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lunedì 7 marzo 2011
giovedì 3 marzo 2011
La Riforma Elettorale in Sicilia
Per ben due volte è stata inoltrata ai gruppi Parlamentarii dell'Ars, al presidente della Regione al Pres. dell'Ars ed alle deputate per un'incontro per discutere insieme la riforma elettorale con l'esplicita richiesta della doppia preferenza di genere e non solo.
Ebbene ad oggi nessuna risposta!
Prendiamo atto che le riforme sono solo un affare di questi politici che disdegnano di coinvolgere i cittadini nelle scelte, che dovrebbero, invece, riguardare tutti!
Ancora una volta il palazzo si autoisola, segnando una distanza incolmabile tra società civile e politica!
Fa specie che neanche la stampa e tanto meno le amiche giornaliste, a cui è pervenuto per ben due volte il comunicato stampa della Rete delle Donne Siciliane per la Rivoluzione Gentile" hanno avuto la sensibilità di portare a conoscenza di chi ignora la nostra motivata e fondamentale richiesta!
Nella Toscano
Referente Reg.le
mercoledì 2 marzo 2011
L'agorà araba
L'ANALISI
di BARBARA SPINELLI Strane e nuove cose stanno accadendo nei paesi arabi. Strane e nuove anche per quel che dicono di noi, democrazie assestate ma incapaci di ricordare come nacquero, di chiedersi se ancora sono all'altezza delle promesse d'origine. Tutti i paesi europei sono sconvolti dai turbini nordafricani, ma è in Italia che lo sgomento s'accoppia a quest'inettitudine, radicale, di interrogare se stessi. È come se ci fossimo abituati, lungo gli anni, a pensare la democrazia in maniera monistica: come se il dominio, anche da noi, fosse di uno solo. Come se una fosse la fonte della sovranità: il popolo elettore. Una la legge: quella del capo. Una l'opinione, anche quando essa coincide con il parere di una parte soltanto (la maggioranza) della collettività. Monismo e pensiero unico cadono a pezzi oltre il Mediterraneo, ma da noi hanno messo radici e vantano trionfi.
Tocqueville spiega bene, nei libri sulla Rivoluzione francese, le insidie delle prese della Bastiglia. Il Re fu sostituito da un potere solitario, illimitato, più efficace della Corona. Quello del Popolo, uno e indivisibile. Un solo valore venne eretto a valore supremo, non negoziabile: quello della Ragione. L'Uno è il fulcro del pensiero monistico, e surrettiziamente ci addestra a pensare contro la democrazia. Fino a due non riusciamo a contare. La stabilità è l'idolo cui sacrifichiamo le primordiali aspirazioni democratiche. Forse è il motivo per cui i governanti europei, e gli italiani in sommo grado, faticano a capire i paesi arabi o l'Iran. Stentano a osservarli,
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a parlarne: non ne hanno il vocabolario, pur essendo i padri dei dizionari democratici disseppelliti oltre il Mediterraneo anche per noi.
Cantileniamo il ritornello della primavera dei popoli, e non sappiamo più quel che accade, quando un popolo s'appropria del proprio destino. Quel che urge costruire, una volta distrutto il trono. Eppure basta guardare: non si riducono a questo, per ora, le rivoluzioni arabe. Non è un Popolo che si solleva, monolitico grumo di passioni che conquista il potere. Quel che vediamo sono le molteplici aspirazioni, il proliferare e differenziarsi di progetti, il bisogno - inaugurale in democrazia - di un regime regolato in modo da favorire tale differenziazione. Non il dominio del popolo è la meta ma la possibilità della disputa, la concordia nutrita di discordia.
Due sono le caratteristiche delle rivoluzioni arabe, che possono finir male o bene ma sono comunque esperienze della democrazia ai suoi albori. In primo luogo la scoperta dell'altro, del diverso, non più sotto forma del nemico che si odia o cui ci si assoggetta: dunque la scoperta di sé, di quel che io posso fare per sortire dal marasma. È significativo che la prima scintilla delle rivolte sia stata il suicidio del tunisino Mohamed Bouazizi, giovane venditore ambulante, il 4 gennaio. Il gesto ha annullato d'un colpo anni di suicidi-omicidi terroristi, e per la prima volta l'arabo insorge cominciando da sé. La seconda caratteristica è la scoperta di quanto sia prezioso, perché ci sia democrazia, lo spazio pubblico dove le varie idee s'incrociano, s'oppongono, sfociano in delibera. Nella Grecia antica si chiamava agorà: la piazza dove i privati s'incontrano, diventano cittadini che accudiscono la cosa pubblica oltre che la propria famiglia. Dove democraticamente decidono. Si decide votando a maggioranza, ma l'esistenza dell'agorà è il preambolo che dà spazio, dignità, legittimità al diverso.
Chi ha seguito su internet i tumulti arabi avrà visto le discussioni sterminate attorno a ogni articolo, appello. In assenza di un'agorà ufficiale (di una res publica), gli arabi scelgono internet e cellulari per parlarsi l'un l'altro come mai prima d'ora, per manifestare contro gli autocrati da cui erano manipolati, non governati. Il primo atto della democrazia è uscire di casa, contrariamente a quel che dice Berlusconi secondo cui la famiglia privata ti insegna tutto, e fuori s'aggirano scuri professori della scuola di Stato che inculcano nozioni devianti. Ha scritto Robert Malley sul Washington Post che Al-Jazeera è divenuta un attore politico di primo piano "perché riflette e articola il sentimento popolare. È diventata il nuovo Nasser. Il leader del mondo arabo è una rete televisiva".
Ma internet e Tv sono gli strumenti, non la stoffa delle democrazie nascenti. Altrimenti potremmo dire che anche da noi le Tv commerciali sono state levatrici di democrazia. Quel che le reti sociali arabe suscitano è la pluralità di opinioni e notizie, non l'emergere dell'etere privatizzato italiano; non la Tv a circuito chiuso di Milano 2 che s'estende alla nazione ed è emblema del quartiere sbarrato che gli americani chiamano gated community. Al-Jazeera e social network arabi abbattono i recinti, aprono finestre. Le aprono a quel che le nostre democrazie inventarono, quando nacquero anch'esse nel tumulto: la pluralità di idee, la separazione dei poteri, la convinzione che il potere tende a estendersi, se altri poteri non lo fermano e controbilanciano. Le apre infine alla laicità, tappa essenziale delle democrazie d'occidente. Naturalmente è possibile che i Fratelli musulmani, più organizzati dei manifestanti, abbiano il sopravvento. Ma gli ingredienti iniziali delle rivolte non sono in genere confessionali. Può darsi che le cerchie autocratiche si limitino a spostar pedine. Ma gli insorgenti, come si vede in Tunisia, sgamano presto e non tollerano gattopardi che fingono cambiamenti. Un esempio significativo è il documento pubblicato il 24 gennaio sul sito del giornale Yawm al-Sâbì ("Il settimo giorno"): un manifesto in 22 punti in cui si chiede la separazione tra religione e Stato, la dignità delle donne, il diritto di ogni cittadino (comprese donne, cristiani) di accedere alle massime cariche, tra cui la Presidenza. Il documento è firmato da una ventina di teologi e imam egiziani, ed è stato ripreso prima da Asia News e poi da più di 12.400 siti arabi. Ne parla da giorni Samir Khalil Samir, gesuita egiziano e professore in Libano e al Pontificio Istituto Orientale di Roma. Secondo Samir, i firmatari del proclama non sono soli: "Questo desiderio di operare una distinzione tra religione e Stato è un sentimento comune. La religione è una cosa buona in sé e non vogliamo ostacolarla, purché rimanga nel suo ambito, come una cosa piuttosto privata, che non entra nelle leggi dello Stato. Invece i diritti umani, questi sì! (...) E se la legge religiosa va contro i diritti umani, allora preferiamo i diritti umani anziché la sharia" (www. zenit. org). In Italia parole simili sono eresia, perché tutt'altro è lo spettacolo cui assistiamo: una regressione della laicità, della separazione dei poteri, della democrazia. Non stupisce che Berlusconi abbia difeso in principio i dittatori, temendo di disturbarli: non è la storia araba, ma la storia delle nostre democrazie che non arriva a interiorizzare. Metà del mondo entra in contatto con la democrazia, con le tesi di Montesquieu sul potere frenato da altri poteri, ma lui è fermo, a presidio dell'Uno e l'Indivisibile, in polemica costante con ogni potere di controllo (magistratura, Consulta, Quirinale). Mai come in queste settimane il suo esperimento è apparso superato: espressione di una democrazia impigrita, chiusa. Anche la sua idea di televisione non è agorà, inclusione del diverso. È un'opinione sola che grida dallo schermo della "scatola tonta" e ha l'impudicizia di presentarsi come Radio Londra armata contro tiranni. Non siamo certo gli unici ad arrancare dietro la primavera araba senza sapere perché arranchiamo: dimentichi dei patti coi tiranni, dei profughi respinti ai nostri confini e consegnati ai campi di concentramento libici, dell'Arabia tramutata in terra d'affari. Il ministro degli Esteri francese Michéle Alliot-Marie ha reagito all'inizio come Frattini, Berlusconi. Ma in Francia son bastati due mesi, e domenica il ministro ha dovuto dimettersi, spinto dal suo stesso partito.
Il discorso sui valori, caro al Premier quando inveisce contro la scuola pubblica, o contro l'adozione da parte di single o gay, o contro il diritto del morente a decidere se farsi o non farsi tenere in vita, è frutto di questo monismo non democratico. È una visione gradita alla Chiesa, che può ottenere potere (non in omaggio ai Vangeli ma a una sacralizzazione della stabilità degna del Grande Inquisitore) spartendolo alla maniera dell'Islam radicale: agli imam le moschee, i soldi, la signoria sulle anime; agli autocrati l'imperio politico inconfutato. L'orizzonte è quello dell'agorà negata: che trasforma l'inquilino della comunità protetta non in cittadino, ma in consumatore appeso alla scatola tonta, incapace di uscire e scoprire la Città. (02 marzo 2011)
di BARBARA SPINELLI Strane e nuove cose stanno accadendo nei paesi arabi. Strane e nuove anche per quel che dicono di noi, democrazie assestate ma incapaci di ricordare come nacquero, di chiedersi se ancora sono all'altezza delle promesse d'origine. Tutti i paesi europei sono sconvolti dai turbini nordafricani, ma è in Italia che lo sgomento s'accoppia a quest'inettitudine, radicale, di interrogare se stessi. È come se ci fossimo abituati, lungo gli anni, a pensare la democrazia in maniera monistica: come se il dominio, anche da noi, fosse di uno solo. Come se una fosse la fonte della sovranità: il popolo elettore. Una la legge: quella del capo. Una l'opinione, anche quando essa coincide con il parere di una parte soltanto (la maggioranza) della collettività. Monismo e pensiero unico cadono a pezzi oltre il Mediterraneo, ma da noi hanno messo radici e vantano trionfi.
Tocqueville spiega bene, nei libri sulla Rivoluzione francese, le insidie delle prese della Bastiglia. Il Re fu sostituito da un potere solitario, illimitato, più efficace della Corona. Quello del Popolo, uno e indivisibile. Un solo valore venne eretto a valore supremo, non negoziabile: quello della Ragione. L'Uno è il fulcro del pensiero monistico, e surrettiziamente ci addestra a pensare contro la democrazia. Fino a due non riusciamo a contare. La stabilità è l'idolo cui sacrifichiamo le primordiali aspirazioni democratiche. Forse è il motivo per cui i governanti europei, e gli italiani in sommo grado, faticano a capire i paesi arabi o l'Iran. Stentano a osservarli,
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a parlarne: non ne hanno il vocabolario, pur essendo i padri dei dizionari democratici disseppelliti oltre il Mediterraneo anche per noi.
Cantileniamo il ritornello della primavera dei popoli, e non sappiamo più quel che accade, quando un popolo s'appropria del proprio destino. Quel che urge costruire, una volta distrutto il trono. Eppure basta guardare: non si riducono a questo, per ora, le rivoluzioni arabe. Non è un Popolo che si solleva, monolitico grumo di passioni che conquista il potere. Quel che vediamo sono le molteplici aspirazioni, il proliferare e differenziarsi di progetti, il bisogno - inaugurale in democrazia - di un regime regolato in modo da favorire tale differenziazione. Non il dominio del popolo è la meta ma la possibilità della disputa, la concordia nutrita di discordia.
Due sono le caratteristiche delle rivoluzioni arabe, che possono finir male o bene ma sono comunque esperienze della democrazia ai suoi albori. In primo luogo la scoperta dell'altro, del diverso, non più sotto forma del nemico che si odia o cui ci si assoggetta: dunque la scoperta di sé, di quel che io posso fare per sortire dal marasma. È significativo che la prima scintilla delle rivolte sia stata il suicidio del tunisino Mohamed Bouazizi, giovane venditore ambulante, il 4 gennaio. Il gesto ha annullato d'un colpo anni di suicidi-omicidi terroristi, e per la prima volta l'arabo insorge cominciando da sé. La seconda caratteristica è la scoperta di quanto sia prezioso, perché ci sia democrazia, lo spazio pubblico dove le varie idee s'incrociano, s'oppongono, sfociano in delibera. Nella Grecia antica si chiamava agorà: la piazza dove i privati s'incontrano, diventano cittadini che accudiscono la cosa pubblica oltre che la propria famiglia. Dove democraticamente decidono. Si decide votando a maggioranza, ma l'esistenza dell'agorà è il preambolo che dà spazio, dignità, legittimità al diverso.
Chi ha seguito su internet i tumulti arabi avrà visto le discussioni sterminate attorno a ogni articolo, appello. In assenza di un'agorà ufficiale (di una res publica), gli arabi scelgono internet e cellulari per parlarsi l'un l'altro come mai prima d'ora, per manifestare contro gli autocrati da cui erano manipolati, non governati. Il primo atto della democrazia è uscire di casa, contrariamente a quel che dice Berlusconi secondo cui la famiglia privata ti insegna tutto, e fuori s'aggirano scuri professori della scuola di Stato che inculcano nozioni devianti. Ha scritto Robert Malley sul Washington Post che Al-Jazeera è divenuta un attore politico di primo piano "perché riflette e articola il sentimento popolare. È diventata il nuovo Nasser. Il leader del mondo arabo è una rete televisiva".
Ma internet e Tv sono gli strumenti, non la stoffa delle democrazie nascenti. Altrimenti potremmo dire che anche da noi le Tv commerciali sono state levatrici di democrazia. Quel che le reti sociali arabe suscitano è la pluralità di opinioni e notizie, non l'emergere dell'etere privatizzato italiano; non la Tv a circuito chiuso di Milano 2 che s'estende alla nazione ed è emblema del quartiere sbarrato che gli americani chiamano gated community. Al-Jazeera e social network arabi abbattono i recinti, aprono finestre. Le aprono a quel che le nostre democrazie inventarono, quando nacquero anch'esse nel tumulto: la pluralità di idee, la separazione dei poteri, la convinzione che il potere tende a estendersi, se altri poteri non lo fermano e controbilanciano. Le apre infine alla laicità, tappa essenziale delle democrazie d'occidente. Naturalmente è possibile che i Fratelli musulmani, più organizzati dei manifestanti, abbiano il sopravvento. Ma gli ingredienti iniziali delle rivolte non sono in genere confessionali. Può darsi che le cerchie autocratiche si limitino a spostar pedine. Ma gli insorgenti, come si vede in Tunisia, sgamano presto e non tollerano gattopardi che fingono cambiamenti. Un esempio significativo è il documento pubblicato il 24 gennaio sul sito del giornale Yawm al-Sâbì ("Il settimo giorno"): un manifesto in 22 punti in cui si chiede la separazione tra religione e Stato, la dignità delle donne, il diritto di ogni cittadino (comprese donne, cristiani) di accedere alle massime cariche, tra cui la Presidenza. Il documento è firmato da una ventina di teologi e imam egiziani, ed è stato ripreso prima da Asia News e poi da più di 12.400 siti arabi. Ne parla da giorni Samir Khalil Samir, gesuita egiziano e professore in Libano e al Pontificio Istituto Orientale di Roma. Secondo Samir, i firmatari del proclama non sono soli: "Questo desiderio di operare una distinzione tra religione e Stato è un sentimento comune. La religione è una cosa buona in sé e non vogliamo ostacolarla, purché rimanga nel suo ambito, come una cosa piuttosto privata, che non entra nelle leggi dello Stato. Invece i diritti umani, questi sì! (...) E se la legge religiosa va contro i diritti umani, allora preferiamo i diritti umani anziché la sharia" (www. zenit. org). In Italia parole simili sono eresia, perché tutt'altro è lo spettacolo cui assistiamo: una regressione della laicità, della separazione dei poteri, della democrazia. Non stupisce che Berlusconi abbia difeso in principio i dittatori, temendo di disturbarli: non è la storia araba, ma la storia delle nostre democrazie che non arriva a interiorizzare. Metà del mondo entra in contatto con la democrazia, con le tesi di Montesquieu sul potere frenato da altri poteri, ma lui è fermo, a presidio dell'Uno e l'Indivisibile, in polemica costante con ogni potere di controllo (magistratura, Consulta, Quirinale). Mai come in queste settimane il suo esperimento è apparso superato: espressione di una democrazia impigrita, chiusa. Anche la sua idea di televisione non è agorà, inclusione del diverso. È un'opinione sola che grida dallo schermo della "scatola tonta" e ha l'impudicizia di presentarsi come Radio Londra armata contro tiranni. Non siamo certo gli unici ad arrancare dietro la primavera araba senza sapere perché arranchiamo: dimentichi dei patti coi tiranni, dei profughi respinti ai nostri confini e consegnati ai campi di concentramento libici, dell'Arabia tramutata in terra d'affari. Il ministro degli Esteri francese Michéle Alliot-Marie ha reagito all'inizio come Frattini, Berlusconi. Ma in Francia son bastati due mesi, e domenica il ministro ha dovuto dimettersi, spinto dal suo stesso partito.
Il discorso sui valori, caro al Premier quando inveisce contro la scuola pubblica, o contro l'adozione da parte di single o gay, o contro il diritto del morente a decidere se farsi o non farsi tenere in vita, è frutto di questo monismo non democratico. È una visione gradita alla Chiesa, che può ottenere potere (non in omaggio ai Vangeli ma a una sacralizzazione della stabilità degna del Grande Inquisitore) spartendolo alla maniera dell'Islam radicale: agli imam le moschee, i soldi, la signoria sulle anime; agli autocrati l'imperio politico inconfutato. L'orizzonte è quello dell'agorà negata: che trasforma l'inquilino della comunità protetta non in cittadino, ma in consumatore appeso alla scatola tonta, incapace di uscire e scoprire la Città. (02 marzo 2011)
domenica 20 febbraio 2011
Lettera aperta AL Sindaco del Comune di Palermo Avv.Diego Cammarata.
pubblicata da Nella Toscano il giorno domenica 20 febbraio 2011 alle ore 17.13
La Rete delle Donne Siciliane per la Rivoluzione Gentile, dopo un confronto con alcune amiche della stessa ha deciso, in data odierna, di inviare al sindaco di Palermo Diego Cammarata una lettera aperta per chiedere un incontro urgente volto a trovare una soluzione per la famiglia Tomaselli, che ormai da un mese vive in una macchina parcheggiata a Piazza Indipendenza in condizioni inumane, come si può ben immaginare, auspicando che si possa quando prima trovare una soluzione definitiva a questo dramma.
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AL Sindaco del Comune di Palermo
Avv.Diego Cammarata.
Su La Repubblica di Palermo di ieri abbiamo avuto modo di leggere il dramma di una famiglia Palermitana, ed esattamente della Famiglia Tomaselli, che da un mese vive nella propria autovettura perché non possiede più una casa!
Siamo profondamente indignate e preoccupate per tutto quanto sta succedendo nella nostra società e soprattutto in questa città, che non trova di meglio che abbandonare gli ultimi al proprio destino.
Quello che è successo a questa famiglia non è degno di un Paese civile!!!
Il Comune di Palermo non può lasciare fuori chi bussa alla sua porta perché in gravi difficoltà, deve anzi attivarsi per cercare soluzioni adeguate a risolvere il problema!
Di questo siamo profondamente convinte, così come siamo convinte che quelle messe in atto nel recente passato dal Comune non siano la soluzione giusta, come dimostrano i fatti narrati da questa famiglia, che non potendo più pagare l'affitto della casa, ha già bussato ai servizi sociali del Comune che li hanno piazzati in uno degli alloggi, gestiti dall'associazione "Madre Serafina Farolfi" in corso Tukory, dove sono rimasti per quattro anni, in attesa di avere assegnata una casa popolare accumulando sedici punti nella graduatoria. Da quel momento, però, l'amministrazione comunale se ne lava le mani e Parcheggiata la famiglia in quell'alloggio che dovrebbe servire all'associazione per ospitare i bambini malati di cancro in cura all'ospedale "Di Cristina", e dopo un po' inizia a non pagare più le spese a carico della famiglia, a cui non ha destinato neanche un euro per mangiare. Questo calvario per la famiglia è durato quattro anni senza che sia stata trovata un’adeguata soluzione. I Tomaselli dopo uno sgombero coatto a luglio scorso si sono ritrovati per strada con in tasca hanno soltanto seicento euro, ultima donazione dell'associazione "Serafina Farolfi" , che gli consentirà di pagare un paio di mesi di affitto di un'abitazione vicino piazza Vittoria e poi, finiti i soldi, la strada!
Siamo profondamente Convinte/i che tutto questo è indegno di un Paese civile, non si possono trattare così i cittadini!
Un’amministrazione Comunale non può non farsi carico di un così rilevante caso umano e non porsi il problema di come risolverlo definitivamente!
Uno Stato, un’Istituzione deve avere a cuore la salute ed il benessere dei propri cittadini e la politica deve farsi carico dei problemi per risolverli in tempi adeguati al fine di evitare drammi ulteriori, questa è la sua missione!!!
Chiedamo
pertanto un incontro immediato con il Sindaco per affrontare e trovare insieme una soluzioni adeguata a cui, speriamo, non vorrà sottrarsi!
La Rreferente Reg.le della
“Rete delle Donne Siciliane per la Rivoluzione Gentile”
Arch. Sebastiana (Nella) Toscano
martedì 15 febbraio 2011
Chiediamo la doppia preferenza di genere nella nuova legge elettorale Siciliana
Alla manifestazione di Palermo hanno partecipato tante donne di tutti i tipi: le femministe di sempre quelle che non ne mancano una, studentesse , mamme con bambini e tanti ma tanti uomini, come non si era mai visto.
Adesso che abbiamo scoperto di essere cosi tante e cosi forti, dopo tanti anni, cosa vogliamo fare?
Io penso che dobbiamo approfittare di questo clima politico deleterio per mettere in gioco i nostri numeri e tradurre in misure concrete i risultati della piazza!
Qualcuno ha parlato di Stati Generali delle donne. Sarebbe veramente ora di farli. Di organizzarci e di ripartire.
Non sarà una cosa facile. Dobbiamo avere la capacità di sapere mettere in campo misure ed azioni che possano trasformare il paese e che abbiano ricadute dirette sulle donne: in Sicilia ad esempio, possiamo cominciare con il pretendere una legge elettorale che rappresenti meglio i cittadini e le cittadine, con l'attuazione della proposta avanzata già dalla Rete delle Donne per La Rivoluzione Gentile e da altre associazioni per introdurre la doppia preferenza di genere nella legge elettorale in discussione all'Ars e per chidere di discutere con noi l'intero impianto della legge, il cui disegno scellerato prevede all'art. 5 l'introduzione del premio di maggioranza alla lista che ha riportato il maggior numero di voti!
Conosciamo già questo meccanismo in vigore al Nazionale e abbiamo visto tutti le conseguenze scellerate sulla nazione, vogliamo impedire al governo Regionale di esportarlo anche nei Comuni e nelle Province Siciliane???
Vogliamo impegnarci tutte/i insieme per impedire questo disegno scellerato???
Spero che il 13 febbraio diventi un giorno da ricordare come l’inizio di un lungo percorso di impegno che possa far uscire il Paese da questo disastro , ma perchè ciò accada c'è bisogno dell'impegno di tutte/i!!!
Un appello: prendano atto delle nostre legittime richieste tutti i deputati di quella che dovrebbe essere l'opposizione e che invece oggi si ritrova nella maggioranza in Sicilia, per chiedere a loro di essere coerenti. Se hanno partecipato insieme a noi alla manifestazione del 13 febbraio a Palermo, siamo portate a pensare che ne condividessero i contenuti e quindi chiediamo loro di dimostrarci con i fatti che la loro presenza non era solo strumentale.
Presentino i deputati del PD un disegno di legge che preveda la doppia preferenza di genere e vengano a discutere con noi questa pessima legge elettorale che si sta approvando all'ARS, per fare in modo di dare alla Sicilia una legge democratica e rispettosa del dettato Costituzionale, evitando di scimmiottare quella Nazionale, che già tanto danno ha arrecato al Paese!!!!
Nella Toscano
Adesso che abbiamo scoperto di essere cosi tante e cosi forti, dopo tanti anni, cosa vogliamo fare?
Io penso che dobbiamo approfittare di questo clima politico deleterio per mettere in gioco i nostri numeri e tradurre in misure concrete i risultati della piazza!
Qualcuno ha parlato di Stati Generali delle donne. Sarebbe veramente ora di farli. Di organizzarci e di ripartire.
Non sarà una cosa facile. Dobbiamo avere la capacità di sapere mettere in campo misure ed azioni che possano trasformare il paese e che abbiano ricadute dirette sulle donne: in Sicilia ad esempio, possiamo cominciare con il pretendere una legge elettorale che rappresenti meglio i cittadini e le cittadine, con l'attuazione della proposta avanzata già dalla Rete delle Donne per La Rivoluzione Gentile e da altre associazioni per introdurre la doppia preferenza di genere nella legge elettorale in discussione all'Ars e per chidere di discutere con noi l'intero impianto della legge, il cui disegno scellerato prevede all'art. 5 l'introduzione del premio di maggioranza alla lista che ha riportato il maggior numero di voti!
Conosciamo già questo meccanismo in vigore al Nazionale e abbiamo visto tutti le conseguenze scellerate sulla nazione, vogliamo impedire al governo Regionale di esportarlo anche nei Comuni e nelle Province Siciliane???
Vogliamo impegnarci tutte/i insieme per impedire questo disegno scellerato???
Spero che il 13 febbraio diventi un giorno da ricordare come l’inizio di un lungo percorso di impegno che possa far uscire il Paese da questo disastro , ma perchè ciò accada c'è bisogno dell'impegno di tutte/i!!!
Un appello: prendano atto delle nostre legittime richieste tutti i deputati di quella che dovrebbe essere l'opposizione e che invece oggi si ritrova nella maggioranza in Sicilia, per chiedere a loro di essere coerenti. Se hanno partecipato insieme a noi alla manifestazione del 13 febbraio a Palermo, siamo portate a pensare che ne condividessero i contenuti e quindi chiediamo loro di dimostrarci con i fatti che la loro presenza non era solo strumentale.
Presentino i deputati del PD un disegno di legge che preveda la doppia preferenza di genere e vengano a discutere con noi questa pessima legge elettorale che si sta approvando all'ARS, per fare in modo di dare alla Sicilia una legge democratica e rispettosa del dettato Costituzionale, evitando di scimmiottare quella Nazionale, che già tanto danno ha arrecato al Paese!!!!
Nella Toscano
lunedì 14 febbraio 2011
domenica 13 febbraio 2011
LA FORZA DELLE DONNE DI TUTTE LE DONNE CAMBIERA' IL CORSO DELLA NOSTRA STORIA PRESENTE!!!
LA FORZA DELLE DONNE DI TUTTE LE DONNE CAMBIERA' IL CORSO DELLA NOSTRA STORIA PRESENTE!!!
Questo hanno scritto gli uomini di Caserta nel loro documento di sostegno per la difesa della dignità delle donne.
Sicuramente questa consapevolezza oggi ha ricevuto la più ampia conferma dalle piazze di tutto il mondo, che le donne con la loro forza sono riuscite a riempire come mai era successo.
E’stato bello vedere donne di generazioni diverse scendere in piazza e lo è stato ancora di più vedere scendere in piazza al fianco delle donne gli uomini. Uomini e donne con lo stesso sentire e con la voglia di cambiare questo Paese, che B. con le sue televisioni, con la sua volgarità, con il suo disprezzo per le Istituzioni, con la sua corte di leccapiedi ha portato allo sfascio etico, sociale ed economico.
Basta! abbiamo gridato a partire da Palermo, in una manifestazione come non si vedevano da moltissimo tempo, e poi da tutte le Piazze d’Italia, d’Europa e degli altri continenti, Basta con questa banalizzazione della prostituzione, basta con questo disprezzo per le donne trattate come oggetti di scambio usa e getta, basta con la banalizzazione degli incarichi istituzionali e delle candidature di donne elargite come compenso per la vendita del proprio corpo.
Le donne tutte pretendiamo rispetto, vogliamo lavorare, fare politica, assumere incarichi di responsabilità e vogliamo farlo con la forza delle nostre idee , della nostra capacità, del nostro sapere, della nostra intelligenza. E’ ora che nel nostro Paese si ricominci a valorizzare il merito in tutti i campi per le donne e per gli uomini, così non può più andare avanti.
E’ inaccettabile che un Paese come il nostro debba ritrovarsi Oggi nella classifica del World Economic forum sulla discriminazione di genere , al 74esimo posto, dopo Paraguay, Vietnam e repubblica Dominicana.
Riprendiamoci la dignità, ha detto oggi Suor Eugenia Bonetti nel suo intervento appassionato ed applauditissimo alla manifestazione di Roma, richiamando la responsabilità dei media nel rilancio dell’immagine della donna come corpo, l’ipocrisia della politica nel pensare di risolvere il problema prostituzione togliendola dalle strade per rinchiuderla nelle case private. Fortissimo il suo appello alle autorità civili e religiose, al mondo maschile e maschilista che non si è mai messo in discussione, alla scuola, alle famiglie , alle parrocchie ai gruppi giovanile, alle agenzie di informazione deformazione e soprattutto alle donne, affinché insiemi tutti possiamo riappropriarci di quei valori e significati sui quali si basa il bene comune, per una convivenza degna di persone umane per una società più giusta, più libera, con la speranza di un futuro di pace e armonia dove la dignità di ogni persona è considerata il primo bene da tutelare e custodire.
L’auspicio è che gli uomini e soprattutto le donne accolgano questo appello, prendano consapevolezza di quanto sia necessario cambiare il nostro modo di agire, il nostro impegno per una rivoluzione culturale e sociale che ci faccia uscire da questo baratro, per cambiare con la nostra forza la storia presente e preparare un futuro migliore alle generazioni future!!!
Nella Toscano
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