che l’ha teorizzata era Thomas Hobbes, un sostenitore della monarchia assoluta che non accettava neppure la distinzione fra monarchia e tirannide. Ed è bene soprattutto sapere che il capitolo della sua opera Leviatano in cui la spiega si intitola La libertà dei sudditi.
Non dovrebbe fare riflettere il fatto che l’idea di libertà che oggi domina in Italia è la libertà dei sudditi, non quella dei cittadini?
Qual è invece la libertà dei cittadini?
La risposta è facile visto che gli scrittori politici repubblicani che amavano la libertà hanno nei secoli ripetuto sempre il medesimo concetto: essere liberi non vuol dire avere un buon padrone; essere liberi vuol dire non avere un padrone.
Vuol dire non essere dominati da nessun uomo o da nessun gruppo di uomini, cioè vuol dire non essere sottoposti ad alcun potere arbitrario o enorme che può fare quello che vuole: violare le leggi o fare leggi per i propri comodi. Anche se il potere arbitrario o enorme di un uomo si è affermato con mezzi democratici, la semplice esistenza di tale potere rende non liberi, ma servi.
Esiste in Italia un potere enorme che ha prodotto gli effetti tipici di un sistema di dominio?
Mentre sarebbe sbagliato sostenere che esiste in Italia un potere capace di controllare interamente lo Stato e la vita degli Italiani, si può invece affermare che esiste un potere enorme, di grandezza ed estensione sconosciute in qualsiasi altro stato liberale o democratico del passato o del nostro tempo, e che l’esistenza di tale potere ha già creato un popolo servo che si crede libero, un popolo che ha appunto la libertà dei servi.
Il capo del governo detiene un patrimonio personale che nessun altro leader di paesi democratici ha mai neppure sognato di possedere; controlla direttamente o indirettamente un impero mediatico, fatto anche questo che non ha precedenti storici; ha ai suoi ordini un partito, che egli stesso ha creato come ramificazione delle sue imprese, composto di uomini e donne che dipendono da lui per il loro status, i loro privilegi e la loro ricchezza (o parte della loro ricchezza).
La semplice presenza di un simile potere distrugge la libertà dei cittadini.
Li trasforma in persone con la mentalità servile e in cortigiani: cieca devozione agli uomini potenti, disponibilità alla menzogna, ossessione per le apparenze esteriori, simulazione, atteggiamenti buffoneschi, mancanza di rettitudine e di coraggio, acquiescenza, docilità, attitudine all’inganno e arroganza, quest’ultima particolarmente visibile nella classe politica ma anche nella vita ordinaria.
A questi caratteri propri di una società dominata da un potere enorme si aggiunge un altro tipico segno della società di corte, ovvero la presenza a palazzo delle cortigiane per soddisfare le brame del principe e perfino per servire in politici maneggi.
Il potere del denaro di comprare "amici", il potere dei media di persuadere, e perfino il discusso carisma del capo del governo non spiegano tuttavia la nascita del sistema di potere.
Bisogna tenere presente la secolare propensità degli italiani ad essere servi felici e cortigiani.
Già i Medici, nel XVI secolo, sapevano che gli italiani erano lieti di vivere alle dipendenze di un principe. Arlecchino, la tipica maschera nazionale, è servo, ma è felice, e riesce, con l’astuzia, a fare più o meno quel che vuole. Per questa ragione i nostri migliori pensatori politici hanno sempre sottolineato che il problema della libertà in Italia è sempre stato un problema in primo luogo morale.
Carlo Rosselli, in Socialismo liberale scriveva che problema italiano è ancora oggi [1928] il medesimo, vale a dire un problema di libertà, ma problema di libertà “nel suo significato integrale”, cioè “di autonomia spirituale, di emancipazione della coscienza”.
E aggiungeva che è ”triste cosa a dirsi, ma non per questo meno vera, che in Italia l’educazione dell’uomo, la formazione della cellula morale base – l’individuo -, è ancora in gran parte da fare.
Difetta nei più, per miseria, indifferenza, secolare rinuncia, il senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità. Un servaggio di secoli fa sí che l’italiano medio oscilli oggi ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica. Il concetto della vita come lotta e missione, la nozione della libertà come dovere morale, la consapevolezza dei limiti propri ed altrui, difettano”.
E invece l’Italia è forse il solo paese democratico in cui chiunque abbia l’ardire di parlare di integrità e di rettitudine viene bollato come un moralista e ridicolizzato, forse proprio perché solo i moralisti hanno capito davvero la natura del dominio che crea servi contenti.
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