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giovedì 31 maggio 2012
martedì 29 maggio 2012
sabato 28 aprile 2012
IL NUOVO SOGGETTO POLITICO Tra Toni Negri e Tommaso d'Aquino
https://www.facebook.com/nella.toscano
COMMENTO - Alberto Asor Rosa
COMMENTO - Alberto Asor Rosa
Il «Manifesto per un soggetto politico nuovo» è improntato a un
prorompente «ottimismo della volontà». Com'è noto, Antonio Gramsci
raccomandava che i due elementi della fatidica coppia - «pessimismo
dell'intelligenza» e «ottimismo della volontà» - procedessero sempre
insieme. Meno noti i motivi che secondo lui renderebbero raccomandabile,
anzi inevitabile, l'accoppiata: «Tutti i più ridicoli fantasticatori
che nei loro nascondigli di geni incompresi fanno scoperte strabilianti e
definitive, si precipitano su ogni movimento nuovo persuasi di poter
spacciare le loro fanfaluche». D'altronde ogni collasso porta con sé
disordine intellettuale e morale. Bisogna creare uomini sobri, pazienti,
che non disperino dinanzi ai peggiori orrori e non si esaltano a ogni
sciocchezza». Per cui, appunto: «Pessimismo dell'intelligenza, ottimismo
della volontà». Riguarda in qualche modo la citazione gramsciana gli
estensori del suddetto «Manifesto»? No, assolutamente no: volevo
soltanto che il pensiero gramsciano fosse almeno una volta richiamato,
per intero). Mi predisporrei perciò a introdurre qualche elemento
pessimistico nel ragionamento del «Manifesto», cercando al tempo stesso
di guardarmi dallo spingermi troppo nella direzione opposta, cosa che,
ahimè, in casi del genere capita di frequente. Utilizzerò di volta in
volta argomenti concettuali ed esempi pratici: le mie esperienze degli
ultimi dieci anni me lo consentono (cosa che non a tutti i miei
interlocutori accade).
1. Politica. Un perno del «Manifesto»,
assolutamente condivisibile, è che «democrazia rappresentativa» e
«democrazia partecipata» dovrebbero integrarsi e ri-equilibrarsi
profondamente. L'idea, invece, che uno dei due versanti, quello della
«democrazia rappresentativa», rappresentato essenzialmente dal sistema
dei partiti, sia attualmente tutto da buttare e l'altro, quello della
«democrazia partecipativa», tutto da esaltare e valorizzare, è
completamente sbagliata, e fortemente autolesionistica. Ci sono realtà
istituzionali e politiche, con le quali è possibile/necessario mantenere
un livello alto di confronto, di scontro e comunque di serio rapporto; e
ci sono realtà di base totalmente catturate all'interno del sistema
dello sfruttamento e dell'utilitarismo individualistico. In alcune
Regioni d'Italia (molte, direi), se si facesse un referendum
sull'abusivismo vincerebbero gli abusivisti. La stessa cosa si potrebbe
dire del rapporto fra centro e periferia. In taluni casi, l'auspicato
decentramento del potere funziona alla grande; in certi altri
assolutamente no. Alcuni Comuni sono virtuosi; gli altri (la
maggioranza, io penso) no, anzi sono spesso i manutengoli degli
interessi privati più sporchi. In casi come questi, oltre che battersi
in ogni modo con la denuncia, bisogna ricorrere in un modo o nell'altro
alle istanze «superiori»: le Regioni, lo Stato.
L'idea che il quadro
sia omogeneo in tutte le sue componenti e su tutti i suoi versanti è
distruttiva. Attualmente il quadro è invece frastagliato, poliforme e
multicentrico. Al tempo stesso, tutto si tiene. L'idea giusta, appunto,
che la «democrazia partecipativa» spinga per una riforma profonda della
«democrazia rappresentativa» e del «sistema dei partiti» comporta che
nessuna opportunità, nessuna chance sia cammin facendo ignorata e
trascurata, e tutte invece siano volte all'unico obiettivo che meriti
oggi perseguire: una diversa nozione e pratica della politica.
Il
sistema - il sistema tutt'intero, intendo - si può riformare solo se si
salva. E si salva solo se viene coinvolto tutt'intero, dalla A alla Z,
per quanti sforzi questo comporti, e quanta pazienza e sobrietà
richieda. Occorre violentemente attirare l'attenzione sul presente così
com'è, se si vuole trasformarlo.
2. Principi, ideologia. È fuor
di dubbio che siano fortemente cambiati forme e attori del conflitto.
Mi chiedo però fino a che punto il gigantismo del sistema - la
globalizzazione, appunto - abbia tolto di mezzo il fondamentale
antagonismo fra capitale e lavoro: lo ha se mai anch'esso ingigantito, a
livello planetario. Di questo non c'è traccia nel «Manifesto»: si
direbbe che i protagonisti del conflitto siano, in questo quadro, attori
di una diversa separazione/contrapposizione sociale (e politica, e
culturale). Si lotta, infatti, per qualcosa di profondamente diverso
dagli obiettivi tradizionali: si lotta per i cosiddetti «beni comuni».
Dei «beni comuni» Stefano Rodotà, che ne è l'interprete al tempo stesso
più innovativo ed equilibrato, dà una definizione che io accolgo e
faccio mia. Essi «sono quelli funzionali all'esercizio di diritti
fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere
salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo,
proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle
generazioni future». E cioè: ci sono beni, esattamente definiti dal
punto di vista delle caratteristiche dominanti, delle possibili
fruizioni e delle possibili forme di governance, la cui «proprietà», per
così dire, è comune, cioè appartengono «a tutti e a nessuno». Detto
così, va benissimo: questi «beni comuni» rientrano perfettamente nel
quadro di un programma di «democrazia partecipativa», la quale, oltre a
valere per sé, preme sulla «democrazia rappresentativa» per mutarne
obiettivi e metodi ed eventualmente per ottenere un sistema di
governance giuridico-istituzionale, che sia rispettoso della natura
speciale di quel bene (mi riservo di porre a Rodotà una domanda, ma lo
farò più avanti).
Ma i «beni comuni» divengono nel «Manifesto» il
programma di massima del «nuovo soggetto politico». La cosa mi pare
abnorme. Non solo per il pericolo successivamente segnalato dallo stesso
Rodotà: «Se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si
include tutto e il contrario di tutto, se ad essa viene affidata una
sorte di palingenesi sociale, allora può ben accadere che perda la
capacità d'individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità
comune di un bene può sprigionare tutta la sua forza» (il manifesto, 12
aprile). Ma soprattutto perché, se i «beni comuni» assurgono a orizzonte
ideologico e di valore del nuovo movimento, ci si dovrebbe chiedere più
trasparentemente (una delle richieste basilari di una vera «democrazia
partecipativa») non solo dove va ma anche da dove viene un movimento
così orientato.
La risposta sarebbe lunga e problematica: ma
qualcosa si può cominciare a dire. Uno dei punti di partenza possibili è
senza ombra di dubbio Michael Hardt e Antonio (Toni) Negri: Comune
(titolo originale dell'opera, molto più significativo di quello della
tradizione italiana: Commonwealth), apparso nel 2009 (trad. ital. 2010),
che porta il sottotitolo anch'esso estremamente significativo di: Oltre
il privato e il pubblico. Lo chiamo in causa per almeno due motivi:
perché il «comune» negriano è, esplicitamente, il frutto del palese
rifiuto e superamento da parte dell'autore del vecchio operaismo e, più
specificamente ancora, della teoria marxiana del valore; e perché i
«beni comuni» sono obiettivi strategici logicamente comprensibili e
accettabili, solo nella prospettiva biopolitica di una «democrazia della
moltitudine», che veda anch'essa il superamento del conflitto di classe
di fronte ai bisogni del più indeterminato ma appunto perciò meno
obsoleto e più possente soggetto rivoluzionario: «Oggi potremmo dire:
"Sta sorgendo una razza multitudinaria"» (Moltitudine, Rizzoli, Milano,
2004, pp. 409).
Ogni volta, però, che ci si allontana dall'idea che
questa sia una società divisa in classi - ossia ci si allontana dalla
persuasione laica che esistono sfruttati e sfruttatori, percettori di un
enorme surplus di potere a danno di altri che ne hanno poco o punto, a
causa del meccanismo economico dominante (lo so, lo dico in maniera
troppo rozza e approssimativa, ma qui non posso fare altrimenti) - si
aprono scenari imprevedibili e sorprendenti. Per esempio, si scopre che
la radice della nozione di «bene comune» è teologico-cristiana. Ne
ragiona infatti con profondità niente di meno che Tommaso d'Aquino
(riprendendo in parte, come soventi gli capita, definizioni
aristoteliche): il quale, nella Summa Theologiae (I-II, 90, 3), scrive
(traduzione improvvisata, e forse zoppicante): «...Come l'uomo è parte
della casa, così la casa è parte della città; e la città è la comunità
perfetta, come si dice in Aristotele, Politica (Aristotele, infatti, lì
parla della "polis"). E perciò, siccome il bene del singolo uomo non è
l'ultimo fine, ma è ordinato in funzione del "bene comune" (ad commune
bonum); nello stesso modo, il bene di una casa è ordinato in funzione
del bene di una città, la quale è la comunità perfetta».
Tommaso è
un autore che i «benecomunisti» non amano citare (solo un piccolo cenno
polemico in U. Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Bari, 2011,
pp. 41). Nelle opere di Negri, ad esempio, non ce n'è traccia. Eppure è
di fondamentale importanza. Il ritorno al Medio Evo, di cui si parla a
proposito dei «benecomunisti», è tutt'altro che banale: significa la
riappropriazione, in funzione apparentemente anticapitalistica, di un
intero universo concettuale e ideale pre-capitalistico. Insomma: se la
società divisa in classi non fosse alla fin fine altro che una
«comunità», ovviamente non potrebbero esserci «beni comuni». I
cittadini, les citoyens, in lotta per due secoli e mezzo per contendere
all'avversario di classe ciò che a loro spetta, diventano «persone»,
prive di connotazione sociale (secondo un dettame che la teologia
cristiana farebbe volentieri proprio): «Unire le persone per bene»
intorno a un metodo è molto più agevole che farlo nel merito ed è
certamente foriero di potenziali egemonie nuove che superino finalmente
vecchi steccati...» (U. Mattei, il manifesto, 4 aprile). «Superare i
vecchi steccati» è ciò che cercano di fare proprio oggi tutte le forme
di «antipolitica».
Sorprende che molti dei firmatari del
«Manifesto», che sono stati o sono ancora o si dicono ancora marxisti,
non abbiano notato che in questo testo non viene mai nominato, nonché la
«classe», neanche il «popolo». La soggettività politica viene
trasferita a altre entità per ora poco chiare, autodefinentesti e
autordinantesi, quali che la lotta politica fosse il frutto selezionato,
alla fin fine, di alcuni gruppi intellettuali, che, come si diceva
scherzando una volta, «danno la linea». E naturalmente, insieme con
«classe» e con «popolo», spariscono le categorie di «destra» e di
«sinistra» (anch'esse mai nominate nel «Manifesto»). I «benecomunisti»
stanno più avanti, anche in questo caso, di queste obsolete distinzioni:
stanno là dove «le persone per bene» - operai, impiegati, funzionari,
banchieri, capitalisti, pensionati, sfruttatori, purché «per bene» -
decidono di stare tutte insieme per meglio governare il loro «comune»
destino.
Il riferimento a Tommaso d'Aquino non deve però far pensare
a una discussione e a un rinfacciamento puramente dottrinari,
destituiti di esiti pratici e politici immediati. La dottrina di Tommaso
cala infatti di peso in quella attuale, e perfettamente operante, della
Chiesa cattolica. Come si fa a non accorgersi di un dato così
clamoroso? La filologia in certi casi conta più della logica (ma è anche
più rara, molto più rara). Nel Catechismo della Chiesa cattolica
(Edizioni Piemme, Città del Vaticano, 1993), la dottrina del «bene
comune» occupa il posto centrale nella conformazione dell'agire sociale e
pastorale della Chiesa nel mondo (III, II: La comunità umana; 2. La
partecipazione alla vita sociale; II. Il bene comune). Il «bene comune»,
secondo l'ammonimento di Tommaso qui puntualmente richiamato («Non
vivete isolati, ripiegandovi, in voi stessi ... invece riunitevi
insieme, per ricercare ciò che giova al bene di tutti (bonum commune), è
«l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai
gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più
pienamente e speditamente» (pp. 361). Non si potrebbe dir meglio in un
contesto nel quale il conseguimento del «bene comune» rappresenta il
nuovo Sovrano. Ma certo stupisce che il «messaggio» che esce dal
progetto di un «nuovo soggetto politico» sia così vicino a quello uscito
dal Consiglio Vaticano II (cui il Catechismo fondamentalmente attinge).
3. Comportamenti e passioni. Potremmo ancora citare a lungo dal
Catechismo, e anche da molti altri e diversi autori del medesimo
orientamento. Siccome le analogie sono indubbiamente clamorose, sarebbe
interessante ascoltare una spiegazione del perché, sopprimendo la
categoria analitica e pratica del conflitto di classe, tornano a
manifestarsi prepotentemente e a dilagare visioni del mondo in cui
l'ultraterrenità, e il discorso teologico-scolastico, tornano a farsi
dominanti. In attesa che una qualche risposta venga (ma se uno usa gli
stessi termini e concetti di un altro, qualcosa di «comune»
dev'esserci), osservo che il lungo capitolo che conclude il «Manifesto»
sui «comportamenti» «e sulle passioni» non fa che accentuare, ai limiti
del disagio, le reazioni che si provano di fronte alla teoria fin qui
esposta dei «beni comuni». Un universo di buoni sentimenti - «la
compassione e la gioia, l'amore e la speranza, la generosità e il
rispetto degli altri», «il sentimento dell'empatia» - dovrebbe prendere
il posto di quello in cui finora siamo sventuratamente nati e cresciuti -
quello delle «passioni negative, l'invidia, l'odio, l'orgoglio,
l'ira... la rivalità, la voglia di sopraffare...». Allora, nel nuovo
universo, « a predominare sarebbero le virtù sociali delle mitezza e
della fermezza...». Io qui non so cosa dire. Va bene non aver letto (o
aver dimenticato) Machiavelli. E Marx. E Schmitt. Ma pretendere di
affrontare l'incredibile violenza dell'attuale sistema di sfruttamento
globale con il sorriso sulle labbra e le pacche sulle spalle, mi pare
indizio di una mentalità che non porta da nessuna parte (naturalmente,
anche Negri impernia la sua ideologia multitudinaria sull'«amore»: se
no, che biopolitica sarebbe? Anche il male, tuttavia, secondo lui, può
impadronirsi dell'amore. Il conflitto sarebbe allora fra un amore malato
e «cattivo» e un amore buono, autentico. Interessante).
4.
«Beni comuni» e «Pubblico». Torno alla domanda che qualche colonna fa
avrei voluto rivolgere a Rodotà. Ho citato la sua definizione di «beni
comuni», che ora per chiarezza del lettore ritrascrivo: «(Essi) sono
quelli funzionali all'esercizio di diritti fondamentali, e al libero
sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli
alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela
nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future». La domanda è:
non potrebbe esser questa anche una buona definizione di «pubblico?» E
cioè: lo Stato democratico-capitalistico moderno, nella sua complessa
strutturazione, è il frutto di spinte contrastanti nelle quali la
funzione e l'indirizzo loro impresso da esigenze, interessi e modalità
di vita propri delle classi cosiddette subalterne, hanno lasciato un
segno consistente. Il «pubblico» oggi non s'identifica certo con lo
Stato Leviatano; se mai si potrebbe dire che, nei casi migliori, lo
Stato è stato (e in parte ancora è) un'articolazione del «pubblico» - il
«pubblico», che tra le proprie funzioni più specifiche e prestigiose ha
quella di proiettare la tutela dei beni d'interesse comune «nel mondo
più lontano, abitato dalle generazioni future». Sanità pubblica, Scuola
pubblica, Università, ricerca, sistema delle pensioni, diritti del
lavoro, solidarietà sociale, tutela del territorio, sistema della
giustizia «imparziale» e nei limiti delle umane abitudini) «uguale per
tutti», sono i principali requisiti di un sistema imperniato sul
«pubblico» (e non sul «privato»). È la materia, del resto,
chiarissimamente descritta e regolata negli artt. 2, 3 e 4 della nostra
Costituzione (che forse andrebbero tenuti più presenti).
Se le cose
stanno così, non sarebbe meglio, invece che procedere negrianamente
«oltre il privato e il pubblico», considerare la battaglia per i «beni
comuni» un allargamento e un rafforzamento di quella per il «pubblico»,
in una visione più dinamica e articolata di quella praticata
presentemente?
La cosa è tutt'altro che facile, ma è decisiva. Quel
che io vedo è che il «pubblico», costruito prevalentemente con le lotte
di generazioni e generazioni di cittadini italiani ed europei, è
minacciato, frantumato, reso subalterno da una colossale invasione del
«privato». Il governo Monti in Italia, politicamente, ideologicamente ed
economicamente, ne rappresenta un esempio di prim'ordine. Allora, se le
cose stanno così, all'ordine del giorno oggi non c'è la reclusione
insieme di «pubblico» e «privato» nel medesimo cassetto di vecchi arnesi
ormai inutili: c'è una gigantesca battaglia per la difesa del
«pubblico», che, invece di fermarsi all'esistente, eventualmente si
rafforzi e s'allarghi con l'individuazione e la conquista di nuovi
territori. Per questo i partiti sono ancora necessari, in Italia e in
Europa.
Quel che è accaduto recentemente in Francia dimostra
eloquentemente che la forza di organizzazioni centralizzate e ben
dirette è essenziale alla causa del mutamento. Se, come si spera, il
candidato socialista riuscirà a prevalere, l'intero assetto europeo dei
prossimi anni ne risulterà influenzato.
In Italia stiamo molto peggio, lo so, ma le coordinate del lavoro da fare sono molto simili.
5. Il «metodo» viene prima del «merito?» Il metodo adottato dai
promotori del «Manifesto», come già s'è detto, appare sul manifesto il
29 marzo. Dopo le prime battute, assai interessanti, di dibattito, due
degli organizzatori (Alberto Lucarelli, Ugo Mattei) dichiarano aperta la
consultazione per la scelta del nome del «nuovo soggetto politico» (il
manifesto, 17 aprile), dando per scontato che a Firenze il prossimo 28
aprile il «nuovo soggetto politico» si faccia (ignorando del tutto
riserve e precisazioni come quelle emerse negli interventi già citati di
Stefano Rodotà e in quello di Piero Bevilacqua (13 aprile). Un
dibattito è serio se serve a determinare le conclusioni. Se le
conclusioni sono già date, il dibattito non è serio.
Io spero che a
Firenze i promotori ci ripensino: che non nasca un «nuovo soggetto
politico» su basi così fragili. Ci sono cento, mille, diecimila cose da
fare per un'organizzazione che pratichi seriamente il verbo autentico
della Rete: ossia, molti soggetti collocati liberamente all'interno di
un terminale che fa da punto di riferimento logistico (niente di più)
dell'insieme (se mai avrebbe senso lavorare, con i medesimi criteri, per
una Rete di Reti: ma di questo eventualmente parleremo un'altra volta).
Ma l'obiettivo fondamentale e strategico è riconquistare il «pubblico»,
sottrarlo alla cattiva politica, in tutte le sue modalità, stratigrafie
e manifestazioni, e al tempo stesso allargarlo, e di molto, oltre le
dimensioni originarie (ad esempio, io provo un grande interesse per la
riflessione di Guido Viale sulla «riconversione ecologica
dell'economia»: ma anche in questo caso mi chiedo come affrontare una
gigantesca problematica del genere limitandosi a praticarla dal basso, e
su segmenti limitati di territorio).
Su questo percorso
incontreremo molti ostacoli e molti diversi interlocutori: e, se sarà
necessario, dovremo usare anche molta astuta e consapevolissima
cattiveria.
mercoledì 18 aprile 2012
Abbiamo perso la sovranità nazionale con l'approvazione del pareggiio di bilancio!!!
http://www.pmi.it/economia/mercati/news/54845/pareggio-di-bilancio-approvato-il-ddl-costituzionale.html
Il
GOLPE silenzioso. PDL, PD E "TERZO POLO" (UDC, FLI, API) HANNO
APPROVATO QUESTA PORCATA CHE CI CONSEGNA, COME VEDREMO SOTTO, NELLE MANI
DELL' ESM (Il MES, "Meccanismo Europeo di Stabilità) un FALSO "fondo
salvastati" che in realtà è un organo sovranazionale che agisce al di
sopra della legge e di ogni controllo democratico, che non farà altro
che impoverire ulteriormente l'Italia (e gli altri stati periferici
dell'Europa)
http://www.nocensura.com/2012/ 04/ e-ufficiale-abbiamo-perso-la-so vranita.html
domenica 26 febbraio 2012
MANIFESTO DEL SITO “Sdebitiamoci” Get out of debt!
https://www.facebook.com/pages/Sdebitiamoci-Get-out-of-debt-/262828030458093 
Sdebitiamoci! Non possiamo, Non Dobbiamo e Non vogliamo pagare questo debito assurdo! E’ giunta l’ora di rivendicare con forza, coerenza e in concreto la nostra libertà di scelta. Il Debito che sta strozzando il nostro Paese insieme a molti altri, è in realtà una costruzione voluta e mantenuta dai finanzieri senza scrupoli e dal sistema bancario cui si aggiunge il “giro” piuttosto torbido delle agenzie di rating. L’Islanda ha reagito e ha vinto; l’Argentina ha reagito e sta vincendo e altre nazioni stanno seguendo questi esempi. La nostra Associazione “Treno delle Donne per la Costituzione” apre questa pagina per raccogliere adesioni CONCRETE di chi realmente vuole agire per contrastare l’attuale situazione e aiutare il Paese a uscire dalla crisi.
Ripristinare un sistema economico umano si può, basta volerlo. Esistono metodi estremamente semplici per creare sistemi economici fuori dall’Euro, che possono consentire ad imprese medie e piccole di proseguire nell’attività e alle famiglie di vivere con dignità.
Perciò SDEBITIAMOCI! Gridiamo forte e chiaro che il debito noi NON LO PAGHIAMO! Uniti si può vincere, ma dobbiamo essere tanti, compatti e determinati. Noi donne, solleviamo con la bandiera della nostra lotta in difesa dei sacrosanti diritti/doveri sanciti dalla Costituzione, anche il vessillo di SDEBITIAMOCI. Se aderirete in tanti potremo fare molto per il nostro Paese e anche per noi stessi.
Ricordate: il DEBITO Non Possiamo, Non Vogliamo, e Non Dobbiamo pagarlo! E questo tam tam vogliamo che percorra l’Europa intera per aggregare tutti coloro che sono decisi a lavorare per Sdebitarsi!!
Vi aspettiamo in tanti e subito!
Sdebitiamoci! Non possiamo, Non Dobbiamo e Non vogliamo pagare questo debito assurdo! E’ giunta l’ora di rivendicare con forza, coerenza e in concreto la nostra libertà di scelta. Il Debito che sta strozzando il nostro Paese insieme a molti altri, è in realtà una costruzione voluta e mantenuta dai finanzieri senza scrupoli e dal sistema bancario cui si aggiunge il “giro” piuttosto torbido delle agenzie di rating. L’Islanda ha reagito e ha vinto; l’Argentina ha reagito e sta vincendo e altre nazioni stanno seguendo questi esempi. La nostra Associazione “Treno delle Donne per la Costituzione” apre questa pagina per raccogliere adesioni CONCRETE di chi realmente vuole agire per contrastare l’attuale situazione e aiutare il Paese a uscire dalla crisi.
Ripristinare un sistema economico umano si può, basta volerlo. Esistono metodi estremamente semplici per creare sistemi economici fuori dall’Euro, che possono consentire ad imprese medie e piccole di proseguire nell’attività e alle famiglie di vivere con dignità.
Perciò SDEBITIAMOCI! Gridiamo forte e chiaro che il debito noi NON LO PAGHIAMO! Uniti si può vincere, ma dobbiamo essere tanti, compatti e determinati. Noi donne, solleviamo con la bandiera della nostra lotta in difesa dei sacrosanti diritti/doveri sanciti dalla Costituzione, anche il vessillo di SDEBITIAMOCI. Se aderirete in tanti potremo fare molto per il nostro Paese e anche per noi stessi.
Ricordate: il DEBITO Non Possiamo, Non Vogliamo, e Non Dobbiamo pagarlo! E questo tam tam vogliamo che percorra l’Europa intera per aggregare tutti coloro che sono decisi a lavorare per Sdebitarsi!!
Vi aspettiamo in tanti e subito!
martedì 14 febbraio 2012
LA SINISTRA DA UN'IDENTITA' SMARRITA AD UN'IDENTITA' INTROVABILE.
A QUANTI HANNO TEMPO E PAZIENZA DI LEGGERE.
PER UNA RIFLESSIONE SUI LIMITI E SUGLI INGANNI DEL c.d. "RIFORMISMO"
Diacronie Studi di Storia contemporanea
Numero 9, Gennaio 2012
“QUANDO LA CLASSE OPERAIA ANDAVA IN PARADISO.
Le sinistre europee nell’”età dell’oro” del capitalismo”
Intervista
(a cura di Luca Bufarale e Fausto Pietrancosta)
- Che giudizio ritiene di dare sul periodo definito dalla storiografia francese les trente glorieuses, il trentennio 1945-1973, dal secondo dopoguerra ai prodromi della grande crisi economica degli anni settanta? Quale analisi si sente di fare sugli aspetti e le caratteristiche che hanno contribuito a definire quegli anni e il rapporto con l’epoca attuale?
Trente glorieuses o la più celebre definizione di Eric Hobsbawm “l’età dell’oro”? E’ lo stesso. Se una siffatta periodizzazione ha la sua base nell’economia (così come la domanda opportunamente suggerisce), occorrerebbe andare indietro fino agli anni Trenta e da lì, in particolare dalla seconda fase del New Deal, procedere in avanti seguendo lo svolgimento di un ciclo unitario delle trasformazioni del capitalismo segnato dal fordismo e dal keynesismo. Il tutto, pur con assai numerose varianti territoriali (ovvero “nazionali”), sulle linee dinamiche di una società di massa nella quale si sarebbe sempre più intensificata una proficua dialettica produzione-consumo che richiedeva un rigoroso controllo pubblico sulla moneta e sulle attività finanziarie, un’organica composizione (mediante un meccanismo di “concertazione” nei rapporti tra capitale e lavoro) del conflitto sociale e salari crescenti, nonché l’imposizione di regole e vincoli ad un mercato regolato e razionalizzato dalla politica mediante un’opportuna legislazione. La stesso dramma del ’29, estesosi dagli Usa all’Europa con effetti assai larghi nel mondo intero, aveva dettato la sua lezione, raccolta dal presidente Franklin Delano Roosevelt dopo il quadriennio fallimentare del suo predecessore Erbert Clark Hoover: il capitalismo avrebbe potuto sopravvivere ad una sorte che sembrava a molti ormai segnata, soltanto trasformandosi in un sistema idoneo a produrre uno sviluppo crescente stimolato dai consumi, a loro volta alimentati da un processo di redistribuzione sociale dei profitti e della ricchezza. In altri termini, un superamento del liberismo e l’impianto di un sistema che, al di là della stessa liberal-democrazia, potrebbe, in senso lato, dirsi “socialdemocratico”. La sua concretizzazione in Europa sarebbe avvenuta nei termini di una progressiva affermazione ed estensione dello “Stato sociale” (con esiti persino più avanzati dell’Opulenty Society statunitense, ma sullo sfondo paradigmatico dell’american way of life), a partire dal secondo dopoguerra, una volta travolta la variante autoritario-reazionaria della risposta alla crisi del ’29 tentata dai fascismi (che pure, a loro modo – va riconosciuto – si erano mossi verso un’atipica forma totalitaria di “Stato sociale”). Dalla parte opposta al capitalismo, si sarebbe svolta, con una forza propulsiva decrescente, la grande sperimentazione del “socialismo reale” nata dalla rivoluzione d’ottobre. Nel complesso, un itinerario unico −seppure un quadro molto variegato non uniforme e con molte contraddizioni − segnò quelle epocali trasformazioni del capitalismo che, in Occidente, nell’area euro-atlantica, andarono a sfociare nella prodigiosa stabilizzazione del “trentennio glorioso”. Per alcuni anni di quel trentennio i riferimenti “alti” di un’inedita espansione sociale del benessere e della ricchezza sarebbero state la Gran Bretagna laburista e soprattutto le socialdemocrazie nordiche del Continente. Il nostro Paese, del resto come la Germania, fece il suo ingresso più tardi nell’eldorado: nei primi anni Sessanta, dopo la ricostruzione degli anni di De Gasperi e sotto la spinta radicalmente innovatrice del “miracolo economico”. Personalmente ricordo – ne ho scritto con una certa enfasi nostalgica nel mio Biografia del Sessantotto (Bompiani, 2005) – che vissi quel senso liberatorio di partecipazione ad una vita di colpo fattasi ottimistica e solare (dopo le plumbee caligini degli anni Cinquanta) ad apertura di quel decennio, mentre si stava aprendo la stagione del “centro-sinistra”: si discuteva, con speranza, di “riforme strutturali”, di “programmazione economica”, di piena occupazione, di liquidazione della “questione meridionale”, di emancipazione femminile, di diritti alla salute, allo studio, alla casa, al salario garantito, nello slancio del “primato” riconosciuto alla politica e nella rivendicazione collettiva dei progressi conseguibili con la socialità, al segno dell’ uguaglianza e della giustizia sociale, tra fabbriche in espansione e decine di migliaia di cantieri aperti che stavano rinnovando il volto stesso del Paese. Un tempo favoloso per me. Figuriamoci per i precari e per i giovani di oggi!
Mi si chiede adesso: quale rapporto c’è tra quel passato e i nostri tempi? Non parlerei di un rapporto. Registrerei, piuttosto, una drastica rottura. Se fossi uno dei classici laudatores temporis acti, guardando all’economia e agli attuali diktat del capitalismo finanziario sulla politica, direi di avere a che fare non proprio con una di quelle rotture che innovano la storia, bensì con una sorta di ” rottura regressiva” (il ritorno al liberismo e alla conseguenti privatizzazioni in ogni campo, il primato dell’individualismo rampante sulla socialità, la precarizzazione del lavoro, lo smantellamento dello “Stato sociale”) che viene capziosamente presentata e perseguita anche nelle forme vaghe e indeterminate, e francamente non poco ingannatrici, del cosiddetto “riformismo” . Ma non coltivo inclinazioni al rimpianto. E prendo atto del fatto che è cominciata da tempo, almeno a partire dagli anni Ottanta, una nuova fase storica che condurrà le generazioni molto lontano, al di là dei vecchi traguardi della rivoluzione industriale. Solo che, com’è del tutto ovvio, ancora non sappiamo bene dove e con quali effetti per il mondo.
- Cosa ci può dire in generale circa lo stato delle sinistre europee negli anni cinquanta e sessanta nei diversi contesti nazionali? È possibile innanzitutto fare alcune generalizzazioni? Quali sono a suo avviso le differenze più significative tra le sinistre dei vari paesi?
Dovremmo intenderci sul concetto di “sinistra”. Il che non è proprio facile. Un punto di possibile accordo su un tracciato argomentativo già indicato da Norberto Bobbio potrebbe essere questo: chi è di sinistra non si accontenta della realtà data, così com’è e si presenta, ma vuole andare oltre: vuole “cambiare” con l’obiettivo di realizzare le condizioni per un avanzamento delle libertà democratiche verso esiti di eguaglianza sociale. E’ implicita nella vocazione al cambiare per “avanzare” quell’idea di origine settecentesca (che, a pensarci bene, potrebbe essere soltanto utopica) che è l’idea del “progresso” cui si associa quella di giustizia sociale. Ammesso che abbia un senso concreto la parola “progredire”, va comunque chiarito se per progresso si intende rendere migliore l’esistente o costruirne un altro diverso, nel senso di opposto e di radicalmente alternativo. Il chiarimento approda, pertanto, ad una netta differenziazione (che è anche un conflitto inevitabile) tra una “sinistra migliorista” detta comunemente socialdemocratica e una sinistra antisistema ovvero antagonista, normalmente rappresentata dai partiti comunisti. La guerra fredda avrebbe reso assai drammatica la contrapposizione, essendo le due parti schierate su opposti fronti internazionali, con un riferimento fisso per quella “migliorista” (gli Usa) e con un altro ad apertura variabile (l’Urss, ma anche la Cina e il Terzo mondo) per quella antagonista. A marcare chiaramente la contrapposizione sarebbe stata addirittura la ricostituita Internazionale socialista, organo, piuttosto che di elaborazione strategica, di mera “rappresentanza” di un socialismo che altra prospettiva in concreto non si poneva se non quella di conseguire una gestione più equa e il più possibile “egualitaria” del sistema capitalistico. Per un socialismo di tal genere si era reso quasi naturale un distanziamento dalle fonti marxiste della sua dottrina e della sua elaborazione politica – a partire dal precoce dettato del “revisionismo” già sviluppatosi nella II Internazionale, involutosi nel definitivo abbandono del marxismo del programma di Bad Godesberg della SPD tedesca (1959; poi Berliner Program del 1989) − culminato in una dura contrapposizione con i comunisti. Per i comunisti, i socialdemocratici − assestati com’erano sulla frontiera di un cosiddetto “riformismo” (ideologicamente neutro e comunque non marxista se non antimarxista) − ben più che avversari, sarebbero stati addirittura dei nemici: una specie di sindacato giallo al servizio del padronato ovvero della “reazione”, come si usava dire. Questo, non soltanto nel periodo tra le due guerre. Ma anche molto dopo. Ricordo personalmente (il che può oggi riuscire non poco sorprendente ai giovani e agli stessi membri di formazioni politiche che si dicono di sinistra in quanto vantano progetti “riformisti”) che ancora negli anni settanta-ottanta del secolo scorso per un comunista dire a un qualsiasi avversario “sei un socialdemocratico” equivaleva a lanciargli contro un’offesa con un misto di irrisione e di disprezzo!
- Da un lato la fase espansiva del capitalismo seguita alla ricostruzione postbellica, dall’altro i mutamenti sociali e culturali indotti dall’avvento dei fenomeni caratteristici della società di massa. E ancora: le politiche di welfare, la nazionalizzazione dei settori chiave della produzione, la programmazione economica. Come si sono rapportate le sinistre europee ai processi economici in atto nell’arco del trentennio 1945-1973 e come hanno influenzato le dinamiche sociali che ne sono conseguite?
La domanda ben periodizza la questione, appunto nell’arco 1945-1973. Infatti, dopo – con i primi segnali di “sofferenza” del sistema neocapitalistico nato dalle riforme keynesiane, poi cresciuti fino a rendere diffuso nelle stesse socialdemocrazie più strutturate e avanzate del Nord Europa l’allarme per l’insostenibilità dello “Stato sociale” (la “crisi fiscale dello Stato” denunziata da James O’Connor) − si sarebbe evidenziata un po’ ovunque, in Europa, la crisi delle politiche di welfare. In quel trentennio, erano state soprattutto le sinistre (quelle “miglioriste” o socialdemocratiche che i comunisti stigmatizzavano in quanto e perché funzionali alla salvaguardia e allo sviluppo del capitalismo) le protagoniste della grande trasformazione che aveva fatto della società di massa la “società dei consumi”. Soprattutto in Svezia e in Danimarca, ma anche in Germania con la SPD, ben più che “influenzare le dinamiche sociali”, sono state determinanti: quelle dinamiche sociali le hanno tout court lanciate e guidate nel loro svolgimento, favorendo una distribuzione sociale della ricchezza collettiva nella forma di una piuttosto larga ed evidente “socializzazione dei profitti”. Il che, come ben sappiano (e come rilevavano , già allora, da opposti punti di vista, sia le sinistre antagoniste, sia le destre liberali) non senza produrre o accentuare altre contraddizioni. Per le sinistre antagoniste, quel processo non rimuoveva affatto le radici delle ingiustizie sociali e soltanto ne mistificava la “gestione strumentale” da parte del sistema capitalistico alienando la coscienza di classe del proletariato, subdolamente acquietando il conflitto sociale nella gara per il “benessere” e nel conseguente consumismo funzionale ai profitti, sì da fare dell’ Europa occidentale un’area di privilegio neoimperialistico (in associazione subalterna con gli Usa), costruita sullo sfruttamento dei tre quarti del pianeta che ne restava ai margini o esclusa; per le destre liberali, di contro, si trattava di una dissennata affermazione dello statalismo ai danni dell’iniziativa privata e delle libertà del mercato di cui lo Stato stesso avrebbe pagato presto le conseguenze in termini di un insostenibile indebitamento pubblico e la società in termini di inflazione, di disinteresse per il lavoro produttivo e di progressivo esaurimento delle capacità di ulteriore crescita economica (tutto il repertorio delle critiche avanzate dai liberisti della Scuola di Chicago). Scontato che sia la sinistra antagonista che le destre liberali avessero, come avevano, dei buoni argomenti ai quali affidarsi per avanzare le loro critiche, resta il fatto che le politiche socialdemocratiche determinarono un vero e proprio salto di qualità nel sistema capitalistico di cui per lungo tempo le masse popolari (soprattutto in virtù del full-employment e dei salari crescenti) avrebbero avvertito più i vantaggi immediati che le persistenti contraddizioni, nonché gli effetti perversi e i limiti di prospettiva. Di quest’ultimi (gli effetti perversi e i limiti di prospettiva) le sinistre europee, sia quelle socialdemocratiche che quelle antagonistiche, si sarebbero accorte con non poco ritardo per quel che riguarda le conseguenze dello sviluppo sull’ambiente naturale della vita organizzata: questioni, poi, sollevate con crescente allarme, dai Verdi.
Nel contempo, con un crescendo dopo gli anni ottanta, la sinistra socialdemocratica avrebbe vissuto la lunga ed irreversibile agonia del suo progetto all’interno del sistema, a causa della “crisi fiscale” denunziata e studiata da O’Connor: sarebbe, infatti, venuta meno la possibilità di operare, tramite lo Stato, per la redistribuzione dei profitti.
- In che modo la coscienza antifascista e la consapevolezza delle conquiste democratiche raggiunte hanno condizionato l’azione delle sinistre europee?
In un modo determinante, almeno fino al Sessantotto. Essere di sinistra ed essere antifascisti era la stessa cosa, sia per i “miglioristi” che per gli antagonisti. Il che, ovviamente, non significa affatto che poi le due parti avessero modalità similari e concordi per dirsi “democratiche” o “socialiste”. Il più forte legame con l’antifascismo (un legame, che direi quasi costitutivo della loro stessa ragione storico-politica) lo si registra per il PCF e per il PCI. E, certo, non soltanto in conseguenza del ruolo decisivo svolto dall’Urss e dall’Armata rossa nella guerra contro il nazifascismo. Ma per i compiti di cui quei due partiti si erano ben più degli altri investiti nelle rispettive Resistenze nazionali. Si pensi alla Francia: lì la bandiera della Resistenza fu inalberata da De Gaulle, ma senza i comunisti il generale non avrebbe fatto molta strada e non avrebbe poi potuto vantare alcun successo. E, in Italia, senza i comunisti non sarebbe mai nata una Resistenza degna del suo nome e non si sarebbe mai sviluppata una vittoriosa guerra di liberazione.
- L’integrazione europea e la tensione tra i blocchi, sono stati due nodi che hanno costituito un’occasione di confronto e di scontro tra le varie anime della sinistra. Quali punti di contatto o di differenziazione hanno prodotto il processo di costruzione della Comunità Europea e la contestuale rilettura della recente storia del continente sui partiti, sulle classi dirigenti e sull’opinione pubblica di sinistra in Europa?
Al confronto e ai motivi di scontro, riferibili anche al quadro della guerra fredda, ho già accennato. Per quanto riguarda il processo di integrazione europea, era scontato che la sinistra antagonistica vi scorgesse il pericolo di una specie di “normalizzazione geopolitica” a consolidamento, in Europa, dell’”impero americano” nell’orbita atlantista della Nato. Non a caso i comunisti francesi (pur con tutto il loro noto, tenacissimo legame con l’Urss e il “socialismo reale”) furono per molti versi, e paradossalmente, in sintonia con il generale De Gaulle che della Nato e dell’“impero americano” (nonché di una certa Europa) era un convinto avversario. Tuttavia, anche se è vero che una parte rilevante nell’attivazione dei processi di integrazione europea spettò principalmente al ceto politico del cattolicesimo democratico, tutte le sinistre (compresa quelle comuniste) entrarono in tempi diversi nell’orbita delle iniziative concrete per l’unificazione europea su un filo comune costituito dalla tradizione pacifista e internazionalista del movimento operaio: un filo − al quale si annodavano, in Italia, anche quelli della tradizione mazziniana (si pensi in particolare , al precoce orientamento europeista della sinistra rosselliana e azionista ) − che, avvolgendo in vario grado tutte le forme organizzate di coscienza democratica, non poteva non coinvolgere, a maggior ragione, tutti i più vari richiami al socialismo. Con la costruzione dell’Europa era in gioco, per le socialdemocrazie, sia la fine definitiva del cosiddetto “pericolo tedesco” per la pace, sia l’avvenire di una pacifica espansione e condivisione dei sempre più incerti vantaggi offerti alle masse dal “capitalismo sociale”. Mentre, poi, nell’inedita, assai originale costruzione ideale dell’eurocomunismo di Enrico Berlinguer, l’europeismo sarebbe stato indicato come strada maestra per realizzare una “democrazia reale” (e quindi un’autentica società socialista) al di là del capitalismo e della subalternità al capitalismo dei partiti socialdemocratici. Naturalmente, sugli orientamenti berlingueriani influiva molto la peculiare lezione di Gramsci sulle esigenze tattico-strategiche della cosiddetta “guerra di posizione” come fase preliminare e necessaria per il cambiamento rivoluzionario in aree di capitalismo maturo quali erano certamente quelle dell’Europa occidentale.
- Quale influenza hanno avuto i movimenti anticolonialisti e le rivoluzioni in Asia, Africa e America Latina (rivoluzione cinese, rivoluzione cubana, guerra del Viet Nam, lotte di liberazione nelle colonie portoghesi etc.) nel dibattito all’interno delle sinistre europee e nella ridefinizione del concetto di imperialismo? A suo avviso la seconda metà degli anni settanta, con la crisi dei movimenti di liberazione e la loro degenerazione in regimi burocratico-autoritari, ha costituito una frattura importante nella visione che le sinistre europee avevano del “Terzo Mondo” e delle sue possibilità di emancipazione?
Un’influenza assai rilevante nel dibattito della sinistre di formazione e tradizione comuniste. Addirittura, in tale orbita, provocarono, negli anni sessanta (con esiti destinati ad approfondirsi negli anni successivi), una frattura che, in Italia, fu quella tra “Potere operaio” e “Lotta Continua”, determinata dal contrapposto giudizio sulla natura del potere sovietico, sulla funzione internazionale dell’Urss e persino su Lenin e sul leninismo. Per “Lotta Continua” (ed anche per il gruppo de “Il Manifesto”) tornò in voga, tra gli altri, Leone Trockji, riesumato dalla sua tragica vicenda di eresiarca e assunto tra i riferimenti alti e “nobili” del comunismo antistalinista. Essere comunisti guardando all’Urss − ovvero alle sue trasformazioni dopo la rivoluzione di ottobre per effetto dello stalinismo e poi del neostalinismo brezneviano − significò altra cosa dall’essere comunisti guardando alla rivoluzione cinese (in ispecie a quella “culturale” di Mao Zedong di cui si ignoravano le sanguinose violenze) e alla Cuba guevarista e al Vietnam di Ho Chi Minh . Si era formato, in un certo senso, un “neocomunismo”, una sorta di “comunismo libertario” − del tipo di quello che in Italia ebbe la sua migliore espressione appunto nel gruppo de “Il Manifesto” − parallelo e simmetrico al cosiddetto neoimperialismo nel quale, ormai, i “neocomunisti” includevano la stessa Unione Sovietica: un’inclusione, mi sembra, non proprio corretta, dato che la politica internazionale dell’Urss, pur con mille contraddizioni, tramite la stessa espansione della sua egemonia sui movimenti di liberazione e sui nuovi assetti geopolitici che ne derivavano, mirava a disarticolare il quadro mondiale dell’imperialismo americano appoggiando (come nell’Egitto di Nasser) le lotte guidate dalle borghesie nazionali. Naturalmente, poi, la deriva burocratico-autoritaria di alcuni movimenti di liberazione nel loro farsi potere statuale (penso, oltre che agli sviluppi della situazione politica nel Vietnam liberato, alla stessa Cuba di Fidel Castro, ma anche alla realtà africana nella quale, a parte la sempre controversa Libia di Gheddafi, non c’era molto da sperare dalla Tunisia di Habib Bourguiba, dall’Egitto postnasseriano di Anwar Sadat, dalla Somalia di Mohammed Barre e dall’’Etiopia di Haile Mengistu) generò disorientamento, nonché molte travagliate sospensioni del giudizio e delusione. Non era conforme alle speranze delle sinistre antagoniste (sempre più costituite da litigiose formazioni “neocomuniste” più o meno antisovietiche) il dover prendere atto del fatto che le cosiddette “rivoluzioni nazionali” dei paesi del Terzo mondo non avevano alla loro base un alcunché di “proletario” in senso proprio marxiano, ma erano tutt’al più degli slanci anticolonialisti guidati da “ribelli” ed élite locali (spesso di origine militare) la cui vocazione progressista era molto dubbia o comunque fortemente limitata da condizioni strutturali di arretratezza. E’ ovvio che della delusione stessero in vario modo approfittando le sinistre “miglioriste” nel tentativo di reagire al loro tramonto riproponendosi come una “terza via” tra capitalismo e “socialismo reale (penso alla SPD di Willy Brandt, ma soprattutto a quel singolare socialismo liberista rappresentato da Tony Blair).
- In che modo i partiti della sinistra si sono rapportati ai movimenti collettivi della fine degli anni sessanta? Quali relazioni virtuose, criticità o distanze sono nate e si sono consolidate tra la sinistra “istituzionale” e questi movimenti?
Invero, parlare di “sinistra istituzionale” non è una forzatura terminologica soltanto se – pur salvaguardandosi l’idea fondamentale della sinistra che è quella, come ho già detto, di “cambiare” la realtà in funzione del “progresso” – tale opposizione si trasferisce nelle forme istituzionali di un sistema rappresentativo di tipo liberaldemocratico (la formazione dei ceti dirigenti tramite i partiti e i sindacati, le procedure elettorali e quelle, soprattutto, per la produzione legislativa tramite il parlamento) sì da diventare, laddove non riesca a diventare essa stessa “governo” o a parteciparvi, qualcosa di simile, per dirla alla maniera degli inglesi, di un’”opposizione di Sua Maestà”. Questa condizione riguarda ogni tipo di “sinistra migliorista”, o riformista o socialdemocratica che dir si voglia. Mi sembra scontato che quanti coltivino un’idea di sinistra come opposizione al sistema non possano che trovarsi da un’altra parte della cosiddetta “sinistra istituzionale”. Di relazioni “virtuose” tra i due fronti non riuscirei ad indicarne. Semmai, insisterei sulle distanze, molto rilevanti fino allo scontro, soprattutto laddove, come in Italia, il conflitto sociale è stato molto intenso e talvolta drammatico: uno scontro che la componente più estremista ha spinto talvolta, come è noto, fino alla “lotta armata”, senza escludere il terrorismo. La “sinistra istituzionale” è stata accusata dall’altra, l’”antagonista”, di essere funzionale agli interessi del padronato e di rappresentare, nel migliore dei casi, un’opposizione di facciata. Una siffatta critica, da parte dei movimenti (assumendo una configurazione detta, dal punto di vista delle istituzioni, “extraparlamentare”), ha investito in tempi piuttosto recenti, come è noto, anche il Pci e gli stessi sindacati confederali (si ricordi l’attacco dei cosiddetti “autonomi” alla Cgil di Luciano Lama). Di qui la storia di una divaricazione a sinistra che per me costituisce appena un passato prossimo , mentre, per i giovani, è già un passato remoto.
Il massimo della divaricazione si evidenziò quando il Pci, da opposizione parlamentare (e sempre meno opposizione sociale), divenne addirittura governo con la Dc di Andreotti , ai tempi della “solidarietà nazionale”. Allora, i movimenti “extraparlamentari”, nati, appunto, alla fine degli anni sessanta e ulteriormente sviluppatisi con la loro esuberante combattività nel decennio successivo, divennero il bacino di un’opposizione antagonistica di tale intensità e drammaticità da rendere improponibile l’ipotesi che tra essi e la “sinistra istituzionale” (compreso il Pci) potesse intercorrere una qualsiasi “relazione virtuosa”. D’altra parte, mi chiedo e chiedo, che cosa è da intendersi per “virtuoso”? Non mi sembra che sia corretto applicare una categoria di giudizio morale ai processi storico-concreti della lotta politica. E, anche se fosse corretto, non saprei proprio come farlo.
- Come la crisi economica degli anni settanta ha contribuito a ridefinire il panorama politico delle sinistre in Europa?
Forse è ancora troppo presto per tentare un’analisi accurata di quanto è accaduto dagli anni settanta in poi. E risulta parecchio difficile persino aver chiari e concreti riferimenti per identificare oggi la “sinistra” in una convulsione di cambiamenti epocali che sta rendendo almeno antiquate se non addirittura del tutto inservibili le categorie in uso nella cultura politica dell’età della “rivoluzione industriale“ di cui la cosiddetta “postmodernità” − ovvero la nuova rivoluzione strutturale postfordista che già nel 2000 ho definito, nel mio quasi ignorato Eclissi del principe e crisi della storia, “elettronico-informatica” − sta evidentemente segnando la fine, con la progressiva de-industrializzazione e con le conseguenti radicali trasformazioni in fieri nella morfologia delle classi e dei ceti sociali che stanno mettendo in liquidazione sia la tradizionale “classe operaia” , sia la stessa tradizionale “borghesia”. Ecco, piuttosto che di “crisi economica” (ma quanto è lunga, di grazia, questa crisi!), parlerei di una “svolta epocale” consistente nell’apertura di un nuovo corso storico, di per sé rivoluzionario (nel senso dei processi rivoluzionari indicati da Marx ed Engels per lo sviluppo storico dei “sistemi di produzione”), di cui non è ancora possibile prevedere le forme mature di stabilizzazione nell’economia e nella società. Del resto – l’ho già scritto altrove e lo vado ripetendo – avrebbero mai potuto prevedere i deputati degli Stati generali francesi dove sarebbe arrivato alla fine il processo rivoluzionario di cui essi erano gli ancora inconsapevoli protagonisti all’atto del “giuramento della Pallacorda”? Certo non pare che esista ai nostri giorni una qualsiasi sala della pallacorda nella quale “giurare”, da sinistra, per cambiare la realtà di un mondo che sempre più produce insicurezza e angoscia. Prevale, con l’insicurezza, la tendenza alla frantumazione. Un po’ tutti restano confusi e si dividono dinanzi alle politiche e alle economie neoliberiste; e i “miglioristi” (riformisti), in particolare, sembrano rassegnati a diventarne sostanzialmente i complici sofferenti, subendo il diktat della globalizzazione capitalistica. La crisi politica delle sinistre è evidenziata dai risultati delle consultazioni elettorali svoltesi nel 2010 in diversi Stati europei : i socialisti francesi crollano ad un misero 16%; i tedeschi al 21%, gli svedesi al 24%; vanno meglio, ma in discesa, i socialisti portoghesi di José Socrates che perdono la maggioranza assoluta. Eppure il SE (il partito della Sinistra Europea) potrebbe ancora contare su forze ancora assai rilevanti nei vari Paesi: in Germania il 21-23% dell’elettorato sul quale per adesso riesce ad attestarsi la SPD, se unito a quello di una LINKE al 12% e all’altro dei Verdi al 10%, oscillerebbe tra il 48 e il 50%; in Portogallo, sommando il 36% dei socialisti di Socrates agli altri della sinistra (il 10% dell’altra formazione socialista, l’8% di comunisti e verdi) si otterrebbe un rassicurante 54%. Superando la frantumazione, analoghi risultati potrebbero realizzarsi nell’immediato per la sinistra greca di George Papandreou e, in prospettiva, anche in Francia e in Spagna e in Italia. Solo che, in concreto, la divaricazione tra “miglioristi” e antagonisti non solo impedisce la formazione di un fronte comune, ma riaccende il fuoco di vecchi, insuperati contrasti sulla questione degli orientamenti strategici nei confronti del capitalismo. In questo, sembra sempre più che i “miglioristi”, ovvero i cosiddetti “riformisti” , al di là dei proclami di opposizione, si stiano addirittura adattando a ritenere ineluttabile il corso liberista del capitalismo funzionale alla globalizzazione: un’evidente, grave involuzione del tradizionale orientamento keynesiano delle socialdemocrazie.
- Si può ritenere corretta una lettura che vede l’uso del termine “sinistra” non solo nell’accezione partitica ma soprattutto come espressione dell’incontro tra culture politiche, orientamenti di pensiero e visioni del mondo, spesso anche molto differenti tra loro ? Che ruolo ebbero in tal senso le realtà non propriamente partitiche nella ridefinizione della sinistra?
Il termine “sinistra” non è mai stato usabile soltanto nell’accezione partitica. Non si è di sinistra (e,simmetricamente, non si è di destra) senza una specifica, seppure molto larga e sempre dilatabile, “visione del mondo” che nasce dal confronto dialettico tra diversi fuochi di elaborazione e di riflessione sulla condizione umana alla ricerca di un qualche senso da dare alla vita (individuale e sociale), nonché, complessivamente alla storia. Il marxismo non sarebbe nato senza Hegel e l’hegelismo, senza la dialettica tra illuminismo e filosofia romantica, senza il confronto, sui grandi temi delle libertà reali e dei diritti del lavoro a fronte delle ingiustizie e delle oppressioni; una dialettica che aveva già attraversato sia le correnti filantropiche laiche sia altre di origine cristiana, nonché il dibattito dei socialisti premarxiani. Guardando ai processi più vicini a noi nel tempo, appare evidente che alla formazione di una cultura politica di sinistra, ben al di là dei partiti e spesso a prescindere dalle loro specifiche vicende, abbiano grandemente contribuito certe importanti culture politiche “trasversali” e radicali quali quelle scaturite dalla riflessione sui diritti umani e sui diritti civili, sulla condizione femminile (il femminismo), sulla scienza e sulla natura per la preservazione dell’ambiente della vita (l’ecologismo), ecc. E hanno anche contribuito le visioni utopiche e profetiche (compresa quella cattolica che in Italia aveva già conosciuto l’originale elaborazione cattolico-comunista di Felice Balbo e di Franco Rodano). Per questo amo ripetere che, a maggior ragione in un’età come la nostra − che rende assai ardua la ricostituzione di un’identità della sinistra dinanzi al permeante “pensiero unico” della globalizzazione capitalistica − è importante, addirittura urgente, che i giovani riattivino la dialettica tra la realtà e l’utopia (si veda, in proposito il mio recente Globalmafia, edito da Bompiani). Mi sembra che qualcosa del genere stia già accadendo con il movimento degli indignados. Altra cosa sarà mettere a punto un’efficace strategia.
- Quale ruolo hanno svolto le diverse generazioni politiche nella costruzione dell’identità della sinistra?
Le generazioni (un concetto, questo di “generazione”, assai complesso e difficilmente usabile in storiografia, anche se io, come qualcuno sa, ci ho tentato) all’atto della loro epifania giovanile hanno sempre avuto la tendenza a produrre opposizione al sistema, ma nell’orizzonte dei “valori” prodotti e professati dalle componenti progressiste della tradizione culturale e politica, ovvero della “paternità sociale”, con la quale sono solite confrontarsi all’interno del medesimo sistema: in altri termini, tendono a contestare ai “padri” di non essere stati all’altezza dei loro propositi , se non, addirittura, di avere eluso o falsificato o, peggio ancora, tradito, i valori costitutivi dello loro profferte di modernità e di progresso civile. In altri termini, si sono mostrate inclini a criticare e a superre il presente assumendo come riferimento il passato. Così come accadde nel ’68 quando in Germania i giovani contestavano ai padri di essere rimasti sostanzialmente dei nazisti mentre esibivano un ricostituito volto democratico e, in Italia, quando i giovani accusavano i padri di avere eluso o accantonato il portato ideale della Resistenza e dell’antifascismo. Ma, dopo il ’68, qualcosa si è rotto in questa dinamica: le generazioni emergenti, soprattutto dagli anni ottanta in poi , quasi certamente per effetto dei cambiamenti epocali indotti dal passaggio alla “postmodernità”, hanno preso a guardare quasi esclusivamente al futuro. Si tratta, mi sembra, di un integrale processo di de-storicizzazione della “visione del mondo”, della cultura, della progettualità sociale e della politica e delle stesse istanze di cambiamento del presente (percepito come sempre più evanescente e funzionale al futuro), che sta investendo anche la sinistra. La corsa al futuro va rendendo sempre meno consapevoli dell’esigenza di prepararlo, di fondarlo questo, assai spesso adulato, futuro, confrontando il presente con il passato. La storia viene così sepolta nei suoi archivi, al massimo delegata a certi antiquati specialisti della memoria il cui sapere sarebbe inutile per la costruzione dell’avvenire; una “crisi della storia” forse irreversibile ovvero, per meglio dire, della “storicità” , appunto come ho già scritto in un saggio appena citato pocanzi che pochi hanno avuto la pazienza di leggere. Se ne producono effetti di distorsione e di falsificazione (spesso del tutto inconsapevoli) sul concetto e sullo stesso linguaggio politico di quanti si dicono ancora di sinistra. Il che è da rilevare ampiamente per le parole “riformismo” e “riformista” che spesso si pronunciano , direi ormai quasi normalmente, senza avere idee chiare su quel che le rende di per sé incompatibili con le istanze –pur ancora talvolta confusamente avvertite e intenzionalmente coltivate − di un reale, profondo, strutturale cambiamento della realtà.
10.Socialdemocratici, laburisti e socialisti, comunisti ortodossi e dissidenti, anarchici e trotskisti: è condivisibile la lettura in base alla quale tra queste anime e questi gruppi della sinistra contaminazioni e osmosi furono più frequenti di quanto normalmente si ritenga? La classica distinzione tra “riformisti” e “rivoluzionari” può sempre essere adottata in maniera univoca e monolitica o vanno proposte distinzioni che configurino diversi e a volta paralleli percorsi delle varie realtà della sinistra in Europa in base al paese e al momento storico?
Certamente le differenze di strategia e di “vissuto sociale” di quel che chiamasi “sinistra” sono state rilevanti, da Paese a Paese, in rapporto ai diversi gradi di intensità e di estensione del conflitto sociale in ciascuna realtà e in rapporto alle rispettive tradizioni “nazionali” dei movimenti di massa con un particolare ruolo di quelle costituite storicamente dai movimenti operai. E, naturalmente, le differenze non escludono né i confronti dialettici, né le osmosi e le reciproche contaminazioni. Si pensi alla netta differenza tra il laburismo britannico nato e sviluppatosi su un itinerario di originaria e reiterata autonomia dal marxismo rispetto alle altre dell’Europa continentale per le quali il rapporto con il marxismo è stato invece costitutivo, almeno dal 1848 in poi. Ma è anche vero che la stessa storia del laburismo ha generato, al suo interno, delle componenti “marxiste” che sono ancora presenti come correnti “comuniste” – per quanto assai minoritarie – nello stesso Labour Party. Anche per tutte le altre “differenze” (spesso, molto più che “differenze”, vere e proprie contrapposizioni) sono da registrare delle osmosi, ma fondamentalmente sul terreno concreto della prassi (mai della “dottrina”) dei loro militanti laddove le circostanze storiche abbiano fatto prevalere, sulle divisioni, delle comuni esigenze di lotta: per esempio, sul terreno dell’opposizione al fascismo o nel fuoco vivo di rivolte generazionali come il Sessantotto. In altri termini, piuttosto che di vere e proprie osmosi si è trattato, come nei casi appena citati, di spontanee “convergenze d’impeto” delle rispettive basi di militanza determinate da un comune trascinamento negli impegni immediati e nelle passioni delle lotte. Quelle che chiamo “convergenze d’impeto” potevano essere registrate da parte degli avversari della sinistra nei termini di una pericolosa fusione di forze in un compatto fronte eversivo, ma chiunque conosca le cose dall’interno della sinistra sa bene che, a dispetto del comune trascinamento, i militanti dei vari gruppi mantenevano tenacemente le loro diverse mentalità e culture politiche. Il che è particolarmente vero per gli anarchici, ed anche con più evidenza per i cosiddetti “radicali”, della cui reale appartenenza alla sinistra in senso proprio c’è sempre stato molto da dubitare, essendo essi in gran parte − quale che sia la loro spesso autentica autorappresentazione di “rivoluzionari” − nient’altro che l’estrema espressione giacobina del liberalismo (di per sé individualista e dalle indiscutibili origini “borghesi”).
Ma veniamo ad un altro punto della domanda. Mi si chiede se ha ancora un senso la classica distinzione tra “riformisti” e “rivoluzionari”. Ebbene, tutto quello che ho fin qui detto nel corso della nostra conversazione mi accredita come un fermo sostenitore della necessità, non solo teorica ma anche pratico-politica, di tener fede a tale distinzione. Lo spartiacque tra i due campi è costituito dall’orientamento nei confronti del sistema capitalistico. Occorre scegliere prendendo atto di una contraddizione non eludibile: un sistema fondato sul culto dell’individualismo e su organiche diseguaglianze nonché sul mito del cosiddetto “libero mercato” (imposto dall’egemonia capitalistica dopo il 1989) non è compatibile con una prospettiva di “democrazia reale” fondata sulla socializzazione e finalizzata alla giustizia sociale. Tertium non datur. Quindi, fare “opposizione” all’interno del sistema capitalistico con il fine ufficiale di “migliorarlo” è ben altra cosa di battersi per il suo superamento, a tal punto da far diventare persino dubbio che un’”opposizione” di tal genere sia da riconoscere come un’opposizione reale, appena sufficiente a definire un’identità di Sinistra (con la “m” maiuscola). Tra l’altro (ne ho già accennato) quanti riducono oggi l’essere di sinistra ad una vocazione “riformista” non sanno bene di che cosa stiano parlando: quali “riforme”? Riformare l’esistente per andare indietro? In Italia c’è già gente ufficialmente di sinistra (ma come dirla di Sinistra?) disposta ad accettare che siano da prendersi per “riforme” certe leggi che vanno in una direzione opposta alla socialità e alla socializzazione o che sono surrettiziamente delle “controriforme” come, per citarne una, quella della ministra Gelmini per l’Università. E, continuando su questa strada, potrebbero assumere come “riforma” anche un netto arretramento delle conquiste del mondo del lavoro accondiscendendo a modifiche regressive dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori.
Certo, se proprio si volesse essere molto generosi con i concetti e con le parole, ci sarebbe da aver comprensione e rispetto per il fatto che siano esistiti, come continuano ad esistere, persino dei liberali (così come in passato dei “democristiani”) a loro modo decisi a ritenersi e a professarsi di “sinistra”. Ma non credo che per “cambiare il mondo” qual è, e quale non vogliamo più che sia, risulti utile seguirli nelle loro presunzioni. Il che, mi sembra, è di particolare urgenza per una Sinistra che voglia riconquistarsi una sua certificante e non immaginaria identità di fronte al capitalismo globalizzato.
- Dal suo punto di vista, quali sono gli errori che la sinistra italiana ha compiuto nel trentennio 1945-1973? Quali sono stati i nodi non risolti che poi l'hanno portata alla crisi della fine degli anni ottanta? Quali meriti e quale ruolo positivo hanno giocato le sinistre nel processo di ricostruzione materiale e morale in Italia dopo il ventennio fascista e la guerra?
Con questa domanda, in pratica mi si chiede di ripercorrere l’intera storia politica e sociale della cosiddetta “prima repubblica”. Francamente, non è un impegno che posso assumermi nei limiti di questa conversazione. Posso soltanto fissare alcuni punti fermi. E comincio con quelli che riguardano i “meriti” complessivi delle sinistre italiane: senza la loro azione, pur travagliata e spesso contraddittoria, non avremmo avuto la repubblica, la Costituzione di cui andiamo giustamente fieri, lo Stato sociale, lo Statuto dei lavoratori, la conquista di numerosi diritti civili per entrambi i sessi e, soprattutto, quel tanto che – nonostante i limiti e poi il recente degrado prodottosi sulla mentalità e sul costume di una larghissima area sociale con il berlusconismo − ci è dato di costatare in termini di capillare e diffusa educazione alla democrazia. E che dire quanto agli errori? A voler rispondere, gli interrogativi si moltiplicano. In che senso errori, se di errori è corretto parlare, e rispetto a chi e a che cosa? E poi, è meglio parlare di errori o di sbandamenti? E ancora: sbandamenti della prassi politica o concrete impossibilità di far diversamente nelle condizioni date di un Paese complesso e assai conflittuale come il nostro, con ceti popolari di recente e mai pienamente superata arretratezza, con un generalizzato costume tendente alla corruzione della vita pubblica e al trasformismo della politica? In ogni caso, errori, sbandamenti o impossibilità che siano, la loro identificazione e la loro valutazione dipendono dai due punti di vista, ben poco conciliabili tra loro, della sinistra socialdemocratica da una parte e della sinistra comunista e antagonista dall’altra. Per l’una, l’errore complessivo della sinistra sarebbe consistito nella sua mancata unificazione sul terreno del riformismo, con una Bad Godersberg italiana. E, con un siffatto giudizio – a parte molto improbabili valutazioni autocritiche circa l’inferiorità culturale e progettuale del loro miope ceto politico americanista rispetto alle ben più laica ed autonoma SPD tedesca − la responsabilità dell’errore verrebbe addossata alla controparte comunista e antagonista. Nodo irrisolto: la tardiva, e mai del tutto chiara, rottura del Pci con l’Unione sovietica; una mancata adesione al “mondo libero” e antitotalitario dell’Occidente antisovietico , indicata come responsabile della divisione delle forze socialiste, ovvero di una contrapposizione a sinistra determinata da due opposte e inconciliabili scelte di modelli di civiltà, alla quale la polemica politica ha fatto risalire, nella vita della repubblica, le cause di quell’interminabile stagione democristiana che, secondo Alberto Ronchey ed altri, avrebbe caratterizzato l’Italia come una “democrazia bloccata”, incapace di sviluppare una dialettica democratica tra Sinistra e Destra in un rassicurante ambito liberaldemocratico: una democrazia sotto la vigilanza sempre allarmata degli americani (in sostanza in uno Stato consegnato ad una “sovranità limitata”), appiattitasi sul “centrismo” già strategicamente impostato da De Gasperi come unica formula politica possibile per l’Italia, mantenutasi negli anni, in un circolo vizioso di sostanziale stagnazione, a dispetto della timida e insufficiente variante del “centro-sinistra”. Si sarebbe trattato, in altri termini, della mancata rimozione di quell’ostacolo all’unità della sinistra che Ronchey chiamava “fattore K” , il fattore che più inquietava, e addirittura terrorizzava, le masse dei moderati italiani e che – in un orizzonte internazionale diviso nei due fronti avversi della guerra fredda − faceva gravare sulla Sinistra il divieto americano di accedere autonomamente alla guida del governo, dati gli sconvolgenti effetti che se ne temevano per il sistema di alleanze della Nato. Di contro, sia i comunisti che i più vari militanti della sinistra antagonista hanno abbondanti motivi per sostenere che soltanto il loro impegno di tenere in vita una strategia rivoluzionaria sulla linea strategica inaugurata dalla “rivoluzione di ottobre” (pur ancorata alla giudiziosa tattica della “guerra di posizione”) ha consentito alla sinistra italiana di continuare ad esistere come… una vera Sinistra senza cedere alle sirene dell’americanismo. Semmai, nel caso specifico di questa sinistra rivoluzionaria,, gli errori sarebbero da vedersi nelle non poche incertezze e incoerenze registratesi tra opportunismi e contaminazioni − penso, per le contaminazioni, a quel certo “migliorismo” formatosi come corrente all’interno del Pci − nel perseguimento di tale strategia, a partire dalla “doppiezza” già denunziata da Togliatti.
Per il resto, mi tengo qui molto sulle generali per indicare qualcuno degli errori addebitabili quasi in esclusiva a quella parte della sinistra italiana che ha avuto modo di accedere in vari tempi al governo del Paese insieme alla Dc. Normalmente – se si fa un po’ eccezione per il finale tentativo di Bettino Craxi di conquistarsi un ruolo più incisivo sfruttando la “rendita di posizione”, ovvero di interdizione, assicuratagli dal suo oscillante e precario 10-14% in un parlamento formato con il sistema elettorale proporzionale − si trattò di un ruolo di governo segnato dalla subalternità. I socialisti nei governi Moro degli anni sessanta e in quelli successivi del “centro-sinistra” si erano adattati, nonostante i loro programmi, a non ancorare gli sviluppi concreti dello “Stato sociale” ad un’organica “programmazione economica”: il loro era stato, ben al di sotto di un vero e proprio socialismo, una specie di keynesismo d’abord. Infine, negli anni ruggenti di Craxi e della “Milano da bere” vissuti nel connubio con la Dc di Andreotti (1983-1987, nonché i successivi al segno del vivace protagonismo craxiano), gli anni della corruzione sviluppatasi nel sistema di Tangentopoli, quei socialisti sempre meno connotati da credibile socialismo avrebbero interpretato il loro ruolo soprattutto come quello di una forza-guida della società dei consumi e del consumismo, favorendo la dilatazione delle spesa pubblica a scapito del bilancio dello Stato, il cui crescente indebitamento sarebbe stato scriteriatamente rinviato alle future generazioni. E, in tale allegro contesto, in uno con la stabilizzazione di un organico sistema di corruzione della politica e dell’economia, sarebbero diventati anche organici i rapporti con i poteri mafiosi più o meno occultamente radicatisi, in varie forme, nell’intero territorio nazionale, e resi ancora più forti da una contestuale espansione del fenomeno nel quadro internazionale. Il fatto che il prezzo dell’intera vicenda di dissesto e corruzione sia stato poi pagato soprattutto dal Psi (il più antico ed illustre, e per decenni benemerito, partito dei lavoratori italiani) con la sua fine ingloriosa proprio a cent’anni dalla sua fondazione, è un fatto che costituisce una sconfitta storica dell’intera sinistra italiana. Tanto pesante e tanto scottante quella sconfitta, da aver reso improponibile in Italia persino il nome “socialismo”.
- Quale ruolo ha giocato nella definizione di un'identità comune della sinistra europea la peculiarità della sinistra italiana, della sua storia così diversa da quella delle tradizioni europee - come quella socialista francese, quella socialdemocratica tedesca e scandinava, quella laburista inglese?
Anche una risposta a questa domanda comporterebbe la fatica di scrivere, ben più che un saggio, un ampio e complesso trattato. Spero che qualcuno abbia mezzi e tempo per scriverlo. Da marxista, e comunista non pentito qual sono, ritengo che la sinistra italiana avrebbe potuto giocare (ma non ha giocato) un ruolo decisivo nella definizione di un’identità comune della sinistra europea, con Gramsci e con il gramscismo, ovvero con quella mirabile strategia elaborata da Gramsci per mettere in concreta sintonia democrazia e socialismo ai fini di un autentico cambiamento rivoluzionario nelle società avanzate dell’Occidente. Ad assumere questo ruolo ci tentò Enrico Berlinguer con la sua proposta di “eurocomunismo”. Non ci riuscì. Può darsi, almeno lo spero, che qualche forza emergente della “sinistra che non si accontenta” prima o poi ci riesca, in forme nuove adeguate ai tempi. La lezione di Gramsci è sempre più attuale, così come sta riprendendo quota, dopo anni di oblio e di dileggiante abbandono, l’analisi marxista del capitalismo di fronte agli effetti devastanti del potere mondiale del capitalismo finanziario.
Detto questo, certo non va dimenticato il contributo rilevantissimo che una particolare sinistra italiana (quella liberalsocialista del partito d’azione nato dal lavoro politico e dalla tragica testimonianza di Carlo Rosselli) diede alla stessa idea di Europa, a partire dal “Manifesto di Ventotene”, scritto sotto la scure fascista, al confino di polizia, da due grandi esponenti della sinistra libertaria del livello di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi con proposte profetiche (poi, purtroppo, solo parzialmente valorizzate e largamente eluse dal processo di unificazione europea). Spostando l’attenzione alla sinistra socialdemocratico-migliorista, non è facile cogliere e vagliare un ruolo specifico svolto per la formazione di una sinistra europea dal Psi, al di là della costante recitazione “atlantista” ed americanista di un Giuseppe Saragat alla testa del suo gracile e corrotto Psdi. Si può immaginare− ma andrebbe specificamente studiato – il ruolo poi svolto da Bettino Craxi per lo sviluppo omogeneo, in Europa, di una sorta di spurio “socialismo liberista” o, se si preferisce, opportunista (da tempo Craxi aveva abbandonato Marx e il marxismo, inizialmente nel nome di un riscoperto Proudhon!) nel quadro delle intense relazioni intrattenute a fine secolo con i vari Tony Blair, Felipe Gonzàles, Francois Mitterand, Mario Soares, Michel Rocard e Andreas Papandreou.
Lei è un attento osservatore della realtà politica dell’Italia: come vede l'ormai più che decennale crisi d'identità della sinistra italiana e la difficile unità delle sue molte anime?
La crisi di identità della sinistra italiana (e non solo di quella italiana) è di lunga durata. Fa bene la domanda a suggerire che è “più che decennale”. Sarebbe impossibile indicarne una precisa data di partenza. Si tratta, infatti, di un processo che è tutt’uno con gli sviluppi della trasformazione epocale (di cui ho già parlato) divenuta sempre più evidente, in Italia e in tutto l’Occidente, dagli anni ottanta del secolo scorso in poi. Centrale in questa crisi, come ho già detto, è il portato delle profonde mutazioni indotte dalla “rivoluzione elettronico-informatica” nel sistema di produzione e nella morfologia delle classi e dei ceti sociali. La ricerca di identità va diventando affannosa, e forse ormai disperata, perché ci si accorge di non possederne una qualsiasi che risulti convincente. Per l’identità, accade esattamente quel che è dato constatare anche per la memoria storica: la si invoca tanto più ansiosamente, e con enfasi, quanto più ci si accorge che la si sta smarrendo. Il dato storico, in Italia, è che tutti i partiti dell’assai composita e frantumata sinistra sviluppatasi nell’imperfetto processo di unificazione sociale di centocinquanta anni di Stato unitario non hanno varcato la soglia del nuovo millennio: né il Psi, né il Pci, né tutte le loro controverse e litigiose filiazioni e diaspore nel tempo. Ritengo che adesso la “forma-partito” (che è, come aveva già ben colto tempestivamente Pietro Ingrao, una forma politica ottocentesca, propria di una società di massa ancora appartenente al vecchio e superato quadro della “rivoluzione industriale”) non sia la più idonea a dare organicità alla ricomposizione delle cosiddette “anime” della sinistra. Oltre tutto – a parte quel che serve ai fini della rappresentanza in parlamento tramite le dinamiche elettorali – non saprei proprio se una siffatta “organicità” sia ancora necessario proporsela come un traguardo. Il futuro probabilmente si costruisce nell’attivazione (tramite canali tra i quali Internet sarà sempre più chiamato a svolgere un ruolo fondamentale) di ampie aree di dibattito collettivo e di dialettici movimenti interindividuali di critica all’esistente e di consequenziale impegno politico. Naturalmente per una siffatta attivazione e per la l’espansione sociale del processo saranno ancora importanti i gruppi di “militanza”, con un ruolo analogo, seppure ampiamente rinnovato, a quello che Lenin e Gramsci attribuivano alle “avanguardie”.
- E in chiave europea di quale identità possiamo parlare oggi per la sinistra? Il riformismo è l'unico destino possibile per la sinistra europea?
Se tentassi di dare una risposta soltanto per…rispondere, mi sentirei colpevolmente elusivo e imperdonabilmente retorico. Quanto ho già detto per l’Italia mi sembra valga anche per l’Europa. Aggiungo, per dirla con l’acuto Zygmunt Bauman, che in una “società liquida” è normale che diventino altrettanto “liquide”, anche le idee e le culture politiche. La cosa, ovviamente, vale sia per quel che si è ancora soliti indicare come sinistra, sia per quel che, di contro, si indica (forse con minore pericolo di sbagliarne l’identificazione) come destra. Rimane certo, al di là della loro “liquefazione” (o, se si preferisce della loro consunzione), che le due parole continuano ad assolvere un ruolo identitario, e a mantenere un valore significante, proprio attraverso la loro contrapposizione: si è di “sinistra” perché non si è di “destra” e viceversa. Certamente sono parole da usare in un modo diverso rispetto all’uso che se ne faceva in passato, dati i profondi cambiamenti strutturali che la grande trasformazione in corso (la “rivoluzione della postmodernità) ha determinato a carico dei loro rispettivi, tradizionali soggetti sociali di riferimento: il proletariato industriale (la classe operaia) e il padronato (la borghesia nazionale). Tuttavia, il doverle usare adesso in modo diverso, non fa affatto venir meno per una sinistra che voglia ancora così “identificarsi”, il suo compito storico di lottare contro tutte le forze manifeste o surrettizie della “destra” che siano di ostacolo alla realizzazione di una “democrazia reale” (di per sé necessariamente anticapitalistica), idonea a rimuovere le ingiustizie e a conseguire il più ampio rispetto dei diritti umani in una nuova società il più possibile egualitaria. Se, nella condizioni imposte dalla “postmodernità”, tutto questo appare come un’utopia, ebbene − l’ho già detto − è giocoforza per la sinistra attivare una dialettica tra l’utopia e i processi reali della trasformazione. Mi sembra che dal mondo giovanile stiano emergendo dei segnali incoraggianti, in una siffatta direzione. Il laboratorio per la formazione di una nuova sinistra è appena aperto e non è dato prevedere a quali risultati perverrà in futuro una difficile elaborazione che non può comunque dipendere né da tenere nostalgie per un grande e nobile passato ormai irrimediabilmente archiviato, né da interminabili tentativi di “rifondazione” di travolte esperienze. Meno che mai, da un adeguamento, che pur si reputi giudizioso e voglia proporsi con animo “progressista”, ai diktat della globalizzazione capitalistica. Se il cosiddetto “riformismo” (che è appunto, un siffatto adeguamento subalterno, per quanto a volte sofferto) fosse l’unico destino della sinistra europea, dovremmo rassegnarci in Europa a non avere più una … Sinistra! Nessuno, infatti, neppure con la migliore finesse di valutazione, riuscirebbe più a distinguerla dalla Destra.
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