31 maggio 2010
Mentre si gettano le basi di Forza Italia un intreccio di interessi eversivi assedia governo e Quirinale
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
Pubblichiamo un estratto del libro L’agenda nera della seconda repubblica, che sarà in libreria per Chiarelettere dal 10 giugno.
Località segreta, 1 novembre ‘93
Il pentito Salvatore Cancemi racconta ai pm di Caltanissetta che a metà di maggio del ’92, di ritorno da una riunione con altri soggetti di Cosa nostra, si era trovato a discutere con il boss della Noce Raffaele Ganci dell’imminente attentato a Falcone. In quell’occasione, Ganci gli spiegò che Riina aveva avuto un incontro “con persone molto importanti, insieme alle quali aveva deciso di mettere la bomba a Falcone”. “Queste persone importanti – aveva aggiunto Ganci – hanno promesso allo zio Totò che devono rifare il processo nel quale lui è stato condannato all’ergastolo”. Secondo Cancemi, la strage sarebbe avvenuta otto-dieci giorni dopo.
Roma, 2 novembre ‘93
Nel corso del programma Uno contro tutti, condotto da Maurizio Costanzo su Canale5, il direttore del Tg5 Enrico Mentana nega che Berlusconi stia creando un partito: “Si tratta di prove tecniche di fiancheggiamento elettorale” dice. Vittorio Sgarbi interrompe Mentana e sostiene che il partito di Berlusconi esiste eccome e che sia Mentana sia Costanzo lo sanno benissimo, avendo partecipato a riunioni riservate con il Cavaliere. Specifica poi Sgarbi: “Il nuovo partito non sarà rappresentato da Segni, Amato o Costa. Occorrono uomini nuovi”.
Milano, 2 novembre ‘93
Marcello Dell’Utri, numero uno di Publitalia, incontra almeno due volte (il 2 e il 30 novembre) Vittorio Mangano a Milano, come risulta dalle sue agende. Di cosa parlano? Il senatore, impegnato in quei mesi nella costruzione del nuovo partito Forza Italia, non lo spiega. Dice solo che “di tanto in tanto” Mangano lo andava a trovare “per motivi personali”. È il periodo in cui sono in corso le manovre per l’organizzazione di Forza Italia e Cosa nostra prepara il cambio di rotta verso la nascente forza politica. È in questo momento che, come rivela il pentito Antonino Giuffrè, Provenzano fa sapere agli altri capimafia di aver trovato in Dell’Utri un nuovo referente “affidabile”.
Roma, 3 novembre ‘93
“Non ci sto!”. Dopo le bombe e lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il presidente della Repubblica Scalfaro sente il bisogno di indirizzare un messaggio alla nazione e va in onda per sette minuti in diretta televisiva sulle reti pubbliche e private. Il presidente, visibilmente indignato, parla a braccio, consultando ogni tanto alcuni fogli di appunti. Scalfaro denuncia agli italiani un tentativo di “lenta distruzione dello Stato” in atto nel paese e sostiene che occorre difendere le istituzioni. (...) Ma cosa temeva Scalfaro in quella fine del ’93? «Parlerei di un intreccio di interessi sovrapposti... Esprimevo ciò che stavo vivendo in prima persona, dopo aver assistito a veri e propri atti di guerra (le bombe mafiose), e dopo aver colto da certi ambienti (contigui alla politica, ma non solo) diversi segnali di intimidazione”. (...) Anche Carlo Azeglio Ciampi, in quel periodo a capo del governo, ricostruisce il clima teso di quei giorni e i timori di un attacco alle istituzioni democratiche. “Ricordo perfettamente quei giorni del ’93. Ero da poco stato eletto presidente del Consiglio in un momento non facile. C’era un clima molto teso dopo le bombe di Firenze, Milano, Roma. [...] Ricordo l’entusiasmo del ’93 per l’accordo sul costo del lavoro. Poi la lunga serie di attentati in nottata. Ero a Santa Severa, rientrai con urgenza a Roma, di notte. Accadevano strane cose. Io parlavo al telefono con un mio collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra. Al largo dalla mia casa di Santa Severa, a pochi chilometri da Roma, incrociavano strane imbarcazioni. Mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge che istituiva per loro il carcere duro. Chissà, forse lo volevano morbido, il carcere”. Alla domanda sullo spettro di un colpo di Stato pronto a scattare in Italia, Ciampi risponde: “In quelle settimane davvero si temeva un colpo di Stato. I treni non funzionavano, i telefoni erano spesso scollegati. Lo ammetto: io temetti il peggio dopo tre o quattro ore a Palazzo Chigi col telefono isolato. Di quelle giornate, quel che ricordo ancora molto bene furono i sospetti diffusi di collegamento con la P2”. Ma c’è stato davvero il rischio di un colpo di Stato piduista durante la stagione dello stragismo dei primi anni Novanta? “I piduisti ebbero a che fare con la strategia della tensione” risponde l’ex procuratore nazionale Piero Luigi Vigna. (...) Perché Ciampi pensò proprio a un colpo di Stato? “Quando il 28 luglio scoppiò l’autobomba davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro, avvisai Ciampi, che si trovava nella sua casa al mare. E mentre stava al telefono sentì dalla conversazione telefonica il secondo boato dell’ordigno esploso a San Giovanni in Laterano. Le comunicazioni caddero. Lui si precipitò a Roma, ma le linee del Quirinale rimasero isolate per alcune ore. Bombe e interruzioni telefoniche lo indussero a pensare che qualcosa di grave stesse succedendo, un colpo di Stato. Facemmo perizie e consulenze dalle quali risultò che non ci fu alcuna manomissione esterna. Si trattò di un accumulo di comunicazioni, che aveva determinato il blackout telefonico”. (...)
Palermo, 3 novembre ‘93
Enzo Scarantino compare per la prima volta in un’aula di giustizia per difendersi dall’accusa di spaccio di droga. “Mi rifornivo da Scarantino negli anni ’85-86” ha detto il pentito Salvatore Augello. “Compravo da lui cento-centocinquanta grammi ogni dieci-quindici giorni. Cento grammi li pagavo diciotto milioni”. Intervistato dai cronisti, Scarantino ha negato ogni suo coinvolgimento nella strage di via D’Amelio. “Sono tutte falsità – ha detto l’imputato – e non è vero neanche che ho tentato di togliermi la vita in cella”.
Roma, primi di novembre ‘93
Giuliano Urbani manda alle stampe un libretto di trentacinque pagine intitolato Alla ricerca del buon governo – Appello per la costruzione di un’Italia vincente. Il volume verrà dato in omaggio e indicato come riferimento ideologico a tutti coloro che si iscriveranno ai club Forza Italia.
Roma, 5 novembre ‘93
La Procura di Roma, sospettando che le «dichiarazioni» destabilizzanti siano state concordate, aggrava l’accusa contro i tre dirigenti del Sisde (Malpica, Broccoletti e Galati) che avevano tirato in ballo il presidente della Repubblica: l’ipotesi di reato è ora quella di “attentato agli organi costituzionali”. Intanto, voci false su imminenti dimissioni del capo dello Stato scatenano la speculazione internazionale sulla lira facendone precipitare le quotazioni; ma in giornata la moneta recupera.
Roma, 9 novembre ‘93
Nel dibattito in Parlamento sullo scandalo Sisde, il presidente del Consiglio Ciampi illustra le misure restrittive messe in atto dal governo sull’uso dei fondi dei servizi segreti e dice che “le bande di malfattori dentro lo Stato non mineranno la democrazia”. » (...)
Milano, 10 novembre ‘93
In viale Isonzo, cominciano i provini televisivi per i 650 personaggi candidabili usciti dallo screening di Publitalia.(...)
Roma, 12 novembre ’93
La Procura di Roma scagiona il ministero dell’Interno Mancino: non ha preso nessun fondo nero dal Sisde; gli ex ministri Antonio Gava ed Enzo Scotti vengono invece rinviati al Tribunale dei ministri con l’accusa di peculato.
Parigi, 12 novembre ’93
A Parigi, in una saletta dell’Assemblea nazionale (il Parlamento francese), Angelo Codignoni riceve dalle mani di Giulia Ceriani, collaboratrice del semiologo ed esperto di marketing Jean-Marie Floch, lo Screening X. Si tratta di un rapporto di quattrocento pagine per verificare lo spazio di una nuova formazione politica di centro-destra. Floch suggerisce anche le due chiavi utili per vincere: il dovere (“Devo bere l’amaro calice”) e il sapere (“Io ho la competenza”).
Roma, 16 novembre ‘93
L’apposita commissione ministeriale accerta che i ministri dell’Interno dal 1987 al 1992 (quindi anche Gava e Scotti) non si sono appropriati di fondi segreti del Sisde.
Roma, 21 novembre ‘93
Primo turno delle elezioni amministrative (...) I dati generali danno vincenti tre grandi forze: la sinistra (raccolta in un’Alleanza democratica e progressista guidata dal Pds), la Lega nord e il Movimento sociale; seccamente sconfitti, invece, la Dc, il Psi e in generale i partiti di governo.
Palermo, fine ‘93
Secondo Nino Giuffrè questo è il momento in cui all’interno di Cosa nostra si discute dell’imminente discesa in campo di Silvio Berlusconi. “Tutte le persone che avevano notizie di questo movimento che stava per nascere – dirà Giuffrè – trasmettevano le informazioni all’interno di Cosa nostra. Provenzano, in modo particolare, ne valutava l’affidabilità. Iniziò un lungo periodo di discussione e di indagine per vedere se era un discorso serio che poteva interessare a Cosa nostra, per poter curare quei mali che avevano provocato danni all’organizzazione. Abbiamo fatto anche delle riunioni per discutere, fino a quando lo stesso Provenzano ci disse che potevamo fidarci, che eravamo in buone mani. E nel momento in cui lui ci dà queste informazioni, e queste sicurezze, ci mettiamo in cammino per portare avanti all’interno di Cosa nostra, e poi successivamente all’esterno, il discorso di Forza Italia”.
Torino, 22 novembre ’93
Berlusconi rilascia un’intervista a La Stampa commentando il risultato del primo turno delle amministrative. “Li avevo previsti da tempo e centrati in pieno con proiezioni sulle elezioni di giugno”. E poi: “Sono in molti a chiedere un mio impegno: gente comune, colleghi imprenditori, politici. Se dicessi di sì dovrei tirarmi da parte come editore: sarebbe per me una decisione gravosa. Anzi, se mi consente l’aggettivo, una decisione eroica. Mi auguro che quanto succederà nelle prossime settimane possa allontanare da me questa decisione, questo amaro calice”. (...)
Bologna, 23 novembre ‘93
Al mattino un Berlusconi ancora in tuta da ginnastica sale sull’aereo che lo porta a Casalecchio di Reno, vicino a Bologna, per inaugurare un ipermercato. Dopo la cerimonia tiene una conferenza stampa al termine della quale, su specifica domanda, dice che se dovesse votare nel ballottaggio a Roma sceglierebbe “senza esitazioni Fini, esponente di quell’area moderata che si è unita e può garantire un futuro al paese”. (...)
Milano, 27 novembre ‘93
Alle 14 su Rete4, al posto della prevista puntata della soap-opera Sentieri viene trasmessa integralmente la conferenza stampa tenuta il giorno prima da Berlusconi. Alle 22.40 anche Canale5 cancella il film Donna d’onore, con Serena Grandi, per mettere in onda l’intero faccia a faccia del Cavaliere con i giornalisti stranieri. Sono le prime prove tecniche della nascente telecrazia.
LEGGI: Intercettazioni, Saviano: "La mafia ringrazia"
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lunedì 31 maggio 2010
domenica 30 maggio 2010
Libertà per riassunto
30 maggio 2010
Gli emendamenti al ddl Alfano annunciati venerdì dal Pdl, in vista del dibattito che si aprirà domani pomeriggio nell'aula del Senato, non cambiano la sostanza del rischio-bavaglio.
di Roberto Natale
I ripensamenti sono sempre bene accetti, ma stavolta è impossibile considerarli vere aperture. Gli emendamenti al ddl Alfano annunciati venerdì dal Pdl, in vista del dibattito che si aprirà domani pomeriggio nell’aula del Senato, non cambiano la sostanza del rischio-bavaglio. Le sanzioni a carico degli editori sono state ridotte di un terzo, ma è difficile esultare: l’importo massimo rimane pur sempre di 310 mila euro, comunque sufficienti per “suggerire” al proprietario del giornale di diffidare pesantemente direttore e redazione dal pubblicare qualsiasi notizia troppo cara. E soprattutto non si può spacciare come grande conquista di libertà il fatto che in materia di cronaca giudiziaria si torni alla formulazione uscita dalla Camera, ripristinando la possibilità di pubblicare “per riassunto” il contenuto degli atti giudiziari prima dell’udienza preliminare e tenendo fermo il divieto totale di pubblicazione delle intercettazioni fino alla conclusione delle indagini preliminari, anche se i testi non sono più coperti dal segreto. È questo il punto decisivo, che continua a motivare la nostra netta contrarietà: ciò che è pubblico perché è stato portato a conoscenza delle parti coinvolte deve anche poter essere pubblicabile; anche per non aprire la strada a un’informazione allusiva o ricattatoria, in cui chi ha letto gli atti può mandare torbidi messaggi a mezzo stampa alle persone coinvolte nelle inchieste.
Se l’esigenza è quella di difendere meglio la privacy, come dicono i sostenitori del provvedimento e come anche noi giornalisti vogliamo, è a portata di mano una soluzione perfettamente compatibile col nostro dovere di cronisti e col diritto dei cittadini di sapere: al momento in cui le carte dell’indagine stanno per diventare pubbliche, il magistrato di una “udienza-filtro”, sentite accusa e difesa, elimina dagli atti le parti (testi delle intercettazioni inclusi) che riguardano terze persone estranee o anche le persone sotto inchiesta, ma per aspetti privati che non hanno nesso con l’indagine. È su questo versante che talvolta l’informazione ha sbagliato, mettendo in pagina anche questioni intime che non erano notizie, ma gli errori possono essere evitati senza impedirci di raccontare i fatti di interesse pubblico. Il ministro Alfano continua a ripetere in forma di slogan che “la riforma garantisce la libertà di informazione”, ma evita di spiegare che col suo testo sarebbe rimasto ignoto il caso (la casa) Scajola e che dei trapianti infami della clinica Santa Rita di Milano si sarebbe saputo dopo anni.
Argomenti così forti che quasi tutti i direttori dei giornali italiani si sono trovati uniti nell’annunciare che non verranno comunque meno al dovere di informare, “indipendentemente da multe, arresti e sanzioni”. È la stessa unità che, sul diritto-dovere di cronaca, i giornalisti italiani chiedono alle loro rappresentanze. Perché non sempre è stato così, negli ultimi mesi: dalla grande manifestazione di ottobre in piazza del Popolo, che aveva mostrato la ricchezza dell’alleanza coi cittadini, il segretario dell’Ordine nazionale aveva preso le distanze con una scelta polemica che certo non ha rafforzato la categoria. Come non l’ha rafforzata qualche timidezza di troppo, da parte dell’Ordine, su un tema che invece meritava e merita una vera e propria campagna pubblica. Ora è urgente recuperare un convinto impegno comune: la lunga battaglia contro il ddl Alfano, tra le aule del Parlamento italiano e – se sarà necessario – la Corte europea di Strasburgo, può e deve essere vinta.
*Presidente Fnsi
Da il Fatto Quotidiano del 30 maggio
Gli emendamenti al ddl Alfano annunciati venerdì dal Pdl, in vista del dibattito che si aprirà domani pomeriggio nell'aula del Senato, non cambiano la sostanza del rischio-bavaglio.
di Roberto Natale
I ripensamenti sono sempre bene accetti, ma stavolta è impossibile considerarli vere aperture. Gli emendamenti al ddl Alfano annunciati venerdì dal Pdl, in vista del dibattito che si aprirà domani pomeriggio nell’aula del Senato, non cambiano la sostanza del rischio-bavaglio. Le sanzioni a carico degli editori sono state ridotte di un terzo, ma è difficile esultare: l’importo massimo rimane pur sempre di 310 mila euro, comunque sufficienti per “suggerire” al proprietario del giornale di diffidare pesantemente direttore e redazione dal pubblicare qualsiasi notizia troppo cara. E soprattutto non si può spacciare come grande conquista di libertà il fatto che in materia di cronaca giudiziaria si torni alla formulazione uscita dalla Camera, ripristinando la possibilità di pubblicare “per riassunto” il contenuto degli atti giudiziari prima dell’udienza preliminare e tenendo fermo il divieto totale di pubblicazione delle intercettazioni fino alla conclusione delle indagini preliminari, anche se i testi non sono più coperti dal segreto. È questo il punto decisivo, che continua a motivare la nostra netta contrarietà: ciò che è pubblico perché è stato portato a conoscenza delle parti coinvolte deve anche poter essere pubblicabile; anche per non aprire la strada a un’informazione allusiva o ricattatoria, in cui chi ha letto gli atti può mandare torbidi messaggi a mezzo stampa alle persone coinvolte nelle inchieste.
Se l’esigenza è quella di difendere meglio la privacy, come dicono i sostenitori del provvedimento e come anche noi giornalisti vogliamo, è a portata di mano una soluzione perfettamente compatibile col nostro dovere di cronisti e col diritto dei cittadini di sapere: al momento in cui le carte dell’indagine stanno per diventare pubbliche, il magistrato di una “udienza-filtro”, sentite accusa e difesa, elimina dagli atti le parti (testi delle intercettazioni inclusi) che riguardano terze persone estranee o anche le persone sotto inchiesta, ma per aspetti privati che non hanno nesso con l’indagine. È su questo versante che talvolta l’informazione ha sbagliato, mettendo in pagina anche questioni intime che non erano notizie, ma gli errori possono essere evitati senza impedirci di raccontare i fatti di interesse pubblico. Il ministro Alfano continua a ripetere in forma di slogan che “la riforma garantisce la libertà di informazione”, ma evita di spiegare che col suo testo sarebbe rimasto ignoto il caso (la casa) Scajola e che dei trapianti infami della clinica Santa Rita di Milano si sarebbe saputo dopo anni.
Argomenti così forti che quasi tutti i direttori dei giornali italiani si sono trovati uniti nell’annunciare che non verranno comunque meno al dovere di informare, “indipendentemente da multe, arresti e sanzioni”. È la stessa unità che, sul diritto-dovere di cronaca, i giornalisti italiani chiedono alle loro rappresentanze. Perché non sempre è stato così, negli ultimi mesi: dalla grande manifestazione di ottobre in piazza del Popolo, che aveva mostrato la ricchezza dell’alleanza coi cittadini, il segretario dell’Ordine nazionale aveva preso le distanze con una scelta polemica che certo non ha rafforzato la categoria. Come non l’ha rafforzata qualche timidezza di troppo, da parte dell’Ordine, su un tema che invece meritava e merita una vera e propria campagna pubblica. Ora è urgente recuperare un convinto impegno comune: la lunga battaglia contro il ddl Alfano, tra le aule del Parlamento italiano e – se sarà necessario – la Corte europea di Strasburgo, può e deve essere vinta.
*Presidente Fnsi
Da il Fatto Quotidiano del 30 maggio
giovedì 27 maggio 2010
Silvio va in bambola sui contanti
Luca Telese
27 maggio 2010
L’uomo dell’ottimismo chiede sacrifici agli italiani. Poi va in tilt sulla tracciabilità dei pagamenti: "Presidente quanto ha in tasca?", risposta: "Zero".
L’uomo con il sole in tasca ieri sembrava essersi trasformato in Rain man: una tempesta di tic e di mossette per dissimulare il disagio, le gambe che battono sotto il tavolo facendolo tremare, come se non rispondessero al controllo dell’altra metà del corpo. L’uomo con il sole in tasca, ieri non trovava più la tasca, o il sole, che poi è lo stesso. L’uomo con il sorriso più smagliante del mondo non riusciva a sorridere più, e sinceramente dispiace, perché guardandolo ieri non si poteva fare a meno di notare la differenza astrale con i tempi d’oro. Questo Cavaliere a mascella serrata, afflitto e cupo, ieri aveva qualcosa di tenero e di tragico insieme, chissà cosa avrà comunicato agli italiani.
Se questa mattina Silvio Berlusconi riguarderà il video di quello che ha detto ieri Silvio Berlusconi, con la stessa severità con cui ha stroncato le carriere di conduttori pingui o baffuti e di forzisti con il riportino e capogruppo con l’occhio strabico - se lo farà davvero - boccerà se stesso e gli dirà di non andare più in tv. Sul piano linguistico, poi, la conferenza stampa di ieri sulla manovra straordinaria, ha avuto un altro effetto. L’azzeramento del vocabolario del sogno, ovvero dell’architrave comunicativa degli ultimi 15 anni. Sulla bocca del premier fioriscono nuovi meravigliosi sinonimi dettati dall’emergenza e dal disagio. Per esempio gli statali italiani (magari quei professori che fanno vita da nababbi con 1.300 euro al mese) scoprono di aver vissuto da privilegiati: e poi che il loro stipendio non è stato "congelato".
Berlusconi ci ha spiegato ieri che la parola "congelamento" viene sostituita con la locuzione "atto di responsabilità". In effetti suona meglio. A un certo punto il premier deve parlare di sacrifici. Lo fa con un magone nel cuore. Allora dice: "Sacrifici richiesti", così siamo tutti più sollevati. Non è lui, sono richiesti. E bisogna salvare l’euro, poi. Chi lo dice a Bossi? Capisci che il presidente è nervoso da subito. L’uomo del nuovo miracolo italiano, il generoso negatore di ogni crisi, ieri aveva gli occhi a fessura, il capo reclinato che costringeva i fotografi a fare i salti mortali per catturare un primo piano. Dal punto di vista strettamente tecnico, dunque, si può dire che la conferenza stampa non è stata a testa alta. Ma è una constatazione ortopedica, più che morale. Berlusconi entra nella saletta di Palazzo Chigi molto preoccupato dalla giacca.
Tocca la cravatta, la ripercorre freneticamente, si assicura l’ancoraggio ai pantaloni, allude con le dita alla sagoma del cavallo. Poi passa alla giacca. Nella conferenza riesce a regalare un solo vero sorriso. È una piccola photo opportunity, e speriamo che i fotografi siano riusciti a coglierla. Mentre sta parlando Tremonti, il premier, forse ricordandosi di essere "il grande comunicatore" invita il suo ministro a tirare fuori il papiello con tutto l’elenco dei tagli: “Fallo vedere, così si capisce il lavoro che c’è stato!”. È un fascicolo bianco, di fogli A4 spillati. Tremonti non lo tocca. A quel punto lo agguanta lui, lo mostra agli obiettivi, tende le labbra: cheese...Ecco, ieri Berlusconi faceva simpatia per la difficoltà di gestire una situazione che considera tragica, che non padroneggia: cifre, numeri, lacrime e sangue. E questa comunicazione la doveva fare proprio lui? La conferenza stampa era convocata per le tre del pomeriggio. Poi slitta alle cinque, in fine alle sei.
Inizia alle 18.30, come quelle sedute dal dentista che si vorrebbero procrastinare all’infinito. Dice Berlusconi che per contrastare l’evasione "è stato abbassato il limite per i pagamenti in contanti a 5.000 euro". Poi aggiunge: "Ci è sembrato ragionevole consentire di tenere in tasca una cifra che corrisponde ai 10 milioni delle vecchie lire...". Con il governo dell’Unione l’assegno massimo consentito era di 100 euro. Gli chiedi quante persone conosca che circolano con 5.000 euro. Non risponde, ma con una battuta: "Lei quanto ha in tasca? Io zero". Altro sorriso. Come certi sovrani che non conoscono il valore del denaro. Almeno Tremonti mostra ironia, e invoca la lotta allo stato di polizia per tutelare "i vecchietti che comprano le scarpe in contanti".
Divino. Facciamo la manovra perché ce lo chiede l’Europa, ma in questo caso il ministro diventa nazionalista: "Se in Italia non si paga con la plastica (cioè con le carte, ndr) dobbiamo prenderne atto". Però Tre-monti tiene meglio il campo: ironico, ricettivo, sempre capace di trovare l’esempio brillante (questa volta "i tagli all’ente dei reduci garibaldini"). "Se l’Italia può stare tranquilla - conclude Berlusconi indicando se stesso e il ministro - è grazie a questi due signori": Se fosse riuscito a sorridere, forse, ci avremmo creduto persino noi.
(Clicca quiper guardare il filmato integrale di Sky)
27 maggio 2010
L’uomo dell’ottimismo chiede sacrifici agli italiani. Poi va in tilt sulla tracciabilità dei pagamenti: "Presidente quanto ha in tasca?", risposta: "Zero".
L’uomo con il sole in tasca ieri sembrava essersi trasformato in Rain man: una tempesta di tic e di mossette per dissimulare il disagio, le gambe che battono sotto il tavolo facendolo tremare, come se non rispondessero al controllo dell’altra metà del corpo. L’uomo con il sole in tasca, ieri non trovava più la tasca, o il sole, che poi è lo stesso. L’uomo con il sorriso più smagliante del mondo non riusciva a sorridere più, e sinceramente dispiace, perché guardandolo ieri non si poteva fare a meno di notare la differenza astrale con i tempi d’oro. Questo Cavaliere a mascella serrata, afflitto e cupo, ieri aveva qualcosa di tenero e di tragico insieme, chissà cosa avrà comunicato agli italiani.
Se questa mattina Silvio Berlusconi riguarderà il video di quello che ha detto ieri Silvio Berlusconi, con la stessa severità con cui ha stroncato le carriere di conduttori pingui o baffuti e di forzisti con il riportino e capogruppo con l’occhio strabico - se lo farà davvero - boccerà se stesso e gli dirà di non andare più in tv. Sul piano linguistico, poi, la conferenza stampa di ieri sulla manovra straordinaria, ha avuto un altro effetto. L’azzeramento del vocabolario del sogno, ovvero dell’architrave comunicativa degli ultimi 15 anni. Sulla bocca del premier fioriscono nuovi meravigliosi sinonimi dettati dall’emergenza e dal disagio. Per esempio gli statali italiani (magari quei professori che fanno vita da nababbi con 1.300 euro al mese) scoprono di aver vissuto da privilegiati: e poi che il loro stipendio non è stato "congelato".
Berlusconi ci ha spiegato ieri che la parola "congelamento" viene sostituita con la locuzione "atto di responsabilità". In effetti suona meglio. A un certo punto il premier deve parlare di sacrifici. Lo fa con un magone nel cuore. Allora dice: "Sacrifici richiesti", così siamo tutti più sollevati. Non è lui, sono richiesti. E bisogna salvare l’euro, poi. Chi lo dice a Bossi? Capisci che il presidente è nervoso da subito. L’uomo del nuovo miracolo italiano, il generoso negatore di ogni crisi, ieri aveva gli occhi a fessura, il capo reclinato che costringeva i fotografi a fare i salti mortali per catturare un primo piano. Dal punto di vista strettamente tecnico, dunque, si può dire che la conferenza stampa non è stata a testa alta. Ma è una constatazione ortopedica, più che morale. Berlusconi entra nella saletta di Palazzo Chigi molto preoccupato dalla giacca.
Tocca la cravatta, la ripercorre freneticamente, si assicura l’ancoraggio ai pantaloni, allude con le dita alla sagoma del cavallo. Poi passa alla giacca. Nella conferenza riesce a regalare un solo vero sorriso. È una piccola photo opportunity, e speriamo che i fotografi siano riusciti a coglierla. Mentre sta parlando Tremonti, il premier, forse ricordandosi di essere "il grande comunicatore" invita il suo ministro a tirare fuori il papiello con tutto l’elenco dei tagli: “Fallo vedere, così si capisce il lavoro che c’è stato!”. È un fascicolo bianco, di fogli A4 spillati. Tremonti non lo tocca. A quel punto lo agguanta lui, lo mostra agli obiettivi, tende le labbra: cheese...Ecco, ieri Berlusconi faceva simpatia per la difficoltà di gestire una situazione che considera tragica, che non padroneggia: cifre, numeri, lacrime e sangue. E questa comunicazione la doveva fare proprio lui? La conferenza stampa era convocata per le tre del pomeriggio. Poi slitta alle cinque, in fine alle sei.
Inizia alle 18.30, come quelle sedute dal dentista che si vorrebbero procrastinare all’infinito. Dice Berlusconi che per contrastare l’evasione "è stato abbassato il limite per i pagamenti in contanti a 5.000 euro". Poi aggiunge: "Ci è sembrato ragionevole consentire di tenere in tasca una cifra che corrisponde ai 10 milioni delle vecchie lire...". Con il governo dell’Unione l’assegno massimo consentito era di 100 euro. Gli chiedi quante persone conosca che circolano con 5.000 euro. Non risponde, ma con una battuta: "Lei quanto ha in tasca? Io zero". Altro sorriso. Come certi sovrani che non conoscono il valore del denaro. Almeno Tremonti mostra ironia, e invoca la lotta allo stato di polizia per tutelare "i vecchietti che comprano le scarpe in contanti".
Divino. Facciamo la manovra perché ce lo chiede l’Europa, ma in questo caso il ministro diventa nazionalista: "Se in Italia non si paga con la plastica (cioè con le carte, ndr) dobbiamo prenderne atto". Però Tre-monti tiene meglio il campo: ironico, ricettivo, sempre capace di trovare l’esempio brillante (questa volta "i tagli all’ente dei reduci garibaldini"). "Se l’Italia può stare tranquilla - conclude Berlusconi indicando se stesso e il ministro - è grazie a questi due signori": Se fosse riuscito a sorridere, forse, ci avremmo creduto persino noi.
(Clicca quiper guardare il filmato integrale di Sky)
domenica 23 maggio 2010
E adesso chi lo dice a Falcone?
di Claudio Fava - 23 maggio 2010
Cosa appenderemo domenica pomeriggio all’albero di Giovanni Falcone?
Quali cotillon luccicanti c’inventeremo per celebrarecomesi deve questo diciottesimo anniversario della sua morte?
Quante parole mansuete e riverentissime ascolteremo ai piedi di quell’albero, facendo finta che da qualche parte l’anima gentile del giudice ci ascolti e ci assolva? Io, se fossi al posto suo (ovunque quel posto sia) sarei solo stupito e rattristato per quel tripudio di ipocrisie. A Palermo la memoria si fa maggiorenne: la verità, no.
Diciotto anni dopo scopriamo che Falcone, la moglie e i tre agenti di scorta morti a Capaci sono stati condotti al macello dallo Stato. Mi correggo, da una parte dello Stato, gente perbene, con le mani in tasca, la giacchetta blu, il sorriso pietrificato in cima alla faccia, gente che nel portafogli magari conservava anche un distintivo, un tesserino, un segno patriottico d’identità.
Gente nostra, pagata con denaro dei cittadini per occuparsi della sicurezza dei cittadini. Invece si occupavano della morte di Giovanni Falcone, in nome e per conto di chi, non ci è dato sapere.
Diciotto anni dopo sappiamo dinon sapere nulla. Ci siamo verniciati le coscienze seppellendo in una cella Salvatore Riina e i suoi accoliti, convinti che quel gesto facile, chirurgico, servisse davvero a separare il bene dal male come avviene nelle favole più miti. Abbiamo lasciato fuori tutto il resto, un mesto arsenale di menzogne, doppigiochi, tradimenti, impunità, violenze pubbliche e private: e adesso, chi glielo racconta a Falcone? Chi glielo racconta che in nome della lotta alla mafia celebreremo la sua morte minacciando di galera i giornalisti che scrivono di mafia? Bontà loro, gli statisti di questo governo c’informano che la galera non durerà due mesi ma solo un mese. E che sarà preceduta da un tintinnar di manette per chiunque, sbirro, carabiniere o cancelliere, dia una mano ai cronisti per fare il loro lavoro.
Chi se la sente di spiegare ai morti e ai vivi che prima di intercettare il telefono di un possibile mafioso dovremo chiedergli permesso tre volte col capo cosparso di cenere? Chi avrà il coraggio di riepilogare, davanti a quell’albero, i processi, le truffe, gli scandali, le indagini di cui non avremmo saputo un beneamato fico secco se questa leggina fosse già stata in vigore? E chi glielo dice a Falcone che abbiamo rivoltato la legge La Torre come un calzino e che adesso lo Stato, benevolo e tollerante, restituirà i beni faticosamente confiscati ai mafiosi ai legittimi proprietari (i mafiosi medesimi) mettendoli in vendita all’asta? Chi glielo dice che il vero problema in Italia non sono le mani che armarono altre mani per fare a pezzi lui, la moglie e la scorta ma le fiction televisive che questa storia la raccontano, magari seminando qua e là qualche alito di penombra, qualche dubbio, qualche domanda ancora sospesa? Insomma, come gliela cantiamo questa storia, domenica pomeriggio, quando ci raccoglieremoin compagnia dei nostri giulivi ministri in meditazione sotto l’albero di Falcone? In rima baciata? Ascoltando l’inno nazionale?
E dove poseremo lo sguardo quando ci toccherà spiegare a Falcone che chi trattò la resa dello Stato, chi si rifiutò di perquisire il covo di Riina, chi protesse per lunghi anni la latitanza e i delitti di messer Provenzano sta ancora al posto suo, fedele servitore di uno Stato che non è più il nostro? Ci guarderemo la punta delle scarpe sperando che quel momento passi in fretta, che quest’anniversario del diavolo voli via e si porti dietro tutte le cose non dette, le verità non pronunciate, i pensieri indicibili, gli sgorghi di vergogna.
Anzi, no. Dovremmo fare come la giornalista Maria Luisa Busi che ieri in ufficio, sulla bacheca della Rai, ha attaccato la sua lettera di rinuncia a condurre il TG1: dice, semplicemente, che in quel telegiornale e nel modo in cui è diretto lei non si riconosce più. Se avessimo le palle, sull’albero di Falcone domenica questo dovremmo appendere: le nostre parole di vergogna e di bestemmia, i lacerti di verità negata per diciotto anni, la pena per un paese che affoga nel ridicolo, che toglie la vita anche ai morti, elogia i corrotti, premia i mafiosi, tiene al governo i camorristi e intanto canta felice meno male che Silvio c’è.
Tratto da: l'Unità
Cosa appenderemo domenica pomeriggio all’albero di Giovanni Falcone?
Quali cotillon luccicanti c’inventeremo per celebrarecomesi deve questo diciottesimo anniversario della sua morte?
Quante parole mansuete e riverentissime ascolteremo ai piedi di quell’albero, facendo finta che da qualche parte l’anima gentile del giudice ci ascolti e ci assolva? Io, se fossi al posto suo (ovunque quel posto sia) sarei solo stupito e rattristato per quel tripudio di ipocrisie. A Palermo la memoria si fa maggiorenne: la verità, no.
Diciotto anni dopo scopriamo che Falcone, la moglie e i tre agenti di scorta morti a Capaci sono stati condotti al macello dallo Stato. Mi correggo, da una parte dello Stato, gente perbene, con le mani in tasca, la giacchetta blu, il sorriso pietrificato in cima alla faccia, gente che nel portafogli magari conservava anche un distintivo, un tesserino, un segno patriottico d’identità.
Gente nostra, pagata con denaro dei cittadini per occuparsi della sicurezza dei cittadini. Invece si occupavano della morte di Giovanni Falcone, in nome e per conto di chi, non ci è dato sapere.
Diciotto anni dopo sappiamo dinon sapere nulla. Ci siamo verniciati le coscienze seppellendo in una cella Salvatore Riina e i suoi accoliti, convinti che quel gesto facile, chirurgico, servisse davvero a separare il bene dal male come avviene nelle favole più miti. Abbiamo lasciato fuori tutto il resto, un mesto arsenale di menzogne, doppigiochi, tradimenti, impunità, violenze pubbliche e private: e adesso, chi glielo racconta a Falcone? Chi glielo racconta che in nome della lotta alla mafia celebreremo la sua morte minacciando di galera i giornalisti che scrivono di mafia? Bontà loro, gli statisti di questo governo c’informano che la galera non durerà due mesi ma solo un mese. E che sarà preceduta da un tintinnar di manette per chiunque, sbirro, carabiniere o cancelliere, dia una mano ai cronisti per fare il loro lavoro.
Chi se la sente di spiegare ai morti e ai vivi che prima di intercettare il telefono di un possibile mafioso dovremo chiedergli permesso tre volte col capo cosparso di cenere? Chi avrà il coraggio di riepilogare, davanti a quell’albero, i processi, le truffe, gli scandali, le indagini di cui non avremmo saputo un beneamato fico secco se questa leggina fosse già stata in vigore? E chi glielo dice a Falcone che abbiamo rivoltato la legge La Torre come un calzino e che adesso lo Stato, benevolo e tollerante, restituirà i beni faticosamente confiscati ai mafiosi ai legittimi proprietari (i mafiosi medesimi) mettendoli in vendita all’asta? Chi glielo dice che il vero problema in Italia non sono le mani che armarono altre mani per fare a pezzi lui, la moglie e la scorta ma le fiction televisive che questa storia la raccontano, magari seminando qua e là qualche alito di penombra, qualche dubbio, qualche domanda ancora sospesa? Insomma, come gliela cantiamo questa storia, domenica pomeriggio, quando ci raccoglieremoin compagnia dei nostri giulivi ministri in meditazione sotto l’albero di Falcone? In rima baciata? Ascoltando l’inno nazionale?
E dove poseremo lo sguardo quando ci toccherà spiegare a Falcone che chi trattò la resa dello Stato, chi si rifiutò di perquisire il covo di Riina, chi protesse per lunghi anni la latitanza e i delitti di messer Provenzano sta ancora al posto suo, fedele servitore di uno Stato che non è più il nostro? Ci guarderemo la punta delle scarpe sperando che quel momento passi in fretta, che quest’anniversario del diavolo voli via e si porti dietro tutte le cose non dette, le verità non pronunciate, i pensieri indicibili, gli sgorghi di vergogna.
Anzi, no. Dovremmo fare come la giornalista Maria Luisa Busi che ieri in ufficio, sulla bacheca della Rai, ha attaccato la sua lettera di rinuncia a condurre il TG1: dice, semplicemente, che in quel telegiornale e nel modo in cui è diretto lei non si riconosce più. Se avessimo le palle, sull’albero di Falcone domenica questo dovremmo appendere: le nostre parole di vergogna e di bestemmia, i lacerti di verità negata per diciotto anni, la pena per un paese che affoga nel ridicolo, che toglie la vita anche ai morti, elogia i corrotti, premia i mafiosi, tiene al governo i camorristi e intanto canta felice meno male che Silvio c’è.
Tratto da: l'Unità
sabato 22 maggio 2010
Donne, ci vuole governo. Non basta l’indignazione
di Alessandra Bocchettitutti g
Care donne, perché proprio noi dovremmo sentirci “indignate” dalle squallide perfomance sessuali vere o inventate del nostro Primo Ministro? La dignità dell’essere donna non dipende certo dalla volgarità, dal non rispetto altrui. La dignità delle donne c’è, è guadagnata sul campo, per prima cosa per essere semplicemente venute al mondo a condividere l’esperienza umana e poi per l’enorme lavoro di creazione, di mediazione, di organizzazione che è la nostra specialità, imprescindibile per l’esistenza di una società. Personalmente non credo che in questa deplorevole situazione, in cui il nostro paese si trova, rischiamo di tornare indietro. La coscienza che tante donne hanno guadagnato non si può perdere così, né si può perdere la libertà che per prima è stata guadagnata dentro di noi. Certo possiamo soffrire di più, ma anche la sofferenza può essere un’opportunità. È questa,mi sembra, la nostra situazione attuale.
Ci vogliono indignate, indignate come signore in un salotto vittoriano alla notizia che siamo parenti delle scimmie. Ma non è più quel tempo. E ben sappiamo che l’indignazione è un sentimento impolitico per eccellenza. Né indignazione, né protesta, né vittimismo quindi, ci vuole molto di più. Ci vuole governo. Ma che cosa è governare? Governare è far sì che la società registri la presenza di soggetti nuovi. Ogni classe sociale che si è affacciata alla storia ha governato, cambiando l’assetto della società, facendo registrare nuovi bisogni, dando nuove idee, modificando priorità. Ricordiamoci che noi non siamo una classe sociale, siamo molto di più. E abbiamo già governato. Questo sì che non ce lo dobbiamo dimenticare. Abbiamo governato quando abbiamo fatto passare la legge sull’aborto, lì il nostro paese per la prima volta è stato costretto a registrare la nostra presenza, le nostre priorità, la nostra visione del mondo. Che non era certo una visione di morte,come tanti vorrebbero farla passare, ma una visione di amore profondo per la vita, di tante donne che sarebbero scampate alla morte e di bambini che sarebbero nati desiderati e in condizioni di vita decorose. Abbiamo avuto la forza di imporre la nostra visione. Vedete quanto è ancora attaccata questa legge, attaccata con astio, con risentimento, perché è stata una legge voluta profondamente dalla maggioranza delle donne, che conoscono le umane cose, come mai gli uomini conosceranno. Sì, c’è un abisso tra donne e uomini, un abisso fatto di natura, di storia, di sofferenza. E questa sofferenza che tanta paura mi faceva quando ero una giovane donna, adesso io la rivendico con tutto l’amore e la pietà di cui sono capace.
C’è chi dice che questo è tempo di amicizia tra donne e uomini, sono proprio d’accordo. L’amicizia è un sentimento che pone condizioni, non si da mai per niente. Che venga il tempo dell’amicizia, perché il tempo dell’amore non ha dato i frutti sperati. Non ci vuole indignazione, ci vuole governo. Non illudiamoci che ci sia qualcuno a cui delegare la nostra parte. La “sinistra” – si potrà ancora dire questa parola?- è stata una grande delusione, la destra fa il suo mestiere. Ma in verità questo è un paese che ormai non ha né destra né sinistra. E noi non abbiamo alleati “naturali”, facciamocene una ragione, abbiamo sì amici, un po’ qua e un po’ là. E con questi amici ci dovremo arrangiare. La Chiesa poi non ha mai amato le donne. Quali sono state per noi le mancate occasione di governo? Certamente la legge sulla maternità assistita che ha avuto la pretesa di ridurre il nostro corpo a contenitore, a “disprezzato” contenitore, perché chi propone l’impianto di un embrione forse malformato è uno che disprezza il corpo di una donna. La libertà di coscienza che la “sinistra”ha lasciato ai suoi parlamentari per votare questa legge, ancora mi offende e purtroppo la dice lunga sul suo futuro impossibile. Tante occasioni di governo abbiamo mancato. L’ultima: quella buffonata del testamento biologico che abbiamo sul tappeto in questo momento.
E poi? E poi c’è il paese, che riguarda anche noi, non ce lo dimentichiamo, perché noi ci siamo, ci viviamo, ci lavoriamo, ci paghiamo le tasse. E poco ci importa quello che fa Berlusconi nelle sue cenette, se dobbiamo comperare la carta igienica per la scuola dei nostri bambini, se gli asili nido sono carissimi, se le banche sono in stretta creditizia, se la ricerca non viene finanziata, se le maestre e gli insegnanti sono sull’orlo della povertà, se la televisione fa schifo, se esiste una corruzione capillare, se governa un sistema “di amici” e non di meriti, se c’è una politica che governa perfino le assunzioni a chi spazza le strade, se l’università fa scappare i più bravi, se gli omosessuali vengono picchiati per la strada, se l’informazione viene addomesticata, se “chi se ne frega del paesaggio”… e poi le ronde, chi se lo sarebbe immaginato! e i dialetti… e gli inni… potrei continuare. Sì, non indignazione, serve governo, care compagne mie. Contiamoci per contare, ma per contare veramente, senza andare dietro a nessuno, per dettare le nostre condizioni. Incontriamoci per fare un programma per una vita migliore. Possiamo farlo, perché, sembra un paradosso, ma questo è proprio il nostro tempo.
02 settembre 2009
Care donne, perché proprio noi dovremmo sentirci “indignate” dalle squallide perfomance sessuali vere o inventate del nostro Primo Ministro? La dignità dell’essere donna non dipende certo dalla volgarità, dal non rispetto altrui. La dignità delle donne c’è, è guadagnata sul campo, per prima cosa per essere semplicemente venute al mondo a condividere l’esperienza umana e poi per l’enorme lavoro di creazione, di mediazione, di organizzazione che è la nostra specialità, imprescindibile per l’esistenza di una società. Personalmente non credo che in questa deplorevole situazione, in cui il nostro paese si trova, rischiamo di tornare indietro. La coscienza che tante donne hanno guadagnato non si può perdere così, né si può perdere la libertà che per prima è stata guadagnata dentro di noi. Certo possiamo soffrire di più, ma anche la sofferenza può essere un’opportunità. È questa,mi sembra, la nostra situazione attuale.
Ci vogliono indignate, indignate come signore in un salotto vittoriano alla notizia che siamo parenti delle scimmie. Ma non è più quel tempo. E ben sappiamo che l’indignazione è un sentimento impolitico per eccellenza. Né indignazione, né protesta, né vittimismo quindi, ci vuole molto di più. Ci vuole governo. Ma che cosa è governare? Governare è far sì che la società registri la presenza di soggetti nuovi. Ogni classe sociale che si è affacciata alla storia ha governato, cambiando l’assetto della società, facendo registrare nuovi bisogni, dando nuove idee, modificando priorità. Ricordiamoci che noi non siamo una classe sociale, siamo molto di più. E abbiamo già governato. Questo sì che non ce lo dobbiamo dimenticare. Abbiamo governato quando abbiamo fatto passare la legge sull’aborto, lì il nostro paese per la prima volta è stato costretto a registrare la nostra presenza, le nostre priorità, la nostra visione del mondo. Che non era certo una visione di morte,come tanti vorrebbero farla passare, ma una visione di amore profondo per la vita, di tante donne che sarebbero scampate alla morte e di bambini che sarebbero nati desiderati e in condizioni di vita decorose. Abbiamo avuto la forza di imporre la nostra visione. Vedete quanto è ancora attaccata questa legge, attaccata con astio, con risentimento, perché è stata una legge voluta profondamente dalla maggioranza delle donne, che conoscono le umane cose, come mai gli uomini conosceranno. Sì, c’è un abisso tra donne e uomini, un abisso fatto di natura, di storia, di sofferenza. E questa sofferenza che tanta paura mi faceva quando ero una giovane donna, adesso io la rivendico con tutto l’amore e la pietà di cui sono capace.
C’è chi dice che questo è tempo di amicizia tra donne e uomini, sono proprio d’accordo. L’amicizia è un sentimento che pone condizioni, non si da mai per niente. Che venga il tempo dell’amicizia, perché il tempo dell’amore non ha dato i frutti sperati. Non ci vuole indignazione, ci vuole governo. Non illudiamoci che ci sia qualcuno a cui delegare la nostra parte. La “sinistra” – si potrà ancora dire questa parola?- è stata una grande delusione, la destra fa il suo mestiere. Ma in verità questo è un paese che ormai non ha né destra né sinistra. E noi non abbiamo alleati “naturali”, facciamocene una ragione, abbiamo sì amici, un po’ qua e un po’ là. E con questi amici ci dovremo arrangiare. La Chiesa poi non ha mai amato le donne. Quali sono state per noi le mancate occasione di governo? Certamente la legge sulla maternità assistita che ha avuto la pretesa di ridurre il nostro corpo a contenitore, a “disprezzato” contenitore, perché chi propone l’impianto di un embrione forse malformato è uno che disprezza il corpo di una donna. La libertà di coscienza che la “sinistra”ha lasciato ai suoi parlamentari per votare questa legge, ancora mi offende e purtroppo la dice lunga sul suo futuro impossibile. Tante occasioni di governo abbiamo mancato. L’ultima: quella buffonata del testamento biologico che abbiamo sul tappeto in questo momento.
E poi? E poi c’è il paese, che riguarda anche noi, non ce lo dimentichiamo, perché noi ci siamo, ci viviamo, ci lavoriamo, ci paghiamo le tasse. E poco ci importa quello che fa Berlusconi nelle sue cenette, se dobbiamo comperare la carta igienica per la scuola dei nostri bambini, se gli asili nido sono carissimi, se le banche sono in stretta creditizia, se la ricerca non viene finanziata, se le maestre e gli insegnanti sono sull’orlo della povertà, se la televisione fa schifo, se esiste una corruzione capillare, se governa un sistema “di amici” e non di meriti, se c’è una politica che governa perfino le assunzioni a chi spazza le strade, se l’università fa scappare i più bravi, se gli omosessuali vengono picchiati per la strada, se l’informazione viene addomesticata, se “chi se ne frega del paesaggio”… e poi le ronde, chi se lo sarebbe immaginato! e i dialetti… e gli inni… potrei continuare. Sì, non indignazione, serve governo, care compagne mie. Contiamoci per contare, ma per contare veramente, senza andare dietro a nessuno, per dettare le nostre condizioni. Incontriamoci per fare un programma per una vita migliore. Possiamo farlo, perché, sembra un paradosso, ma questo è proprio il nostro tempo.
02 settembre 2009
venerdì 21 maggio 2010
Ci vuole tutti zitti
Antonio Padellaro
21 maggio 2010
Il Senato mobilitato anche di notte: B. e la destra hanno fretta. Fino a 464.000 euro di multa per gli editori che pubblicano intercettazioni. Carcere per i giornalisti
Molti di noi hanno cominciato a fare i giornalisti spinti da un’ideale giovanile. Dicevamo a noi stessi: troverò le notizie che gli altri non hanno, racconterò le verità che gli altri non raccontano e, se ne vale la pena, rischierò pure la pelle. Come tutti gli ideali coltivati a vent’anni non sempre sono durati abbastanza e qualche volta la vita con le sue necessità materiali ha reso più astratto il nostro sogno di perfezione. Non è stato così per Fabio Polenghi il fotoreporter italiano caduto a Bangkok. Lui, come centinaia di altri giornalisti uccisi in prima linea, mentre cercavano di cogliere quella immagine o raccontare quella scena che nessun altro avrebbe pubblicato.
L’infamia di una legge sulle intercettazioni voluta da un tirannello borioso per nascondere certe sue vergogne e votata da parlamentari che si nascondono come ladri nella notte, consiste certamente nella violazione del diritto dei cittadini di sapere e del dovere dei giornali di informare, come ha detto Ezio Mauro nell’intervista a Silvia Truzzi. Ma c’è qualcosa che è forse peggio della soppressione di una libertà ed è la spinta alla rassegnazione, all’accettazione supina di un arbitrio. Negli anni abbiamo imparato a conoscere il personale di cui si serve il premier per le sue malefatte. Si tratta di gente che in cambio di denaro e poltrone si è venduta dignità e reputazione. Sono gli eunuchi del sultano, manutengoli sazi e appagati ma con il cruccio che non tutti siano ridotti come loro. Per esempio. Ci sono dei giornalisti che vogliono raccontare le risate degli sciacalli del terremoto o come un senatore si è venduto ai boss o l’affaire di un ministro a cui comprarono la casa sul Colosseo? Spezziamogli la penna, mettiamogli paura finché si convincano che l’unica informazione possibile in questo Paese è quella autorizzata dall’alto.
Naturalmente, è una violenza che non può essere accettata. Naturalmente, se la legge infame passerà, assieme ai tanti giornalisti liberi che ancora ci sono, noi del “Fatto” ricorreremo a tutte le forme possibili di disobbedienza civile. Lo diciamo ai nostri lettori ed è bene che lo sappiano gli eunuchi di Palazzo: non gli daremo tregua. Se per una fotografia c’è chi si fa ammazzare, per una notizia si può anche rischiare un po’ di galera.
21 maggio 2010
Il Senato mobilitato anche di notte: B. e la destra hanno fretta. Fino a 464.000 euro di multa per gli editori che pubblicano intercettazioni. Carcere per i giornalisti
Molti di noi hanno cominciato a fare i giornalisti spinti da un’ideale giovanile. Dicevamo a noi stessi: troverò le notizie che gli altri non hanno, racconterò le verità che gli altri non raccontano e, se ne vale la pena, rischierò pure la pelle. Come tutti gli ideali coltivati a vent’anni non sempre sono durati abbastanza e qualche volta la vita con le sue necessità materiali ha reso più astratto il nostro sogno di perfezione. Non è stato così per Fabio Polenghi il fotoreporter italiano caduto a Bangkok. Lui, come centinaia di altri giornalisti uccisi in prima linea, mentre cercavano di cogliere quella immagine o raccontare quella scena che nessun altro avrebbe pubblicato.
L’infamia di una legge sulle intercettazioni voluta da un tirannello borioso per nascondere certe sue vergogne e votata da parlamentari che si nascondono come ladri nella notte, consiste certamente nella violazione del diritto dei cittadini di sapere e del dovere dei giornali di informare, come ha detto Ezio Mauro nell’intervista a Silvia Truzzi. Ma c’è qualcosa che è forse peggio della soppressione di una libertà ed è la spinta alla rassegnazione, all’accettazione supina di un arbitrio. Negli anni abbiamo imparato a conoscere il personale di cui si serve il premier per le sue malefatte. Si tratta di gente che in cambio di denaro e poltrone si è venduta dignità e reputazione. Sono gli eunuchi del sultano, manutengoli sazi e appagati ma con il cruccio che non tutti siano ridotti come loro. Per esempio. Ci sono dei giornalisti che vogliono raccontare le risate degli sciacalli del terremoto o come un senatore si è venduto ai boss o l’affaire di un ministro a cui comprarono la casa sul Colosseo? Spezziamogli la penna, mettiamogli paura finché si convincano che l’unica informazione possibile in questo Paese è quella autorizzata dall’alto.
Naturalmente, è una violenza che non può essere accettata. Naturalmente, se la legge infame passerà, assieme ai tanti giornalisti liberi che ancora ci sono, noi del “Fatto” ricorreremo a tutte le forme possibili di disobbedienza civile. Lo diciamo ai nostri lettori ed è bene che lo sappiano gli eunuchi di Palazzo: non gli daremo tregua. Se per una fotografia c’è chi si fa ammazzare, per una notizia si può anche rischiare un po’ di galera.
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