L’anno che stiamo per lasciarci alle spalle è stato orribile da tutti i punti di vista, ma quel che è peggio è che il prossimo si annuncia anche peggiore di quello appena andato. La crisi politica sembra ormai inarrestabile, così come inarrestabile è ormai il degrado della politica. Quel che è ancora peggio è però che alle vista non si intravede una via d’uscita allo sfacelo che hanno provocato questi politici e questo governo in particolare con le leggi approvate, come quella sulla riforma della scuola e la modifica del contratto dei lavoratori, che ci riportano indietro agli anni cinquanta quando la scuola non era per tutti e quando ancora i lavoratori non avevano i diritti e le tutele che negli anni si sono via via conquistati. La cosa più devastante che si preannuncia è certamente la riforma della giustizia, che mira ad attuare il programma piduista, come è appunto la modifica dell’art.330 del CPP, che arriva dopo che, per volere della Lega, per salvare dalla condanna per banda armata le camice verdi ed esponenti della stessa, è stato abolito il reato di banda armata. Come ha scritto oggi su fatto quotidiano Cosimo lorè: modificando l’articolo 330 del codice di procedura penale si arriva a quella che è stata la massima aspirazione di Berlusconi e della destra e cioè a “sottomettere il pubblico ministero alla Polizia di Stato con terrificanti persecuzioni in vista per lo sparuto drappello dei magistrati e giornalisti efficienti ed indipendenti e allarmanti impunità garantite ai massacratori in divisa dei sempre più numerosi Aldrovandi, Bianzino, Cucchi, Rasman, Uva.
Cosa si prepara per chi non è nel giro delle cricche e dei clan? Capo che non chiama più questure per proteggere minorenni, ma che fa chiamare i questori dal ministro dell’Interno di turno per mandare la polizia a sistemar come si deve i rompiscatole: forse è veramente l’ora che si facciano le valige e si emigri, prima che comincino a rieducarci casa per casa!” Penso che Lorè abbia ragione nell’indicare la sola via possibile per sottrarci a questo sfacelo, di cui, purtroppo ancora moltissimi Italiani non si rendono conto. La nostra democrazia ,seppure ancora zoppicante, si sta trasformando in una dittatura, questa è la realtà, inutile girarci intorno. Questa realtà è resa ancora più drammatica perché nel Parlamento Italiano non c’è un’opposizione degna di tale nome. Quel che preoccupa di più è che a promuovere la modifica dell’art. 330 è stato il PD, d’accordo con il PDL. E’ chiaro a tutti che in queste condizioni non possiamo sperare niente di buono per l’anno che verrà. Eppure non voglio rinunciare a chiedere a Gesù Bambino appena nato di rendere possibile il miracolo di mandare a casa o in qualche altro posto il più lontano possibile, con biglietto di solo andata, tutti questi politici da strapazzo che hanno rovinato l’Italia, che stanno stracciando la nostra Costituzione, stanno togliendo tutti i diritti a tutti, stanno affamando un popolo, stanno distruggendo la giustizia ,che hanno seppellito l’etica, stanno umiliando le donne. So che è molto quello che chiedo, ma so anche che sono cose indispensabili per salvarci! Un vecchio proverbio dice però: “aiutati che dio ti aiuta” e siccome i vecchi proverbi non sbagliano mai allora una preghiera la rivolgo anche agli Italiani perchè comincino a muoversi per il necessario cambiamento!!
Nella Toscano
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martedì 28 dicembre 2010
lunedì 27 dicembre 2010
Morte nel silenzio del deserto
di Furio Colombo
27 dicembre 2010
Stanno morendo nel deserto, schiavi con le catene, i morti tra coloro che sono ancora vivi, donne incinte, bambini. Sappiamo tutto di loro. Sappiamo chi sono, dove sono. Sappiamo i nomi dei mercanti, abbiamo i numeri dei telefoni cellulari.
Chiamate Abo Kalid, l’organizzatore del traffico: 20176662777 oppure 20155323121. Chiamate il capocarovana Meharl, che preferisce essere conosciuto con il soprannome di Wedi Koneriel. Il suo numero è 192229135. Se è occupato, provate 175559179. Vi diranno le condizioni: 10mila dollari per liberare uno schiavo. Nessun governo europeo ha provato a telefonare a quei numeri, a offrire un riscatto o a tentare una liberazione. Ciascuna delle persone incatenate, compresi i bambini, ha già pagato 2000 dollari per essere ammessa a questo estremo viaggio che sembrava della speranza. Ma a un certo punto, in pieno deserto, il convoglio s’è fermato e la tariffa è cambiata: altri 8mila dollari per ciascuno o il viaggio finisce lì. Non è indolore. I primi 8 che hanno tentato di fuggire sono stati abbattuti a bastonate in un’esecuzione pubblica che servisse da lezione. Sei sono morti, due sono feriti gravi abbandonati in mezzo agli altri prigionieri senza soccorsi, neppure acqua, che viene distribuita in quantità minima (e senza nessuna possibilità di lavarsi) ogni 2 o 3 giorni.
Quanti sono? Circa 250. Eritrei in fuga dalla guerra senza fine. Etiopi che credevano di essere scampati al loro dittatore, somali che non hanno più un Paese ma solo signori della guerra e bande in continuo conflitto. Come mai abbiamo notizie così dettagliate? Si devono al sacerdote eritreo Don Mussie Zerai. Vive a Roma ed è presidente della Agenzia Habeshia e membro dell’Accademia Etiopica Pontificia. Il 21 dicembre il comitato per i diritti umani della Commissione esteri (Camera dei deputati) lo ha convocato per ricevere formalmente le notizie di cui dispone. Sono presidente di quel comitato e – anche a nome degli altri deputati presenti in quell’“audizione” – la domanda più urgente era questa: Come fa a sapere? Gli Stati non intervengono, l’Europa è silenziosa e assente, i servizi segreti africani ed europei sembrano privi di tracce. Se le avessero gli Stati, almeno alcuni Stati, in nome di un minimo di civiltà, sarebbero intervenuti. Don Zerai ha risposto: “Tutti sanno tutto. Almeno tre servizi segreti conoscono con esattezza il luogo in cui le 250 persone tenute in schiavitù in attesa del riscatto stanno morendo. I numeri dei telefoni cellulari sono fatti circolare dai mercanti (compresi molti di singoli prigionieri) per rendere possibili i contatti e le offerte. Allo stesso modo è noto il numero di un conto corrente egiziano su cui si devono fare i versamenti. L’uso dei telefoni cellulari, naturalmente, rende possibile rintracciare in qualunque momento predoni e vittime. Ma i servizi segreti lo sanno. Gli Stati lo sanno. C’è evidentemente una concordata decisione di non intervenire”. L’ambasciatrice egiziana presso la Santa Sede ha fatto sapere al sacerdote eritreo: “Se le autorità egiziane intervenissero, si troverebbero a carico i migranti e questo non lo possiamo fare”.
Lo scatto di indignazione che potrebbe seguire questa affermazione va dedicato non all’Egitto, ma all’Italia, che –come è ormai noto – è la causa di questa tragedia e di molte altre che non sono e forse non saranno mai conosciute. Ma prima vediamo alcune notizie in più per ricostruire la tremenda vicenda, per capire che ci è vicina, che ci riguarda e che – come in tutti i momenti più bui della Storia – ciascuno fa finta di non sapere.
Il container o i container in cui sono imprigionati i migranti che non hanno ancora pagato il riscatto sono nel deserto del Sinai, territorio egiziano, vicinissimo al confine della striscia di Gaza. Israele, che non può intervenire fuori dalla sue frontiere, è un rifugio, come sanno i migranti che riescono a raggiungere quel Paese, come sanno i profughi che arrivano a quella frontiera sfuggendo ai mercanti. Anche perché gli Usa di Obama hanno già fatto sapere che accetteranno 40mila eritrei nel corso del 2011. Il governo egiziano ignora i passaggi e gli insediamenti delle carovane pirata, forse per ragioni che hanno a che fare con rapporti tra paesi africani, dalla Libia al Sudan, alla stessa Eritrea, nel periodo in cui Gheddafi, il despota della Libia e partner dell’Italia, è presidente dell’Unione Africana e – allo stesso tempo, e per conto dell’Italia – dedito alla caccia umana dei profughi.
Ma sappiamo altre cose. Sappiamo che Hamas è una buona base d’appoggio per i mercanti di esseri umani, così che la strada della morte ha due capolinea sicuri, la Libia che abbandona i migranti nel Sahara e Hamas che da Gaza fa da appoggio al campo del Sinai egiziano. Se è vero (ma si tratta dell’unica e atroce parte non provata della storia) che c’è espianto e commercio clandestino di organi (reni, soprattutto) i punti medici di appoggio non possono che essere nel territorio controllato da Hamas e fortemente remunerato per questo dai mercanti. Nel racconto di Don Zerai, in quelli fatti a lui per telefono dai profughi che invocano riscatto, risulta con certezza che almeno un centinaio di essi sono gli stessi che sono stati intercettati in mare mentre – in fuga dalla guerra eritrea – venivano a chiedere diritto d’asilo in Italia. Sono gli stessi che sono stati imprigionati nello spaventoso carcere libico di al Braq. L’indignazione del mondo e lo scandalo per la collaborazione dell’Italia a quella cattura (nessuno ha mai potuto chiedere diritto d’asilo) ha portato a una finta liberazione: abbandonati senza documenti nel Sahara. Una evidente offerta – forse debitamente compensata – ai mercanti. Le stesse persone che stavano venendo a chiedere l’aiuto di una presunta civiltà italiana, si sono trovate, in mano ai pirati di essere umani, nel deserto, in attesa, per molti senza speranza, di un riscatto impossibile. Tacciono i governi, che mandano (anche l’Italia) navi da guerra nel Corno d’Africa per difendere le merci dalla pirateria di mare. Ma la marcia nel deserto, la prigionia, le catene e la fine degli esseri umani non interessa nessuno.
Forse c’è una ragione. La ferrea e sbandierata alleanza fra l’Italia di Berlusconi e la Libia di Gheddafi, che procura ai leader contraenti vantaggi ignoti, ma è una strettissima alleanza politica e militare agli occhi delle diplomazie mondiali, è un potentissimo alibi. Nulla osta alla morte senza diritti di profughi che hanno commesso l’errore di non sapere come è cambiata l’Italia, ex Paese civile.
Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2010
27 dicembre 2010
Stanno morendo nel deserto, schiavi con le catene, i morti tra coloro che sono ancora vivi, donne incinte, bambini. Sappiamo tutto di loro. Sappiamo chi sono, dove sono. Sappiamo i nomi dei mercanti, abbiamo i numeri dei telefoni cellulari.
Chiamate Abo Kalid, l’organizzatore del traffico: 20176662777 oppure 20155323121. Chiamate il capocarovana Meharl, che preferisce essere conosciuto con il soprannome di Wedi Koneriel. Il suo numero è 192229135. Se è occupato, provate 175559179. Vi diranno le condizioni: 10mila dollari per liberare uno schiavo. Nessun governo europeo ha provato a telefonare a quei numeri, a offrire un riscatto o a tentare una liberazione. Ciascuna delle persone incatenate, compresi i bambini, ha già pagato 2000 dollari per essere ammessa a questo estremo viaggio che sembrava della speranza. Ma a un certo punto, in pieno deserto, il convoglio s’è fermato e la tariffa è cambiata: altri 8mila dollari per ciascuno o il viaggio finisce lì. Non è indolore. I primi 8 che hanno tentato di fuggire sono stati abbattuti a bastonate in un’esecuzione pubblica che servisse da lezione. Sei sono morti, due sono feriti gravi abbandonati in mezzo agli altri prigionieri senza soccorsi, neppure acqua, che viene distribuita in quantità minima (e senza nessuna possibilità di lavarsi) ogni 2 o 3 giorni.
Quanti sono? Circa 250. Eritrei in fuga dalla guerra senza fine. Etiopi che credevano di essere scampati al loro dittatore, somali che non hanno più un Paese ma solo signori della guerra e bande in continuo conflitto. Come mai abbiamo notizie così dettagliate? Si devono al sacerdote eritreo Don Mussie Zerai. Vive a Roma ed è presidente della Agenzia Habeshia e membro dell’Accademia Etiopica Pontificia. Il 21 dicembre il comitato per i diritti umani della Commissione esteri (Camera dei deputati) lo ha convocato per ricevere formalmente le notizie di cui dispone. Sono presidente di quel comitato e – anche a nome degli altri deputati presenti in quell’“audizione” – la domanda più urgente era questa: Come fa a sapere? Gli Stati non intervengono, l’Europa è silenziosa e assente, i servizi segreti africani ed europei sembrano privi di tracce. Se le avessero gli Stati, almeno alcuni Stati, in nome di un minimo di civiltà, sarebbero intervenuti. Don Zerai ha risposto: “Tutti sanno tutto. Almeno tre servizi segreti conoscono con esattezza il luogo in cui le 250 persone tenute in schiavitù in attesa del riscatto stanno morendo. I numeri dei telefoni cellulari sono fatti circolare dai mercanti (compresi molti di singoli prigionieri) per rendere possibili i contatti e le offerte. Allo stesso modo è noto il numero di un conto corrente egiziano su cui si devono fare i versamenti. L’uso dei telefoni cellulari, naturalmente, rende possibile rintracciare in qualunque momento predoni e vittime. Ma i servizi segreti lo sanno. Gli Stati lo sanno. C’è evidentemente una concordata decisione di non intervenire”. L’ambasciatrice egiziana presso la Santa Sede ha fatto sapere al sacerdote eritreo: “Se le autorità egiziane intervenissero, si troverebbero a carico i migranti e questo non lo possiamo fare”.
Lo scatto di indignazione che potrebbe seguire questa affermazione va dedicato non all’Egitto, ma all’Italia, che –come è ormai noto – è la causa di questa tragedia e di molte altre che non sono e forse non saranno mai conosciute. Ma prima vediamo alcune notizie in più per ricostruire la tremenda vicenda, per capire che ci è vicina, che ci riguarda e che – come in tutti i momenti più bui della Storia – ciascuno fa finta di non sapere.
Il container o i container in cui sono imprigionati i migranti che non hanno ancora pagato il riscatto sono nel deserto del Sinai, territorio egiziano, vicinissimo al confine della striscia di Gaza. Israele, che non può intervenire fuori dalla sue frontiere, è un rifugio, come sanno i migranti che riescono a raggiungere quel Paese, come sanno i profughi che arrivano a quella frontiera sfuggendo ai mercanti. Anche perché gli Usa di Obama hanno già fatto sapere che accetteranno 40mila eritrei nel corso del 2011. Il governo egiziano ignora i passaggi e gli insediamenti delle carovane pirata, forse per ragioni che hanno a che fare con rapporti tra paesi africani, dalla Libia al Sudan, alla stessa Eritrea, nel periodo in cui Gheddafi, il despota della Libia e partner dell’Italia, è presidente dell’Unione Africana e – allo stesso tempo, e per conto dell’Italia – dedito alla caccia umana dei profughi.
Ma sappiamo altre cose. Sappiamo che Hamas è una buona base d’appoggio per i mercanti di esseri umani, così che la strada della morte ha due capolinea sicuri, la Libia che abbandona i migranti nel Sahara e Hamas che da Gaza fa da appoggio al campo del Sinai egiziano. Se è vero (ma si tratta dell’unica e atroce parte non provata della storia) che c’è espianto e commercio clandestino di organi (reni, soprattutto) i punti medici di appoggio non possono che essere nel territorio controllato da Hamas e fortemente remunerato per questo dai mercanti. Nel racconto di Don Zerai, in quelli fatti a lui per telefono dai profughi che invocano riscatto, risulta con certezza che almeno un centinaio di essi sono gli stessi che sono stati intercettati in mare mentre – in fuga dalla guerra eritrea – venivano a chiedere diritto d’asilo in Italia. Sono gli stessi che sono stati imprigionati nello spaventoso carcere libico di al Braq. L’indignazione del mondo e lo scandalo per la collaborazione dell’Italia a quella cattura (nessuno ha mai potuto chiedere diritto d’asilo) ha portato a una finta liberazione: abbandonati senza documenti nel Sahara. Una evidente offerta – forse debitamente compensata – ai mercanti. Le stesse persone che stavano venendo a chiedere l’aiuto di una presunta civiltà italiana, si sono trovate, in mano ai pirati di essere umani, nel deserto, in attesa, per molti senza speranza, di un riscatto impossibile. Tacciono i governi, che mandano (anche l’Italia) navi da guerra nel Corno d’Africa per difendere le merci dalla pirateria di mare. Ma la marcia nel deserto, la prigionia, le catene e la fine degli esseri umani non interessa nessuno.
Forse c’è una ragione. La ferrea e sbandierata alleanza fra l’Italia di Berlusconi e la Libia di Gheddafi, che procura ai leader contraenti vantaggi ignoti, ma è una strettissima alleanza politica e militare agli occhi delle diplomazie mondiali, è un potentissimo alibi. Nulla osta alla morte senza diritti di profughi che hanno commesso l’errore di non sapere come è cambiata l’Italia, ex Paese civile.
Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2010
domenica 26 dicembre 2010
sabato 25 dicembre 2010
mercoledì 22 dicembre 2010
La rivoluzione gentile, donne unite per cambiare la rappresentanza in Parlamento
di Chiara Avesani
Il fatto Quotidiano 22 dicembre 2010
Il movimento, nato su Facebook, si prefigge l'obiettivo di cambiare la selezione della rappresentanza e indicare un programma di governo. I temi sono: lavoro e politiche sociali, ambiente, donne violenza e pratiche non violente
Sarà forse “gentile”, ma è sempre una rivoluzione e con la capacità di propagazione virale della Rete. E’ partita da Facebook, dopo il sostegno alle primarie in Puglia. Un grande numero di adesioni ha chiesto poi di ripetere l’esperienza a livello nazionale ed è nata la “Rete delle donne per la rivoluzione gentile”. Si rivolgono a tutta la sinistra, non solo al Pd, ma anche all’Idv, con lo scopo di unire tutte le donne dell’area e coinvolgere anche quelle dell’astensionismo.
Sono oltre quattrocento operative sul territorio e vogliono rigenerare il Paese: cambiare la selezione della rappresentanza e indicare un programma di governo. Anche quello si sta formando in Rete. “Abbiamo individuato sei tematiche sulle quali stanno lavorando sei gruppi a livello nazionale, anche grazie ai contributi che arrivano sul sito”, spiega Rita Saraò, coordinatrice del gruppo. “I temi sono: Democrazia incompiuta, Lavoro e politiche sociali, Ambiente, Donne violenza e pratiche non violente, Cultura e agenzie educative, Legalità giustizia e laicità. Su questi punti stiamo formando un programma per il candidato premier. Supporteremo chi acquisirà nel suo, il nostro programma”. A coordinare i vari gruppi cercano nomi di personalità competenti nei settori specifici.
Tana de Zulueta, giornalista internazionale, ex deputata dell’Ulivo, è la portavoce del gruppo “Democrazia incompiuta”. La prima iniziativa è tra pochi giorni, il 15 gennaio 2011. Una raccolta firme nelle principali piazze italiane per chiedere ai partiti le primarie di collegio per la formazione delle liste, e le primarie di coalizione per scegliere il candidato premier.
“L’iniziativa è nata per mettere in atto un’esigenza di democrazia. Interessante che questa esigenza sia stata sentita trasversalmente dalle donne”, dice Tana de Zulueta. “Il sistema delle liste bloccate è impopolare, ma si può correggere con le primarie di collegio e di coalizione. Inoltre, se si impone la presenza delle donne nelle liste bloccate, queste si trasformano in un fattore di democrazia”, spiega. Il movimento chiede di usare il sistema attuale in modo democratico: con le primarie di collegio sarebbero i cittadini a formare le liste e con il sistema delle liste bloccate si possono fissare agevolmente delle quote femminili.
Sarebbe una scelta di meritocrazia? “Non sempre la democrazia è meritocrazia, ma ha le sue regole”, risponde Tana de Zulueta. “Le oligarchie nei partiti sono compatte nel rifiutare il contributo femminile, perché sanno che: ‘Per far posto a una donna bisogna che un uomo si alzi’. Nel 2003, la legge della Prestigiacomo venne affossata con entusiasmo bi-partisan. Uno spettacolo indegno alla Camera. Per avere le mani libere, venne anche richiesto il voto segreto. Il sistema delle liste bloccate, con un numero minimo di donne, invece, attua l’art. 51 della Costituzione che dice: ‘Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini’. Se oggi si stabilisse che nelle liste bloccate ci devono essere un certo numero di donne, le liste che non rispettassero questo principio sarebbero, a mio avviso, incostituzionali”.
La Rete delle donne per la rivoluzione gentile, nel rivendicare diritti femminili, propone un’idea complessiva della società nella convinzione che la soluzione dei problemi del Paese e del lavoro, passi anche attraverso l’attuazione di quei diritti.
“E’ sotto gli occhi di tutti che il problema del lavoro lo sentono prima di tutto le donne, sono state penalizzate maggiormente dalla crisi”, afferma De Zulueta. “Ma il problema riguarda soprattutto la selezione: le donne da noi investono di più nella formazione e sono meno riconosciute nel mercato del lavoro. Si sta creando una forbice, una distanza crescente tra il talento delle donne e le loro opportunità che è insostenibile per noi, ma soprattutto per il Paese. E’ un impoverimento che non possiamo consentire. Il problema del lavoro comincia lì”.
Secondo Tana de Zulueta è importante che queste esigenze sociali non siano vissute come uno specifico femminile, ma si traducano in proposte positive per la collettività. “E’ necessario spingere la discussione intorno a obiettivi comuni, che originariamente possono essere individuati dalle donne, ma che devono poi tradursi in una proposta per la società nel suo insieme. Io vedo nell’autoreferenzialità quell’errore pregresso che non ha permesso in Italia di realizzare il potenziale di democrazia che si voleva ottenere negli anni ’70. Per ottenere risultati il movimento si deve incrociare con altri movimenti d’opinione, come quello lanciato da Concita de Gregorio, o come il Popolo Viola. Dobbiamo fare massa”.
Internet, in questo, gioca un ruolo fondamentale. “La Rete ha permesso la partecipazione di persone che si sono sempre sentite estranee alla politica e la Puglia, in ciò, è stata il miglior laboratorio. La democrazia è fatta di hardware una parte rigida, cioè le istituzioni, il corpo delle leggi, i tribunali. La Rete è come un software, che permette al resto del sistema di funzionare. La Rete è quello che può consentire ad antiche istituzioni costituite nel settecento, come il Parlamento, di lavorare democraticamente anche oggi. E’ l’opportunità di impedire la fossilizzazione di queste istituzioni. Ma soprattutto la Rete è un potenziale di controllo: si dovrebbe esigere la presenza continua in aula di internet”.
Il fatto Quotidiano 22 dicembre 2010
Il movimento, nato su Facebook, si prefigge l'obiettivo di cambiare la selezione della rappresentanza e indicare un programma di governo. I temi sono: lavoro e politiche sociali, ambiente, donne violenza e pratiche non violente
Sarà forse “gentile”, ma è sempre una rivoluzione e con la capacità di propagazione virale della Rete. E’ partita da Facebook, dopo il sostegno alle primarie in Puglia. Un grande numero di adesioni ha chiesto poi di ripetere l’esperienza a livello nazionale ed è nata la “Rete delle donne per la rivoluzione gentile”. Si rivolgono a tutta la sinistra, non solo al Pd, ma anche all’Idv, con lo scopo di unire tutte le donne dell’area e coinvolgere anche quelle dell’astensionismo.
Sono oltre quattrocento operative sul territorio e vogliono rigenerare il Paese: cambiare la selezione della rappresentanza e indicare un programma di governo. Anche quello si sta formando in Rete. “Abbiamo individuato sei tematiche sulle quali stanno lavorando sei gruppi a livello nazionale, anche grazie ai contributi che arrivano sul sito”, spiega Rita Saraò, coordinatrice del gruppo. “I temi sono: Democrazia incompiuta, Lavoro e politiche sociali, Ambiente, Donne violenza e pratiche non violente, Cultura e agenzie educative, Legalità giustizia e laicità. Su questi punti stiamo formando un programma per il candidato premier. Supporteremo chi acquisirà nel suo, il nostro programma”. A coordinare i vari gruppi cercano nomi di personalità competenti nei settori specifici.
Tana de Zulueta, giornalista internazionale, ex deputata dell’Ulivo, è la portavoce del gruppo “Democrazia incompiuta”. La prima iniziativa è tra pochi giorni, il 15 gennaio 2011. Una raccolta firme nelle principali piazze italiane per chiedere ai partiti le primarie di collegio per la formazione delle liste, e le primarie di coalizione per scegliere il candidato premier.
“L’iniziativa è nata per mettere in atto un’esigenza di democrazia. Interessante che questa esigenza sia stata sentita trasversalmente dalle donne”, dice Tana de Zulueta. “Il sistema delle liste bloccate è impopolare, ma si può correggere con le primarie di collegio e di coalizione. Inoltre, se si impone la presenza delle donne nelle liste bloccate, queste si trasformano in un fattore di democrazia”, spiega. Il movimento chiede di usare il sistema attuale in modo democratico: con le primarie di collegio sarebbero i cittadini a formare le liste e con il sistema delle liste bloccate si possono fissare agevolmente delle quote femminili.
Sarebbe una scelta di meritocrazia? “Non sempre la democrazia è meritocrazia, ma ha le sue regole”, risponde Tana de Zulueta. “Le oligarchie nei partiti sono compatte nel rifiutare il contributo femminile, perché sanno che: ‘Per far posto a una donna bisogna che un uomo si alzi’. Nel 2003, la legge della Prestigiacomo venne affossata con entusiasmo bi-partisan. Uno spettacolo indegno alla Camera. Per avere le mani libere, venne anche richiesto il voto segreto. Il sistema delle liste bloccate, con un numero minimo di donne, invece, attua l’art. 51 della Costituzione che dice: ‘Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini’. Se oggi si stabilisse che nelle liste bloccate ci devono essere un certo numero di donne, le liste che non rispettassero questo principio sarebbero, a mio avviso, incostituzionali”.
La Rete delle donne per la rivoluzione gentile, nel rivendicare diritti femminili, propone un’idea complessiva della società nella convinzione che la soluzione dei problemi del Paese e del lavoro, passi anche attraverso l’attuazione di quei diritti.
“E’ sotto gli occhi di tutti che il problema del lavoro lo sentono prima di tutto le donne, sono state penalizzate maggiormente dalla crisi”, afferma De Zulueta. “Ma il problema riguarda soprattutto la selezione: le donne da noi investono di più nella formazione e sono meno riconosciute nel mercato del lavoro. Si sta creando una forbice, una distanza crescente tra il talento delle donne e le loro opportunità che è insostenibile per noi, ma soprattutto per il Paese. E’ un impoverimento che non possiamo consentire. Il problema del lavoro comincia lì”.
Secondo Tana de Zulueta è importante che queste esigenze sociali non siano vissute come uno specifico femminile, ma si traducano in proposte positive per la collettività. “E’ necessario spingere la discussione intorno a obiettivi comuni, che originariamente possono essere individuati dalle donne, ma che devono poi tradursi in una proposta per la società nel suo insieme. Io vedo nell’autoreferenzialità quell’errore pregresso che non ha permesso in Italia di realizzare il potenziale di democrazia che si voleva ottenere negli anni ’70. Per ottenere risultati il movimento si deve incrociare con altri movimenti d’opinione, come quello lanciato da Concita de Gregorio, o come il Popolo Viola. Dobbiamo fare massa”.
Internet, in questo, gioca un ruolo fondamentale. “La Rete ha permesso la partecipazione di persone che si sono sempre sentite estranee alla politica e la Puglia, in ciò, è stata il miglior laboratorio. La democrazia è fatta di hardware una parte rigida, cioè le istituzioni, il corpo delle leggi, i tribunali. La Rete è come un software, che permette al resto del sistema di funzionare. La Rete è quello che può consentire ad antiche istituzioni costituite nel settecento, come il Parlamento, di lavorare democraticamente anche oggi. E’ l’opportunità di impedire la fossilizzazione di queste istituzioni. Ma soprattutto la Rete è un potenziale di controllo: si dovrebbe esigere la presenza continua in aula di internet”.
lunedì 20 dicembre 2010
domenica 19 dicembre 2010
Rimini vieta le pubblicità sessiste
Stop alle offese alle donne
Rimini mette al bando le pubblicità sessiste. Il Consiglio Provinciale di Rimini ha approvato il bilancio previsionale 2011 e il piano triennale degli investimenti fino al 2013. E nel mezzo della discussione ha approvato all'unanimità un ordine del giorno per «la moratoria delle pubblicità lesive della dignità della donna e contro l'uso di stereotipi femminili», presentato da Leonina Grossi, Pd, consigliera delegata alle Pari Opportunità.
Un punto a capo ai manifesti offensivi e volgari di aziende e commercianti che per vendere magari condizionatori d'aria o impianti di irrigazione automatica ci infilano comunque una provocante fanciulla o un garbatissimo doppio senso. In questo senso basta scorrere la fotogallery sul sito dell'Unità mandata dai lettori di tutta Italia.
GUARDA LA FOTO GALLERY
Adesso Rimini si candida a emanciparsi da cosce lunghe, scollature smodate, slogan insensati. Va detto infatti che identico ordine del giorno era già stato approvato dai consigli comunali di Rimini, Novafeltria, Coriano e Riccione. Adesso il divieto scatta per l'intera provincia. Un segnale non da poco, nella riviera famosa per le notti brave, i DJ trendy, l'estate low cost, i flirt patinati.
16 dicembre 2010
Rimini mette al bando le pubblicità sessiste. Il Consiglio Provinciale di Rimini ha approvato il bilancio previsionale 2011 e il piano triennale degli investimenti fino al 2013. E nel mezzo della discussione ha approvato all'unanimità un ordine del giorno per «la moratoria delle pubblicità lesive della dignità della donna e contro l'uso di stereotipi femminili», presentato da Leonina Grossi, Pd, consigliera delegata alle Pari Opportunità.
Un punto a capo ai manifesti offensivi e volgari di aziende e commercianti che per vendere magari condizionatori d'aria o impianti di irrigazione automatica ci infilano comunque una provocante fanciulla o un garbatissimo doppio senso. In questo senso basta scorrere la fotogallery sul sito dell'Unità mandata dai lettori di tutta Italia.
GUARDA LA FOTO GALLERY
Adesso Rimini si candida a emanciparsi da cosce lunghe, scollature smodate, slogan insensati. Va detto infatti che identico ordine del giorno era già stato approvato dai consigli comunali di Rimini, Novafeltria, Coriano e Riccione. Adesso il divieto scatta per l'intera provincia. Un segnale non da poco, nella riviera famosa per le notti brave, i DJ trendy, l'estate low cost, i flirt patinati.
16 dicembre 2010
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