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giovedì 14 luglio 2011

Attenzione, ultimo avviso per il Pd

di Carlo Cornaglia
14 luglio 2011
Il Pd non cambia mai. Dopo la fiammata di entusiasmo per la vittoria alle amministrative e nei referendum, il cui merito peraltro compete in gran parte ad altri, tutto torna come prima.

La proposta di abolire le Province viene in pratica bocciata, con due brillanti risultati: il mancato risparmio e l’aver salvato il governo da una grave sconfitta. Sulla legge elettorale la proposta di ben due referendum si scontra con la linea ufficiale di cambiare legge per via parlamentare, quando peraltro non esiste una proposta unitaria. Quanto alla questione morale“nel Pd il problema non esiste”.

Attenzione, ultimo avviso

Quando capirà il Pd
che la pacchia ormai finì?
Vengon fuor da un labirinto
ben convinti d’aver vinto

referendum non voluti
e elezioni. Molto astuti
fingon d‘esser stati bravi.
Ma, Bersani, dove andavi

senza Sel e movimenti?
Candidati ahimé perdenti
furon scelti dal partito
dove con un plebiscito

fu battuto il Cavaliere.
Sol delle primarie vere
han portato alla vittoria
della qual vi fate gloria!

Ovvio, perse dal partito.
A entusiasmo ormai sbollito,
son tornati i vecchi errori:
fot…si degli elettori

e dar spazio alle congreghe
sempre immerse nelle beghe
per questioni di potere
e di sedie ove sedere.

Le province costan troppo,
vanno tolte… “C’è un intoppo.
Ne sarebbero scontenti
i felici presidenti,

ciascun con la bella corte…”.
Prima di mandarle a morte
il problema va studiato…”.
E il risparmio è rimandato.

Cambiar legge elettorale?
Referendum, è normale.
Non il tuo, va bene il mio…”.
No! Col tuo si va a schifio!

Referendum? Che caz…!
Va la soluzion trovata
coinvolgendo il Parlamento…”.
Ma le soluzion son cento

e il porcellum resterà,
oggi e nell’eternità.
Poi c’è la question morale…
Nel Pd tutto normale,

il problema non si pone…”.
Ma ogni giorno va in prigione
il sodal di quello o questo,
mentre chi sembrava onesto,

per lo meno a prima vista,
di un pm è in una lista.
Senatori e Deputati:
Non si tratta di  peccati!”

Deputati e Senatori:
Sono semplici favori!
Qui non è cambiato nulla
con l’élite che si trastulla

assai autocompiaciuta
e all’interno solo scruta,
senza mai guardare fuori.
Attenzione! Gli elettori

non son più così pazienti:
viola, donne, movimenti,
precariato, gioventù
non ne posson proprio più

e se non cambia il partito,
il finale è garantito.
Chi credeva d’aver vinto
si ritrova caro estinto!

martedì 12 luglio 2011

Le associazioni anti racket: “Gli Ordini facciano la loro parte nella lotta alla mafia”

di Eleonora Bianchini
11 luglio 2011
  





L'Associazione Liberi Professionisti di Palermo con Libero futuro e Addio Pizzo scrivono una lettera aperta all'Ordine degli Architetti di Torino per chiedere che "centinaia di mascalzoni, condannati anche in via definitiva, non continuino a esercitare la professione indisturbati". 700 professionisti hanno già aderito a un manifesto in favore della legalità
Una lettera aperta che è uno schiaffo agli Ordini professionali. Perché “non fanno la loro parte in tema di lotta alla Mafia e di rispetto dei codici deontologici”. L’Associazione Liberi Professionisti Paolo Giaccone di Palermo, “terza gamba” della lotta al racket insieme a Libero futuro e Addio pizzo, ha attaccato l’Ordine degli Architetti di Torino secondo cui “un Consiglio dell’Ordine non può avviare un procedimento disciplinare a carico di un proprio iscritto –quando sia indagato per fatti di rilevanza penale, quindi anche per mafia – a prescindere dall’esito del procedimento penale, perché non ci è consentito dall’ordinamento giuridico e numerose sentenze di Cassazione lo confermano’”. Secondo l’associazione, però, “tale affermazione è totalmente priva di fondamento” e per questo 700 professionisti hanno già aderito a un manifesto che “oltre a riprendere quanto già regolato dalle norme e dai codici deontologici, possa essere osservato nell’ambito più specifico della lotta al racket del pizzo ed al sistema mafioso”.

“L’Ordine di Torino, come peraltro la maggioranza degli Ordini d’Italia – leggiamo nella lettera – per sottrarsi al suo ruolo sanzionatorio e di vigilanza sulla moralità degli iscritti confonde colpevolmente il piano giudiziario con quello deontologico omettendo di agire in attesa che i processi si concludano dopo anni. In questo modo ritroviamo centinaia di mascalzoni conclamati, condannati anche in via definitiva che continuano ad esercitare la professione indisturbati”.
Il portavoce dell’associazione Giorgio Colajanni spiega: “Le parole dell’Ordine degli Architetti di Torino sono state sottoscritte anche dallo stesso albo di Palermo”. Tuttavia, osserva, “c’è la disponibilità a costituirsi parte civile nei processi di mafia” e di stimolare “una migliore collaborazione con l’autorità giudiziaria, al fine di realizzare un maggiore coinvolgimento di tutti i soggetti, pubblici e privati, nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata, per riconquistare quegli spazi di libertà e di democrazia che sono sanciti nella nostra Costituzione”.

Nella lettera dei Liberi Professionisti si ricorda anche una recente decisione del Consiglio nazionale degli Ingegneri che ha deciso la cancellazione dall’Albo di un suo iscritto senza basarsi “sulla sentenza definitiva del Tribunale”, perché “ha avviato un procedimento disciplinare ordinario per violazione dei precetti deontologici, a prescindere dalla liceità o illiceità civile, penale o amministrativa del comportamento dell’iscritto”. Infatti “il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Ingegneri ha ribadito che il giudizio disciplinare si configura come un giudizio autonomo ed indipendente” da altri procedimenti paralleli” perché “coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica non possono essere iscritti negli Albi professionali e, se iscritti, debbono essere cancellati, osservate per la cancellazione le norme stabilite per i procedimenti disciplinari”.

“Nel mondo delle professioni – puntualizza Colajanni – ci sono decine di condannati, ma spesso non c’è un’azione di applicazione delle norme sulla responsabilità disciplinare. E ogni albo, a fronte di comportamenti in violazione delle norme etiche, deve effettuare accertamenti e valutazioni diverse e indipendenti da quanto possa stabilire un Tribunale”. Un concetto ribadito anche dall’assessore siciliano per la Salute Massimo Russo, secondo il quale “gli ordini professionali devono promuovere la cultura della legalità e sapere intervenire quando vi sono comportamenti che – a prescindere dal rilievo penale – mettono in crisi il decoro e la dignità della loro comunità professionale”. Il riferimento va alla vicenda di Domenico Miceli, medico siciliano condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e mai sospeso dall’Ordine. Ma Colajanni ricorda anche il caso di Totò Cuffaro, il senatore condannato per associazione mafiosa e radiato dall’Ordine dei Medici solo dopo la condanna. Tra i casi celebri anche quello del cardiochirurgo Carlo Marcelletti accusato, tra l’altro, di truffa ai danni dello Stato e detenzione di materiale pedopornografico. Ma anche nei suoi confronti non era stata avviata alcuna azione disciplinare.

Colajanni non sa se trincerarsi dietro alle indagini giudiziarie sia dovuto “a un eccesso di corporativismo o collusione”. In ogni caso gli Ordini devono agire sapendo che la sede disciplinare è diversa da quella giudiziaria e sollevare la necessità di procedimenti istruttori per acquisire fatti ed elementi. “Il nostro compito è quello di costituire un movimento collettivo per chiamare ogni iscritto alla responsabilità individuale”, conclude il portavoce. L’obiettivo è quello di raccogliere entro metà ottobre 1000 firme di professionisti per il manifesto contro le mafie e la corruzione. Un impegno per la legalità in cui gli Ordini sono chiamati a partecipare.

domenica 10 luglio 2011

CIE : LA STAMPA NON HA ACCESSO AI CENTRI PER GLI IMMIGRATI

 

Natale: “Maroni riapra i cancelli o alimenterà terribili sospetti”
Una giornata di mobilitazione, in programma il 25 luglio, contro ''il bavaglio imposto alla stampa sui centri Cie''. E' quanto annunciato oggi dalla Federazione Nazionale della stampa italiana e dall'Ordine dei giornalisti, in un incontro sostenuto anche da Asgi, Articolo 21, Osf, European Alternatives e alcuni parlamentari dell'opposizione contro la circolare interna con cui il ministro dell'Interno Roberto Maroni vieta ai giornalisti l'ingresso nei centri per migranti, sia quelli di accoglienza che quelli di detenzione.
''Il ministro Maroni - spiega il presidente della Fnsi, Roberto Natale - riapra i cancelli dei Cie o alimentera' terribili sospetti sulle condizioni e su quanto sta accadendo all'interno dei centri''. Questo divieto costituisce un ''bavaglio per tutta la stampa, italiana e internazionale'' contro cui, alla vigilia della discussione alla Camera del decreto Maroni, calendarizzata per martedi', Natale annuncia una mobilitazione generale. ''I giornalisti - dice - si troveranno davanti ad alcuni centri, chiedendo di poter entrare e soprattutto che questo decreto venga rimosso''. (ANSA)


GIORNALISTI: 25/7 MOBILITAZIONE STAMPA PER ACCESSO AI CIE
GIORNATA PER RIVENDICARE DIRITTO A INFORMAZIONE


Una giornata di mobilitazione per rivendicare il diritto all'informazione, ma soprattutto per togliere quel muro di omertà che rischia di calare sui centri Cie. È quanto annuncia per il 25 luglio la Federazione Nazionale della stampa italiana e l'Ordine dei giornalisti, in un incontro promosso oggi insieme ad Asgi, Rete Primo Marzo, Osf, European Alternatives, Articolo 21 e alcuni esponenti del mondo politico.
Alla vigilia del passaggio alla Camera del decreto Maroni, previsto per martedi', che, tra l'altro, allunga a 18 mesi i tempi di permanenza dei migranti nei centri, sotto accusa c'è la circolare interna con cui dal 1 aprile il Ministro dell'Interno vieta ai giornalisti l'ingresso nei centri, sia di accoglienza sia di detenzione. Un divieto - è stato detto – che costituisce un ''bavaglio per tutta la stampa, italiana e internazionale'' che non può così esercitare il diritto di informazione né verificare il rispetto dei diritti umani all'interno delle strutture, dalle quali, al contrario, escono testimonianze sempre più allarmanti.
''Abbiamo già inviato un appello al Ministro - spiega Roberto Natale, presidente dell'FNSI - Non vogliamo intralciare il lavoro di nessuno, ma solo documentare. Questa è una circolare pericolosa perché vietando l'ingresso e la possibilità di raccontare si legittima ogni possibile sospetto su quanto avvenga lì dentro''. La chiamata è dunque per il 25 luglio, quando i giornalisti ''si ritroveranno davanti ad alcuni centri, chiedendo di poter entrare e soprattutto che questo divieto venga rimosso''. La mobilitazione servirà anche a porre rimedio ad un'attenzione ''schizofrenica'' della stampa al problema dei centri, aggiunge il presidente dell'Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino. ''Sono sicuro - dice - che se il paese fosse informato non riuscirebbe a tollerare molte delle cose che vi stanno accadendo''. Sostegno alla mobilitazione, allarmanti testimonianze e dure critiche all'atteggiamento del Ministro dell'Interno, definito a più voci ''un muro di gomma'', arrivano anche da esponesti della politica, tra i pochi a cui è permesso l'accesso ai Cie. ''Nei centri si vive una realtà dove sono sospesi i diritti civili e persino le norme costituzionali'', denuncia Fabio Granata (FLI). ''Tecnicamente siamo entrati in regime di apartheid - aggiunge Jean Leonard Touadi (PD) - Martedì arriverà alla camera il decreto, servito sul prato di Pontida, che chiedeva sangue. Mi piacerebbe invece che martedì ci fosse una rivolta generale''. Situazione ''inumana'' e ''inaccettabile'' che punta a ''criminalizzare le persone e utilizzare l'Europa quando conviene'' anche per Rosa Vilecco Calipari (PD), mentre Furio Colombo (Presidente Comitato per i Diritti Umani - Camera dei Deputati) punta il dito contro Maroni per aver portato in Europa ''un'immagine gravemente deformata dell'Italia, del suo decoro e dignità, che ci si ritorcerà contro'', ma anche contro il Ministro degli Esteri, che avrebbe tradotto un documento delle Nazioni Unite come un ''presunto elogio'' e non invece come ''una drammatica esortazione a che certe cose non avvenissero''. (di Daniela Giammusso)  (ANSA)



APPELLO GIORNALISTI A MARONI, CI LASCI ENTRARE NEI CIE

I giornalisti tornano ad appellarsi al ministro degli Interni Roberto Maroni, affinché ritiri il divieto di ingresso nei centri di identificazione, accoglienza ed espulsione degli immigrati, scattato per i cronisti con una circolare dell'aprile scorso. Un veto che, denunciano oggi gli addetti ai lavori in una conferenza organizzata alla Sala della Stampa estera di Roma, "costituisce un vero e proprio bavaglio per tutta la stampa, italiana e internazionale".
L'appello segue la lettera inviata al ministro poco meno di un mese fa dalla Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi) e dall'Ordine dei giornalisti, "che non ha mai avuto risposta". Eppure il veto di ingresso nei Cie "limita il dovere di informare liberamente i cittadini, in ottemperanza dell'articolo 21 della Costituzione", denuncia Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine. "Evidentemente - riflette - siamo scomodi se facciamo il nostro lavoro".
"Quella del ministro è una circolare pericolosa - gli fa eco Roberto Natale, presidente della Fnsi - il fatto di non farci entrare legittima ogni sospetto su quel che avviene all'interno dei Cie, ogni ipotesi potrebbe essere valida. E quel che più ci ferisce - aggiunge - è stato leggere che il divieto scatta per evitare che i giornalisti intralcino le attività rivolte ai migranti. Noi non siamo d'intralcio, vogliamo solo fare il nostro lavoro: raccontare".
Per Jean Leonard Touadi, deputato del Pd, "l'Italia è ormai entrata in un regime di apartheid", un infelice ingresso segnato dall'"introduzione del reato di immigrazione clandestina: perdendo il diritto di soggiorno si perde il diritto all'esistenza". Eppure il nostro Paese "ha applaudito alla rivoluzione dei gelsomini, peccato che una volta giunti in Italia quei ragazzi che hanno vissuto la rivoluzione sulla loro pelle hanno scoperto che i gelsomini in Italia non crescono affatto".
"I giovani rinchiusi nei Cie - incalza - hanno capito che per loro l'inferno non era finito, e ora guardano al nostro Paese smarriti, derubati del loro futuro". Mentre Touadi parla, alle sue spalle vengono proiettate le immagine dei Cie riprese nei blitz di alcuni parlamentari: a loro l'accesso non è vietato. Mura scrostate, materassi rotti e divelti a terra, nella sporcizia, lavelli che perdono acqua, panni messi ad asciugare sulle inferriate arrugginite.
"E' per questo - accusa - che i Cie vengono resi inaccessibili, ma noi dobbiamo rompere il silenzio su quel che sta accadendo lì dentro".
"La situazione - aggiunge il giornalista e deputato Furio Colombo, presidente del Comitato per i Diritti Umani della Camera - è gravissima. Non esiste una percezione della violazione costante dei diritti umani che abita quei centri. Maroni sta fabbricando nel mediterraneo un'odiosa immagine dell'Italia. E' arrivato il momento di dire basta", conclude. (ADNKRONOS)



A. M. S. I. ASSOCIAZIONE MEDICI DI ORIGINE STRANIERA IN ITALIA

Il Presidente dell'Amsi e Co-mai nonché consigliere dell'Ordine dei Medici di Roma Foad Aodi  è intervenuto il 08.07 presso la sede della Stampa Estera a Roma alla conferenza stampa indetta dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana , l’Ordine nazionale dei giornalisti , ASGI, Rete PRIMO MARZO, OSF - Open Society Foundations , European Alternatives, Articolo 21 e deputati di vari schieramenti politici per illustrare la circolare del Ministro dell'interno la n. 1305 del 01.04.2011 che  ha vietato ai giornalisti l'ingresso nei centri per migranti, sia in quelli di accoglienza sia in quelli di detenzione.
L'Amsi solidarizza con il mondo del giornalismo Italiano e ribadisce il suo impegno a favore del diritto della salute per tutti e della  libertà d'informazione . 

sabato 9 luglio 2011

BERLINGUER, CHI ERA COSTUI? QUESTIONE MORALE ADDIO - LA FINE DELL’INNOCENZA

 di Luca Telese

30 anni fa, in pieno scandalo P2, il segretario del Pci denunciò la corruzione nelle alte sfere della politica. Un leader archiviato troppo presto. Intanto le tangenti assediano la sinistra.

Trent’anni fa Berlinguer denunciava la “questione morale” Oggi siamo sommersi da cricche e corrotti. Anche a sinistra

   Roma, 28 luglio 1981. L’intervista rilasciata da Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari contiene una scudisciata che il giorno dopo farà sobbalzare i lettori di La Repubblica e metà della classe politica italiana: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela”. Nessun leader, nel tempo della prima repubblica, con l’esclusione dell’antisistema Marco Pannella - aveva mai osato tanto. Sono passati trent’anni da quel giorno. Trent’anni di questione morale. Trent’anni di rabbia e di oblio. È stato esattamente trent’anni fa, che in una estate calda come questa Enrico Berlinguer ha coniato – in una intervista che sarebbe entrata in tutti gli archivi – una locuzione destinata a raccontare l’Italia di allora, quella di Mani pulite (che sarebbe arrivata undici anni più tardi) e – purtroppo – anche quella che stiamo vivendo, nel tempo dei pizzini, degli appalti facili, delle p3 e della P4, dei contributi spontanei alle fondazioni “amiche” . Intervista “profetica”, si disse. Ma in realtà nata con un processo di elaborazione che in Berlinguer fu tutt’altro che rapido. Oggi Scalfari ricorda quel giorno con una nitidezza cristallina: “Parlammo ore. Segnai pochi appunti e poi ricostruii di getto tutta l’architettura del discorso. Berlinguer era uno dei pochi politici che mi considerava e di cui mi consideravo amico. Poteva capitare che cenassimo insieme, a casa mia o a casa sua. Ancora più frequentemente a casa di Tonino Tatò. Ma quando poi l’intervista era scritta, con lo stesso Tatò iniziava un lavoro minuzioso di limatura. Di quell’intervista – aggiunge il fondatore di La Repubblica - toccammo poco o nulla. E mi accorsi subito che la sua portata avrebbe trasceso quella della cronaca politica”.    ERA L’ITALIA che esce faticosamente dagli anni di piombo. L’Italia del terremoto, di Vermicino, delle lacrime di Sandro Pertini. Ed è il Pci che sta abbandonando la Solidarietà Nazionale e l’accordo con la Dc per passare all’opposizione. Ma lo strappo che questa svolta produce nel partito non è, e non può essere, indolore. Lo scontro che è già nell’aria prende corpo quasi improvvisamente, anche perché, il grande critico della svolta ha il nome del dirigente più pesante nel gruppo dirigente di quel Pci: Giorgio Napolitano. Sono curiosi i paradossi della storia, quando passano trent’anni. Oggi forse Napolitano, che fu il fiero oppositore di quella svolta, limerebbe molte delle sue critiche del 1981 a Berlinguer, e condividerebbe molte delle sue affermazioni. E probabilmente Massimo D’Alema, che allora era un sostenitore del segretario, oggi lo criticherebbe. Si disse che quel dialogo del segretario del Pci con Scalfari era stato l’atto fondativo dell’antipolitica: oggi, dopo tutto quello che la politica ci ha regalato, possiamo forse dire che quella critica drastica era (ed è) l’unica possibilità di salvezza della politica pulita. “I partiti – diceva Berlinguer - sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi – sosteneva - comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune”. In quei giorni, secondo la migliore tradizione del gruppo dirigente comunista, le ragioni della politica contingente vennero dissimulate dietro la disputa di dottrina. Napolitano aveva scelto di attaccare Berlinguer, partendo da lontano. Ovvero dall’editoriale che doveva scrivere per commemorare l’anniversario della morte di Togliatti, ma usando Togliatti per criticare Berlinguer su tre punti: il giudizio sul degrado dei partiti, la denuncia inappellabile che Berlinguer faceva sulla questione morale, la chiusura netta che il segretario del Pci opponeva a Craxi, il rifiuto della via socialdemocratica in nome della cosiddetta “terza via” fra socialismo reale e capitalismo.    MA IL GIUDIZIO più duro era quello sulla società italiana e sul suo degrado: “I partiti – diceva il segretario del Pci - hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali”. Parole che sarebbero passate alla storia come il manifesto della “Diversità”. “Io - diceva il segretario - credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità”. E Scalfari: “Sì, è così, penso proprio    a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?”. Berlinguer ovviamente negava: “Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Ma noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato”.    Per Napolitano era troppo. Racconterà di aver telefonato a Gerardo Chiaromonte: “Eravamo entrambi sbigottiti: in quella clamorosa esternazione coglievamo un’esasperazione pericolosa come non mai, una sorta di rinuncia a fare politica, visto che non riconoscevamo più nessun interlocutore valido, e negavamo che gli altri partiti, ridotti a macchine di potere e di clientela esprimessero posizioni e programmi con cui confrontarci”. Insomma, lo spettro della cosiddetta “antipolitica”, e l‘esaltazione del primato dei partiti, il dilemma su cui ancora oggi si dibatte a sinistra, (a partire dal celebre discorso di D’Alema a Gargonza che preconizzò la fine dell’Ulivo nel 1996). Il primo segnale premonitore della Questione morale a sinistra, era arrivato da Torino, con lo scandalo Zampini. Un imprenditoreeraandatodalsindacocomunista Diego Novelli dicendo di aver pagato una tangente. Novelli (berlingueriano di ferro) anziché insabbiare disse: “Lei deve andare dal magistrato”.    NEL 1992-93, nel ciclone di Tangentopoli, emersero le confessioni di un segretario di federazione milanese, Cappellini, che ammetteva di aver preso tangenti e di “averle buttate nel calderone dei bilanci delle feste dell’Unità”. Parole che sconvolsero i militanti di base, insieme alle rivelazioni successive che riguardavano pagamenti per la metropolitana di Milano, e poi l’epopea del compagno “G”, alias primo Greganti, e quella della tangente “scomparsa” alle soglie di Botteghe Oscure su cui indagò (senzatrovareprovedefinitive)il pm Di Pietro. Achille Occhetto arrivò a proclamare, contro la corruzione, “una seconda Bolognina”. Poi i piccoli smottamenti di costume come l’entusiastico grido di Piero Fassino al telefono con Giovanni Consorte: “Abbiamo una banca?”. Proprio Fassino, nel suo Per passione, aveva ricostruito l’ultima parte della vita di Berlinguer come un partita a scacchi bergmaniana con Craxi, dove il segretario muore un attimo prima che l’altro gli faccia scacco matto. Parole di pessimo gusto, in ogni caso. Soprattutto alla luce degli scandali “sinistri” di questi giorni. Ha detto Pierluigi Bersani al Messaggero: “Nel nostro partito non c’è nessuna questione morale”. Ma la questione morale – sia per Berlinguer sia per Napolitano - prima che un problema giuridico, era uno stile di vita.



lunedì 4 luglio 2011

DEMOCRAZIA SOTTO SEQUESTRO

 
 Ancora una volta stiamo assistendo all’ennesimo intollerabile ricatto di b.
Ancora una volta leggi ad personam come il processo breve e leggi ad aziendam come     la norma del nuovo processo civile consente al legislatore di sospendere l'esecutività delle sentenze di risarcimento, in primo o in secondo grado, fino alla pronuncia della Cassazione.
Così in un colpo solo è risolto il problema del risarcimento della Finvest a de Benedetti, la cui sentenza di appello è attesa nei prossimi giorni e che, se confermata, la costringerebbe   a sborsare subito 750 milioni di euro.
Tutto questo mentre Tremonti sta pensando a tagliare pensioni e stipendi e posti di lavoro per far quadrare i conti di una finanziaria ad orologeria di 47 miliardi.
E’ gravissimo che succede tutto questo nel silenzio più totale di quella che continuiamo a  chiamare  opposizione, che pare in tutt’altre faccende affaccendata e, soprattutto dopo che il nostro campione ha avuto la sonora conferma che gli Italiani sono stufi di lui, delle sue barzellette, dei suoi bunga bunga e soprattutto hanno le tasche piene delle sue leggi ad personam e ora anche ad azienfdam.
Purtroppo l’Italia è in mano ai vari Scilipoti che tengono sotto sequestro la nostra democrazia e quindi in mancanza di un risoluto risveglio degli Italiani non possiamo che assistere impotenti a questo scempio, mentre i vari Fassino si godono pure il doppio stipendio alla faccia nostra!
Quelli che li hanno votati si meritano tutto questo, ma ahimè anche a noi, a quelli che non li abbiamo votati, tocca pagare il conto di tanta incosciente leggerezza.
Nella T.

venerdì 1 luglio 2011

Appello: la Tav questione nazionale



 I referendum del 12 e 13 giugno hanno cambiato lo scenario politico ponendo al centro dell’attenzione pubblica i beni comuni e il bene comune. Di fronte a noi – ai milioni di donne e uomini che hanno contribuito al successo referendario – sta ora l’obiettivo di costruire una agenda politica in grado di mettere in campo un nuovo progetto di società, di sviluppo e di partecipazione democratica.

Di questa prospettiva c’è oggi un banco di prova non eludibile: lo scontro tra istituzioni e popolazione locale sull’inizio dei lavori di costruzione, in Val Susa, di un cunicolo esplorativo in funzione preparatoria del tunnel di 54 km per la progettata linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione. Per superare la situazione di stallo determinata da tale scontro si prospetta un intervento di polizia (o addirittura militare) che rimuova le resistenze in atto. Sarebbe una soluzione sbagliata e controproducente.

Ci possono essere opinioni diverse sulla necessità di potenziare il trasporto ferroviario nell’area e sulle relative modalità ma una cosa è certa. La costruzione della linea ad alta capacità Torino-Lione (e delle opere ad essa funzionali) non è una questione (solo) locale e l’opposizione delle popolazioni interessate non è un semplice problema di ordine pubblico. Si tratta, al contrario, di questioni fondamentali che riguardano il nostro modello di sviluppo e la partecipazione democratica ai processi decisionali.
Per questo, unendoci ai diversi appelli che si moltiplicano nel Paese, chiediamo alla politica e alle istituzioni un gesto di razionalità: si sospenda l’inizio dei lavori e si apra un ampio confronto nazionale (sino ad oggi eluso) su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali alternative. In un momento di grave crisi economica e di rinnovata attenzione ai beni comuni riesaminare senza preconcetti decisioni assunte venti anni fa è segno non di debolezza ma di responsabilità e di intelligenza politica.

26 giugno 2011



Paolo Beni, Marcello Cini, Luigi Ciotti, Beppe Giulietti, Maurizio Landini, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Luca Mercalli, Giovanni Palombarini, Valentino Parlato, Livio Pepino, Carlo Petrini, Rita Sanlorenzo, Giuseppe Sergi, Alex Zanotelli
LA RETE DELLE DONNE SICILIANE PER LA RIVOLUZIONE GENTILE, ADERISCE A QUESTO APPELLO CONDIVIDENDOLO IN TOTO!