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sabato 24 aprile 2010

E' FESTA D'APRILE

Franco Antonicelli
La Resistenza in Italia, in Europa, nel mondo (1943-1945)

La poesia si canta sull'aria di una nota ballata poipolare. L'A. è stato uno dei più impegnati e fini intelklettuali antifascisti, poi dal 1968 senatore della sinistra indipendente

E' già da qualche tempo che i nostri fascisti
si fan vedere poco e sempre più tristi,
hanno capito forse, se non son proprio tonti,
che sta arrivare la resa dei conti.

Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia
per conquistare la pace, per liberare l'Italia;
scendiamo giù dai monti a colpi di fucile;
evviva i partigiani! è festa d'Aprile.

Nera camicia nera, che noi abbiam lavata,
non sei di marca buona, ti sei ritirata;
si sa, la moda cambia quasi ogni mese,
ora per il fascista s'addice il borghese.

Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia...

Quando un repubblichino omaggia un germano
alza il braccio destro al saluto romano.
ma se per caso incontra partigiani
per salutare alza entrambe le mani.

Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia...

In queste settimane, miei cari tedeschi,
maturano le nespole persino sui peschi;
l'amato Duce e il Fuhrer ci davano per morti
ma noi partigiani siam sempre risorti.

Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia...

Ma è già da qualche tempo che i nostri fascisti
si fan vedere spesso, e non certo tristi;
forse non han capito, e sono proprio tonti,
che sta per arrivare la resa dei conti.

Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia...

Fonte: Vettori Giuseppe, Canzoni italiane di protesta 1794 - 1974, Roma, Newton Compton, 1975

Gli occhi azzurri del compagno Elì

15 aprile 2010

di Giuseppe Casarrubea

La crisi della sinistra e l’approccio critico proposto da uno degli ultimi epigoni della lotta comunista al nazifascismo: un siciliano con la testa di un genovese che non si rassegna alla scomparsa o alla crisi dei valori per i quali si è battuto per tutta la vita: la libertà dall’oppressione, la Carta Costituzionale, il diritto al lavoro, l’uguaglianza dei cittadini, la difesa dei più umili.

Ha gli occhi azzurri ed è l’esatto opposto di Berlusconi: il Polo Nord, l’azimut di una possibile nuova sinistra. Di tale opposizione è prova tutta la sua vita nella quale, naturalmente, il nostro capo del governo non poteva entrare, neanche da lontano. Più che negli scritti il suo insegnamento è nella coerenza della sua coscienza, nella linearità della sua azione politica.

Si chiama Emanuele Conti, Elì per i parenti e gli amici più stretti. E’ nato a Messina nel 1921. Il suo assillo è la crisi della sinistra, la valanga che l’ha investita non per la caduta del muro di Berlino, per la politica di Gorbaciov, per il crollo dell’Urss, accelerato da Eltsin, ma perchè quello che era stato il Pci di Berlinguer, non esiste più. E’ stato rimosso, cancellato. Era proprio necessario buttare tutto? Elì non ha sognato, non si è svegliato improvvisamente da un incubo. Ha combattuto realmente, ha rischiato, anche quando il linguaggio era quello delle armi, quando bisognava essere partigiani per cacciare via lo straniero invasore. Perciò non si rassegna, neanche ora che ha novant’anni e si vede trascinato nel vortice di una trasformazione innaturale, in un gioco in cui le carte sono state cambiate e il linguaggio non è più quello della chiarezza.

Lo smarrimento risale alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, quando anche il codice genetico dei partiti, e non solo del Pci, comincia a mutare spingendo i comunisti prima nelle braccia della socialdemocrazia europea e dopo in un partito di tipo retorico-estetico. L’annuncio lo dà Achille Occhetto durante la cosiddetta “svolta della Bolognina” (un quartiere di Bologna), quando il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, comunica ai partigiani che commemorano lo scontro del 1944 tra diciassette gappisti e novecento nazifascisti, che il Pci cambia nome, cognome e indirizzo e si trasferisce in una “cosa” che sarà denominata Pds. Il ventesimo e ultimo congresso tenutosi a Rimini il 31 gennaio 1991, fa il resto.

Scrive Conti nella sua autobiografia: “Dopo Rimini non ho aderito a nessuna organizzazione politica e partitica né unitaria né scissionista e questa mia non adesione è stata una precisa assunzione di un punto di osservazione non neutrale, ma espressione di un estremo slancio morale, di un’attesa che, dagli anni Novanta a oggi, ha coinciso con questo periodo di ricerca di una via più definita per la sinistra in Italia.

Oggi, dopo la mutazione dal Pds ai Ds e, infine alla più recente nascita del Pd, le prospettive politiche restano ancora incerte”.

E’ la ricerca di coordinate perdute: il materialismo storico, il laicismo, il marxismo come metodo di analisi del mondo, ecc.

Rimane, però, occorre dire, un sistema che conduce ad una sola stella polare: la difesa della Costituzione, la laicità dello Stato, l’autonomia di quest’ultimo dai condizionamenti del Vaticano. Ma quale senso dare a questi grandi valori se manca la piattaforma da cui prendere la rincorsa per appropriarsene? Denominatori che Conti enuclea come condizioni di prospettiva. Trovano ragioni nella sua biografia e nella stessa storia del nostro Paese: “La rivisitazione del passato, la memoria degli avvenimenti, ma anche l’aspra criticità aiutano a capire il presente e a essere profetici quel tanto che basta ad avere un’idea di futuro ed è per questo che vivendo questi tempi voglio tornare ai primi anni del dopoguerra e continuare a riflettere sulla storia della Sicilia nella convinzione che in quel periodo risiede la chiave di lettura del presente”.

*

rudere di Elì (Filicudi)

Elì non aspetta affatto la “svolta della Bolognina” per mettersi in ritiro spirituale. Lo è già da tempo. Non ha mai avuto un rapporto tranquillo con le gerarchie del suo partito. Ripeto: il suo è uno stile di vita che coniuga azione e riflessione; prescinde, quindi, dalla mera contingenza politica. Nel 1968, anno di grandi sommovimenti sociali nel mondo, acquista un rudere a Bazzina nell’isola di Filicudi, la più sperduta delle Eolie. Lo ricostruisce con le sue mani e ogni anno vi trascorre almeno due mesi in totale solitudine. In alcuni anni l’isolamento arriva anche a sette. Non è la vocazione mistica di un comunista militante. E’ il bisogno di recuperare la dimensione del silenzio come valore. Per capire, per agire, per temprarsi nel corpo e nello spirito. Certamente perchè la militanza, con le sue contraddizioni, le sue fatiche, i suoi giochi ha bisogno sempre di coniugarsi con la dimensione del sè, col proprio diritto a riflettere.

*

La sera che lo incontro lo trovo seduto al tavolo dei relatori chiamati a presentare, al Circolo Pickwick di Messina, il suo libro Giobbe della politica, curato da Michela D’Angelo e uscito lo scorso anno per i tipi della GBM, nella collana diretta da Santi Fedele. E’ un distinto signore segaligno, asciutto, deciso, alto e ben vestito. Sono soprattutto i suoi occhi che hanno preso nel tempo il colore del mare a sorprendere. Occhi sereni di un novantenne che avverte di non avere ancora vissuto il tempo in cui deve continuare a raccontare, approfondire le ragioni di una vita e di una storia. Che non è solo sua. E’ la storia d’Italia, per quanto lui umilmente la limiti alla sola Sicilia.

Indossa un abito blu scuro ed ha attorno una moglie, molto più giovane di lui che lo guarda con ammirazione, come una ragazza guarda il suo boyfriend. Per lui l’età cronologica non corrisponde con quella mentale. Al contrario ha mente spigliata, capacità di riflessione critica rara, intuizioni creative. Era e continua ad essere un combattente. Di lui, confesso, non avevo mai sentito parlare, né avevo mai letto qualcosa. In Facebook non c’è traccia, anche se ha alcuni omonimi. Comunque credo che non condividerebbe i fan e le scuderie e, per ultimi, quelli che si riempiono il petto di falci e martelli, stelle rosse e simboli del “Che”, bandiere e mostrine o galloni che siano.

falce martello e .... (da foto bacheca di Francesco Esposito)

Tanto più che oggi delle falci e martello si fa un uso estetico. Sono diventati non i nuovi simboli di una storia reinterpretata, ma aspetti di desideri consumistici, forme dei nuovi linguaggi, massmediali, appunto, frutto delle nuove mode estetizzanti. In questo senso l’uso è disparato: c’è chi li mette tra il proprio nome e cognome e chi invece a livello degli organi sessuali. L’effetto è folcloristico: dànno al variegatissimo popolo progressista i caratteri propri delle danze macabre, prima del compimento di certi riti più o meno tribali. Un segno della più generale decomposizione dei valori tradizionali, propri della sinistra. Sarà forse un processo necessario visto che, secondo la visione cristiana del mondo, tutto deve prima marcire se vuole poi nascere a nuova vita. Può darsi che ciò sia un bene ma non si intravede segnale di luce dentro l’interminabile tunnel del riduzionismo individualistico.

Il senso che si prova è di disfacimento, di un andare a zonzo, di mettersi addosso un talismano o tentare di far sentire di sè, o del proprio gruppo, per quanto vasto possa essere, l’odore di un sottile profumo. Questo senso olfattivo non è dovuto solo alla frantumazione delle ideologie e dei partiti, così come ci sono pervenuti dalla nostra storia, con le loro caratteristiche e funzioni, ma anche al fatto che tutto questo mondo in fermento fa parte di una coreografia unitaria. Oggi l’estetica edonistica ha preso il sopravvento sulla politica e non mi stupisce affatto che trionfi Berlusconi.

*

Il mondo virtuale e di plastica è il suo regno. Siamo sotto il dominio mediatico. Se ti fai un giro per Facebook, ad esempio, provi l’impressione che ci sia un vasto popolo di centro-sinistra e – addirittura – una buona presenza comunista. Sigle e gruppi di ispirazione ecologista e, come si dice, riformista, abbondano. Ciò è un bene, a due condizioni, però: che i loro programmi siano corrispondenti ai comportamenti reali; che tutti intendano più o meno la stessa cosa quando si scambiano le informazioni. Ma non è così.

Dopo l’’89 è successo lo scioglimento dei ghiacciai e tutte le valanghe che si sono determinate hanno riempito, a valle, una grande conca. Tutto è scomparso del precedente paesaggio e la nuova realtà sono i nuovi caratteri gliaciali di questa depressione.

Il palcoscenico non è occupato più da cavalli di razza. Qualche volta l’attraversano anche alcuni decerebrati il cui potere deriva dall’uso spregiudicato dei mezzi in loro possesso. Opportunità costruite nel tempo, oggi abnormi, parossistiche, ma tuttavia pur esse utili e necessarie allo standard di sopportazione.

Amo il teatro, anche se, dovendo scegliere cosa fare nella vita, beneficio di rare possibilità di frequentarlo. Odio, però, quegli spettacoli, soprattutto televisivi che procedono per simboli. Hanno bisogno cioè di identificare i loro referenti di modo che siano chiamati sempre a recitare la parte. A maggior ragione odio il tipo di attori che, o per interessi o per narcisismo, sono gli habitué dei palcoscenici o la tappezzeria degli applausi. E, anche in questo caso, meno male che ci sono, perchè altrimenti veramente ci sarebbe da mettersi a gridare a causa del vuoto assoluto.

*

Per fortuna ci sono le eccezioni alle regole e una di queste, la più recente, è proprio Elì, anche se nessuno lo conosce.

E’ una rara figura di siciliano, cresciuto ad una scuola familiare del Nord Italia. Il padre, Costante, ingegnere civile di Sant’Olcese (Genova), appena laureato è assunto col compito di contribuire alla ricostruzione della città dello stretto devastata dal terremoto del 1908. La madre, Ernesta Ventura di Monzuno, è una bellissima donna vissuta da sempre a Bologna. I due si conoscono nella capitale emiliana e nasce un amore che segna per sempre il loro destino e quello dei loro figli. E’ una storia rovesciata con il suo esordio in quella catastrofe che cambiò la vita di milioni di persone. Erano già cominciate le ondate migratorie dal Sud verso il Nord e i Paesi d’Oltralpe e d’Oltreoceano, ma la vicenda dei Conti va in direzione esattamente opposta: ha il suo obiettivo proprio nelle popolazioni terremotate.

Elì frequenta prima una scuola di gesuiti, poi il liceo classico statale e quindi la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina. Nel giugno 1940, dopo la tragica e personale decisione di Mussolini di dichiarare l’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, le sorti della famiglia Conti, come quelle di tutti gli italiani subiscono un brusco e traumatico rovesciamento. Elì fa prima il capitano di vascello nel 1941 e, dopo l’8 settembre ’43, il partigiano. Ruota attorno ai Gruppi di azione patriottica (Gap) che liberano Roma dal nazifascismo. Conosce Franco Ferri che il 23 marzo ’44 compie l’attentato di via Rasella contro i nazisti.

Carlo Lizzani

E’ nella stessa area delle azioni gappiste alle quali partecipano intellettuali come Carlo Lizzani, Renato Guttuso, Luigi Pintor e tanti altri. Ferri lo arruola come aiutante e in tale veste Conti partecipa a numerosi attentati contro i fascisti “particolarmente compromessi con i nazisti e coinvolti nel funzionamento della famigerata prigione delle SS di via Tasso a Roma”. Insomma, a poco più di vent’anni è un combattente che si muove tra libri e moschetti. Già a quell’età legge, infatti, Labriola, Marx, Engels, Lenin e li applica in quella Roma ancora dominata da Priebke e Kappler.

*

gruppi di azione patriottica (1944)

Dopo la Liberazione della capitale (4 giugno 1944) rientra nella sua città natale. Qui trasferisce la sua esperienza di partigiano nelle lotte per l’affrancamento dei contadini dalla servitù feudale, si batte per l’attuazione delle leggi di riforma agraria del ministro dell’agricoltura comunista Fausto Gullo. Contrasta la forte reazione padronale e conosce anche la galera. E’ un comunista militante, un dirigente politico e sindacale nel Pci di Gramsci, Togliatti, Terracini, Longo e Berlinguer. Con i capi del Pci, Togliatti e Li Causi, ha una frequenza strettissima. Il risultato delle sue battaglie è la rottura del blocco agrario. Costa lutti e sangue. La storia del gruppo dirigente di queste lotte per quanto riguarda il messinese è già stata tracciata da Daniele Pompeiano e Giovanni Raffaele e s’inquadra nell’organizzazione del Pci prima ancora del 25 aprile 1945. E’ nel 1944 che nascono le federazioni comuniste del messinese mentre nell’anno successivo sorge la federazione regionale guidata da Li Causi.

E’ una storia personale e collettiva che giunge fino all’assassinio di Salvatore Carnevale a Sciara (1955), all’eliminazione dei sindacalisti dei Nebrodi uccisi dalla mafia tra il 1956 e il 1967. Il più noto è Carmelo Battaglia, eliminato il 24 marzo 1966 mentre si reca in un feudo acquistato dalla baronessa Lipari da parte di una cooperativa di pastori per il pascolo del bestiame.

Il ventennio che precede l’uccisione del sindacalista di Tusa ha il suo esordio tra la fine del 1946 e l’intero anno 1947. E’ l’inizio del tempo lungo dello stragismo, della nuova strategia di Cosa Nostra che ora ha un capo potente: Salvatore Lucania, alias Lucky Luciano. E’ lui il capostipite dei ras della mattanza. Nel dicembre 1946 è assassinato Nicolò Azoti, segretario della Camera del Lavoro di Baucina, qualche mese prima era saltata in area la sede della Federterra: due morti. Ai primi di gennaio ‘47 tocca ad Accursio Miraglia. Il 7 marzo è la strage di Messina. La Camera del Lavoro di Umberto Fiore, Francesco Sardo, Elì Conti e Pancrazio De Pasquale indice uno sciopero generale. I Carabinieri sparano sulla folla. Muoiono Giuseppe Maiorana, Biagio Pellegrino, Giuseppe Lo Vecchio. Dietro le quinte la repressione è appoggiata dall’Uomo qualunque, il partito filoamericano di Guglielmo Giannini, intrecciato con i vecchi gerarchi fascisti del ventennio nero. Elì scrive, con lucida puntualità: “La strage del 7 marzo a Messina va inserita nel contesto regionale che portò a quella del primo maggio 1947 a Portella della Ginestra”.

Dunque il terrorismo a Messina ha gli stessi obiettivi di quelli assunti dalla banda neofascista di Salvatore Giuliano e Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo, contro le manifestazioni democratiche dei lavoratori. Un’azione di contenimento attraverso una guerra dichiarata al comunismo.

Elì ne è testimone diretto: “Una sera, all’imbrunire, mentre camminavamo in via Libertà diretti verso piazza Politeama, dai rami di uno degli alberi, allora meno alti di adesso, scese un uomo, il quale consegnò a Li Causi un messaggio da parte di Salvatore Giuliano. Il messaggio diceva che il movimento separatista di Giuliano non si sarebbe fermato e che avrebbe distrutto i comunisti”. Così dopo Messina abbiamo Portella, gli assalti contro le Camere del Lavoro del 22 giugno, l’uccisione di Giuseppe Maniaci e di altri dirigenti fino alla vigilia delle elezioni politiche del 18 aprile ’48, quando stravince la Dc di De Gasperi: Epifanio Li Puma, Calogero Cangelosi e Placido Rizzotto, per continuare, dall’anno successivo, con la strage di Melissa (29 ottobre 1949), quando la polizia di Scelba, more solito, spara sulla folla e uccide tre contadini, ferendone alcune decine.

Il giovane Andrea Camilleri a sx, Galvano della Volpe (penultimo) accanto a Sibilla Aleramo a dx

Che sia il terrorismo politico a manovrare mafia e banditismo è ormai scontato. Elì, non è l’ultimo arrivato. Lo nota quell’eretico caposcuola che fu a Messina Galvano della Volpe, docente di storia della filosofia, ma anche un sorvegliato speciale della nomenclatura, autore di importanti volumi come “Critica del gusto”, “La libertà comunista”, “Rousseau e Marx”. Sa quanto grande sia la pazienza di dirigenti come lui o il suo amico Pancrazio De Pasquale. Li definisce entrambi “Giobbe”, secondo la nozione biblica della pazienza e dell’accettazione del sacrificio come obbedienza a una sorta di volontà divina. E’ in realtà un comunista senza tessere, un irriducibile della politica, un libero pensatore. Uno che se fosse vissuto all’epoca dell’Inquisizione sarebbe stato mandato al rogo, non dai suoi nemici ma dalle gerarchie dello stesso mondo al quale appartiene e in cui crede (e continua a credere) con una fede incrollabile. E’ un osservatorio critico vivente, per un lungo tempo che arriva ai nostri giorni. Ma non resta allo sbando. E’ uno dei pochi casi di comunisti che non si vergognano di dichiarare ancora di esserlo. E si interroga.

mercoledì 21 aprile 2010

Lettura guidata della Costituzione: art.5

L’articolo 5 introduce, in via di principio, la garanzia di un’ampia libertà conferita alle diverse collettività territoriali nel perseguimento e nella gestione di interessi locali, mediante il riconoscimento di una posizione di autonomia in favore dei rispettivi enti esponenziali. Con l’articolo 5 Il principio autonomistico da modello organizzativo è elevato a principio fondamentale dell’ordinamento costituzionale.

Esso denota la consapevolezza dei costituenti che il nodo stato-enti locali sarebbe stato centrale nel dibattito politico, e avrebbe condizionato l’intero ordinamento giuridico.

Si scelse la parola “autonomie”, un’intuizione che esprime in sé una novità assoluta molto distante dal “decentramento” francese.

Che cosa distingue il principio federalista da quello autonomistico?

Lo Stato federale per eccellenza è l’America. Gli Stati Uniti infatti sono composti da cinquantuno stati ognuno con la sua peculiare organizzazione statale (civile, penale e amministrativa), e pur questo, ciascuno unito agli altri Stati federati in materie fondamentali come l’economia, la finanzia, la politica estera, la sicurezza interna e la difesa. L’articolo 5 della nostra costituzione sancisce invece che La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali. Da un lato, nel federalismo, abbiamo stati indipendenti con pieni poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e la possibilità di partecipare alla revisione costituzionale, che manifestano la volontà di federarsi, dall’altro, in Italia, la costituzionalizzazione del principio unitario e di indivisibilità che si articola in autonomie.

Oggigiorno ci troviamo in un momento storico peculiare in cui l’Italia partecipa a due processi: un processo di unione tra gli stati europei con cessione di competenze agli organismi europei e, contemporaneamente, un’attuazione forte del principio autonomistico sancito dall’articolo 5 della costituzione.

L’articolo 5 disegna un sistema di livelli di governo composti dagli enti locali capaci di dotarsi di un proprio indirizzo politico e amministrativo il più vicino possibile al cittadino con un autonomia anche finanziaria. Il contenuto della sfera di autonomia che genericamente l’articolo 5 riconosce a tutti gli enti locali, è poi precisato nel Titolo V della Parte seconda della Costituzione. E’ chiaro anche il rimando all’articolo 1, le autonomie locali sono proprio uno dei limiti al potere legislativo ed esecutivo nazionale.

Solo dagli anni ‘70 è stato avviato il processo per attuare il titolo quinto della costituzione con l’istituzione delle regioni ordinarie, fino ad arrivare alla riforma di quest’ultimo nel 2001. Questa riforma introduce il concetto fondamentale di sussidiarietà verticale ed orizzontale. Che cosa significa sussidiarietà? Che nello svolgimento delle funzioni pubbliche si preferisca l’ente più vicino ai cittadini (s. verticale) e che si lasci che siano i privati a svolgere alcune funzioni al posto del pubblico lasciando a questo di fissare i parametri con cui il privato eroga le funzioni pubbliche. (s. orizzontale).

Sempre il Titolo V della Parte seconda della Costituzione all’articolo 119 prevede che oltre all’autonomia amministrativa I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa. Questo principio non trova ancora applicazione piena nel nostro ordinamento e la legge in parlamento sul “federalismo fiscale”, ed il dibattito intorno ad essa, vuole attuare questo principio con una soluzione che deve tenere conto che il concetto “unitario” della nostra repubblica significa anche che i cittadini di tutta la repubblica hanno diritto agli stessi servizi e allo stesso standard di prestazione di questi servizi su tutto il territorio nazionale. Il “federalismo Fiscale” deve quindi prevedere meccanismi di ridistribuzione delle risorse dalle regioni economicamente ricche a quelle svantaggiate.

sabato 17 aprile 2010

Medici di guerra L'emergenza come missione

Gianni Barbacetto

17 aprile 2010

Strada e la nascita della ong. Da 15 anni cura le vittime dei conflitti

Quando nel 1994 Gino Strada s’inventò Emergency, non pensava certo che avrebbe dovuto fare i conti con provocazioni e servizi segreti, bugie di Stato e crisi internazionali. Per lui darsi da fare era semplicemente una necessità. Da studente di medicina, nella Milano degli anni Settanta, militava nel Movimento studentesco, di cui per un periodo diresse anche il settimanale, "Fronte popolare". Con lui alla direzione, il giornale pubblicò qualche fatto in più e un po’ d’ideologia in meno. Chiusa la stagione dei movimenti, andò a lavorare in ospedale, giovane medico che entra nella routine da bisturi. Ma lui la routine non l’ha mai sopportata. Così, quando nel 1987 gli chiedono se per caso volesse andare a fare il chirurgo di guerra per la Croce rossa internazionale, non ci pensa neppure un minuto. Va per cinque mesi in Pakistan, al confine con l’Afghanistan, a ricucire civili coinvolti in una guerra non loro.

Scaduto il contratto torna a Milano. Riprende il suo posto in un ospedale pulito e perfino efficiente. Resiste quindici giorni: poi telefona a Ginevra, alla Croce rossa, e riparte. È come se avesse contratto una malattia, o il mal d’Africa: non riesce più a stare tranquillo in corsia, a operare nelle asettiche sale chirurgiche ambrosiane. Ormai è irrimediabilmente un chirurgo di guerra e non riuscirà più a togliersi quel camice. I paesi in conflitto diventano la sua normalità, Milano la sua vacanza esotica. Nel 1994, la svolta. Costruisce il suo capolavoro. Coinvolge gli amici, chiama al telefono persone che non vedeva da anni o che non aveva mai visto, va in televisione, mette sottosopra Milano: fonda un’associazione per portare aiuto alle vittime civili delle guerre e della povertà. È Emergency. Al suo fianco, la moglie, Teresa Strada, scomparsa con i suoi capelli rossi nel 2009. In pochi mesi Gino e Teresa compiono il miracolo: Emergency diventa un punto di riferimento, laico e maledettamente concreto, per la Milano che sta perdendo la passione per la politica dei partiti, ma non per l’impegno civile.

Raccoglie medici, infermieri, tecnici che accettano di lavorare, almeno per un periodo della loro vita, dentro una delle quaranta guerre dimenticate in corso nel mondo. Ma fa di più: crea, prima a Milano, poi in tutta Italia, una fitta rete di persone – tantissimi i ragazzi e le ragazze – che sostengono Emergency, raccolgono fondi, organizzano iniziative. Inventa una comunità in cui riconoscersi, in nome della pace e dell’aiuto concreto a chi subisce la guerra. Nella città dell’Umanitaria (ricordate il Gadda della "Meccanica"?), nella Milano del riformismo (ormai celebrato a parole, ma perduto nei fatti), ricrea dopo decenni una vera esperienza "riformista" ambrosiana: un movimento di cittadini che realizza interventi concreti, non ideologici, ma sostenuti da una grande, bella, forte tensione morale. Un’azione diretta, più efficace che cento proclami di partito: per questo non piace alla neodestra feltrusconiana, che insiste sulla presunta vocazione salottiera di Emergency, a cui sono vicini anche personaggi come Milly e Massimo Moratti, oltre a tanti attori e artisti, da Lella Costa a Moni Ovadia, da Paolo Rossi a Vauro.

La prima sede di Emergency è nella casa milanese dove Gino Strada vive (pochi mesi all’anno) con Teresa e la figlia Cecilia, che nel 1994 ha 15 anni. Ma in poche settimane il contagio si espande. Gino sa usare la tv e l’idea cresce. Emergency diventa una grande organizzazione con decine di gruppi attivi in tutta Italia. Non dimentica però mai il suo centro, che è l’attività nelle zone di guerra. In quindici anni di vita, l’associazione è intervenuta in quindici paesi, ha costruito ospedali, centri chirurgici, posti di primo soccorso, un centro di maternità e un centro cardiochirurgico. Ha portato aiuto concreto a 3 milioni e 700 mila persone. L’attività medica, nei paesi in guerra, è sempre stata parallela all’azione per la pace, in Italia. La prima campagna di Emergency, fin dal 1994, è stata quella contro le mine antiuomo. Una campagna vincente: l’Italia le ha alfine messe al bando. Nel 2001, poco prima dell’inizio della guerra in Afghanistan, Emergency ha chiesto ai cittadini di esprimere il ripudio della guerra con un segno visibile, uno "straccio di pace" da indossare e mostrare. Nel settembre 2002, con altre organizzazioni ha lanciato la campagna "Fuori l’Italia dalla guerra", perché il nostro paese non partecipasse all’invasione dell’Iraq. Poi, con la campagna "Fermiamo la guerra, firmiamo la pace", ha promosso una raccolta di firme per una legge d’iniziativa popolare sul ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione. Nel 2008, insieme ad alcuni paesi africani, ha elaborato il "Manifesto per una medicina basata sui diritti umani", per rivendicare una sanità basata sull’equità e sulla responsabilità sociale.

Negli anni sono arrivati tanti riconoscimenti e tanti attacchi, soprattutto quando gli uomini di Emergency si sono dati da fare per liberare Gabriele Torsello e Daniele Mastrogiacomo, rapiti in Afghanistan. Dal 2006 è riconosciuta come ong partner delle Nazioni Unite. L’elenco delle realizzazioni è lunghissimo. Ha lasciato un segno in Ruanda, in Eritrea, in Serbia, in Iraq, in Nicaragua, in Algeria, in Angola... “Provate”, ripete Gino Strada. "Impegnate quindici giorni della vostra vita per venire a vedere. Provate a lavorare per i civili in zona di guerra. Se poi, tornati a casa, decidere di ripartire, come ho fatto io, per la seconda missione, attenti: siete finiti, non tornerete più indietro".

Da il Fatto Quotidiano del 17 aprile

venerdì 16 aprile 2010

LE 21 MADRI DELLA COSTITUZIONE di Carla GrementieriCondivid


Ma perché si parla sempre di padri della Costituzione e della Repubblica ?!

Ci sono, anche, le MADRI DELLA COSTITUZIONE E DELLA REPUBBLICA, donne di valore, coraggio e intelligenza che riuscirono a far capire agli uomini l'importanza di inserire le donne nei processi democratici, come elemento fondamentale di sviluppo per un popolo.




PREMESSA

IL DIRITTO DI VOTO PER LE DONNE, AVVALLATO CON IL DECRETO LUOGO-TENENZIALE DEL 1 FEBBRAIO 1945, era composto da quattro articoli:

Art. 1- il diritto di voto è esteso alle donne che si trovino nelle condizioni previste dagli articoli 1 e 2 del testo unico della legge elettorale politica, approvato con regio decreto 2 settembre 1919, n. 1495:

Art. 2 - è ordinata la compilazione delle liste elettorali femminili in tutti i Comuni. Per la compilazione di tali liste, che saranno tenute distinte da quelle maschili, si applicano le disposizioni del decreto legislativo luogotenenziale 28 settembre 1944 n. 247, le relative norme di attuazione approvate con decreto del Ministro per l’Interno in data 24 ottobre 1944.

Art. 3 - oltre quanto stabilito dall’art. 2 del decreto del Ministro per l’Interno in data 24 ottobre 1944, non possono essere iscritte nelle liste elettorali le donne indicate nell’art. 354 del Regolamento per l’esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con regio decreto 6 maggio 1940, n. 635.

Art. 4 - Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta del Regno.

Dopo le prime consultazioni amministrative (parziali, perché per i consigli comunali e provinciali le elezioni si tennero in due tornate, nella primavera e nell’autunno del ‘46), alla votazione simultanea del 2 giugno 1946, per il Referendum istituzionale tra monarchia e repubblica e per le elezioni all’Assemblea costituente, LA PRESENZA DELLE ELETTRICI FU ALTISSIMA, con interessanti differenziazioni: Nord: 91,3% uomini e 90,3% donne; Centro: 89,7 % uomini e 88,0% donne; Sud 84,8% uomini e 86,2% donne; Sicilia: 84.8% uomini e 86,2% donne; Sardegna: 84,4% uomini e 87,3% donne.

AL SUD E NELLE ISOLE L’ELETTORATO FEMMINILE FU PIÙ NUMEROSO DI QUELLO MASCHILE.
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Le nostre MADRI COSTITUENTI sono le 21 donne elette il 2 giugno 1946 ( 21 su 556 componenti l'Assemblea Costituente cioè il 3,78%):

La prima donna della Consulta a parlare in un’assemblea democratica fu Angela Guidi Cingolani che condivideva con altre elette trascorsi di prigione e di confino. Tutte le Madri lottarono e furono attente alle speranze delle italiane, per non deludere le migliaia di donne partigiane, staffette, donne antifasciste che in mille modi avevano contribuito alla Liberazione.
Il primo successo delle Madri della Consulta fu quello di ottenere che il premio della Repubblica, di £ 3000, fosse esteso anche alle vedove di guerra e alle mogli dei prigionieri.

Tra le Madri Costituenti, nove erano comuniste, tra cui cinque dell’UDI (Adele Bej, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi )
Nove democratiche cristiane (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio).
Due socialiste ( Angelina Merlin e Bianca Bianchi) e una della lista ”Uomo Qualunque” (Ottavia Penna Buscemi).

Tutte le Madri, con il loro impegno e le loro capacità, segnarono l'ingresso delle donne nel più alto livello delle istituzioni rappresentative.
Quattordici sono laureate e molte insegnanti, qualche giornalista-pubblicista, una sindacalista e una casalinga; 14 sono sposate e con figli. Molte avevano preso parte alla Resistenza, pagando spesso personalmente e a caro prezzo le loro scelte, come Adele Bei (condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista), Teresa Noce (detta Estella, che dopo aver scontato un anno e mezzo di carcere, perché antifascista, fu deportata in un campo di concentramento nazista in Germania dove rimase fino alla fine della guerra) e Rita Montagnana (che aveva passato la maggior parte della sua vita in esilio).

Cinque delle ventuno Madri Costituenti, Maria Federici, Nilde Iotti e Teresa Noce del Pci, Angelina Merlin (Psi) e Angela Gotelli (Dc), entrarono a far parte della “Commissione dei 75”, quella commissione incaricata dall’Assemblea Costituente di formulare la proposta di Costituzione da dibattere e approvare in aula.

Adele Bei Ciufoli (1904-1974),
comunista dal’25, dovette espatriare in Francia. Durante uno dei viaggi clandestini in Italia, per attivare collegamenti tra antifascisti, è arrestata e condannata dal Tribunale Speciale a diciotto anni di reclusione. Sconta sette anni e mezzo più due e mezzo di confino; fu liberata nell'agosto del’. Dopo l'8 settembre partecipa alla lotta di Liberazione a Roma, con il compito di organizzare le masse femminili. E’ stata l'unica donna a far parte della Consulta nazionale. Da Madre Costituente lavorò nella Terza commissione per l'esame dei disegni di legge. Fu eletta fino al ‘63.

Bianca Bianchi (1914-2000)

Bianca Bianchi

socialista toscana, partigiana, insegnante (laurea in pedagogia), eletta a 32 anni. E’ stata membro della Commissione dei 75 e, negli anni '60, vice-sindaco di Firenze.

Laura Bianchini (1903-1983),
laurea in filosofia, insegnante e giornalista pubblicista. Partigiana delle formazioni cattoliche dove coordinò la stampa clandestina. Fu eletta nelle file dei cristiano sociali di Giuseppe Dossetti. Fece parte della Commissione Istruzione e Belle arti.

Elisabetta ( Elsa) Conci (1895-1965)

Elsa Conci

Figlia di un avvocato, deputato alla Dieta di Innsbruck e al Parlamento di Vienna, studiò filosofia all'Università di Vienna, poi si spostò all'Università di Roma, dove fece parte della Federazione Universitaria Cattolica Italiana e dove si laureò in lettere. Fu anche attiva nell'Azione cattolica. Eletta alla Costituente, fu una dei componenti della Commissione dei 18, che aveva il compito di coordinare gli Statuti speciali con la Costituzione.

Filomena Delli Castelli (1916)
Dopo la laurea in Lettere conseguita presso l'Università Cattolica di Milano, è stata insegnante nelle scuole medie e ha iniziato la politica attiva dopo la Liberazione nel gruppo di giovani abruzzesi formatosi attorno alla neonata Democrazia Cristiana.E’ stata rieletta alla Camera dei Deputati nel’48 e nel’53.

Maria Federici Agamben,
laureata in lettere e insegnante, dopo l'8 settembre fece parte delle Resistenza romana. Fece parte della Commissione dei 75; in particolare lavorò nella terza sottocommissione, relativa ai diritti e doveri economico-sociali. Si è a lungo occupata dei problemi dell'emigrazione ed è stata delegata nazionale delle ACLI e presidente del Centro italiano femminile (CIF).

Angiola Minella (1920-1988)
Laurea in lettere e insegnante. Durante la guerra è stata infermiera. Ha partecipato alla lotta clandestina, prima a contatto dei gruppi badogliani del Piemonte e poi delle formazioni garibaldine della zona di Savona. È stata eletta Madre Costituente nel collegio elettorale di Genova con 27.394 preferenze.

Maria Fiorini Nicotra (1913-2007)
Nata a Catania e appartenente a una famiglia aristocratica, svolse il suo impegno con grande passione civile nella Croce Rossa e come dirigente nazionale dell’Azione cattolica.

Nadia Gallico Spano (1916-2006)
Nata in Tunisia in una famiglia d’emigrati nel 1938, aderì al Partito comunista con i fratelli Loris, Ruggero e Diana. Militante nella Resistenza durante l'occupazione tedesca della Francia, fu condannata per la sua attività politica dal regime collaborazionista di Petain. Si sottrasse alla cattura e riuscì a raggiungere fortunosamente l’Italia liberata, dove fu una delle protagoniste del processo di rifondazione dello Stato e della nascita della Repubblica. E’ stata parlamentare fino al’58. Ha partecipato alla fondazione dell’UDI e del settimanale Noi Donne, che ha diretto sino al ‘45. Ha presieduto anche l’Unione Donne Sarde. Si è impegnata sui problemi di politica internazionale, del Mezzogiorno e della questione femminile; è stata attiva nella presidenza dell’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti).

Angela Gotelli

Angela Gottelli

Fece parte della "Commissione dei 75". Qui, le donne avevano ottenuto una rappresentanza maggiore rispetto alla loro consistenza numerica parlamentare, circa il 7%.
Il lavoro delle nostre Madri costituenti ha avuto sicuramente, tanto nella Commissione che in aula, un peso maggiore di quanto le percentuali indicassero.
Rispetto agli uomini, rappresentavano non solo le istanze del partito nelle cui liste erano state elette, ma anche le "istanze femminili" che si presentavano decisamente “trasversali” e portavano ad un radicale mutamento “giuridico” della condizione femminile in Italia.

Angela Maria Guidi Cingolani

Angela Maria Guidi Cingolani

romana, laurea in lingue e letterature slave, eletta a 48 anni nelle file della DC. Aderisce al Movimento Nazionale pro suffragio femminile, fonda nel’ 21 il Comitato nazionale per il lavoro e la cooperazione femminile. Incarichi ministeriali la portano a occuparsi, giovanissima, di piccole industrie e artigianato e nel ‘25 entra, come vincitrice di concorso, all’Ispettorato del lavoro. Dopo qualche anno è tra le fondatrici dell’Associazione nazionale delle professioniste ed artiste. Sarà nominata nel’51, per la sua ventennale esperienza, da De Gasperi sottosegretaria per l’artigianato e sarà la prima donna a ricoprire la carica di sottosegretaria in un ministero. Si batterà contro i pregiudizi sulle donne e la volgarità che è presente anche in Parlamento.

Nilde Jotti

Nilde Iotti

emiliana, laurea in lettere, eletta a 26 anni nelle liste del Pci. Rimarrà in parlamento ininterrottamente per 53 anni diventando anche presidente della Camera. Prima dell’elezione fa l’insegnante, la partigiana e fa parte dei Gruppi di Difesa della Donna e sostiene le lotte in difesa di salario, vitto e istruzione delle donne e gli scioperi delle mondine. Dopo la Liberazione è segretaria dell’UDI di Reggio Emilia, poi consigliera comunale e candidata indipendente nelle liste del PCI alle elezioni del’46.
Fa parte della Commissione dei 75.

Teresa Mattei

Teresa Mattei

genovese insegnante (laurea in filosofia), eletta a 25 anni nelle liste del Pci. E’ la più giovane di tutti i Costituenti. E’ stata staffetta partigiana col nome di Chicchi. Catturata dalle SS viene picchiata e violentata da 5 Tedeschi ma riesce a liberarsi e a raggiungere Roma. E’ tra le fondatrici dei Gruppi di Difesa della Donna e del Fronte della Gioventù.

Angelina (Lina) Merlin (1887-1979)

Lina Merlin

Visse a Chioggia per tutta l'infanzia e la giovinezza, poi conseguita la maturità magistrale si trasferisce a Grenoble dove approfondisce le sue conoscenze di lingua e letteratura francese, materia in cui conseguirà successivamente la laurea.Si iscrive al Partito Socialista Italiano, iniziando a collaborare al periodico "La difesa delle lavoratrici", di cui in seguito assumerà la direzione. Collabora con Giacomo Matteotti a cui riferisce nei dettagli le violenze perpetrate dalle squadre fasciste nel padovano. Dopo l'assassinio di Matteotti, in meno di ventiquattro mesi viene arrestata cinque volte. Inoltre nel 1926 viene licenziata dal suo impiego di insegnante perché si rifiuta di prestare il giuramento di fedeltà al regime, obbligatorio per gli impiegati pubblici.
In seguito alla scoperta del complotto per attentare alla vita di Mussolini, suo nome viene iscritto nell'elenco dei "sovversivi" affisso nelle strade di Padova. Lina quindi si trasferisce a Milano dove collabora con Turati, ma viene arrestata e condannata a cinque anni di confino in Sardegna a Dorgali (NU) dove viene colpita dalla povertà e dall'arretratezza della regione. Anche in quel luogo riesce a conquistarsi il rispetto e la fiducia degli abitanti e soprattutto delle donne, ad alcune delle quali insegnerà a leggere e a scrivere.
Rimasta vedova a 49 anni, prende parte attivamente alla Resistenza e insieme a Giovanna Barcellona, Giulietta Fibbi, Laura Conti, Elena Drehr, Ada Gobetti e Rina Picolato costituisce i "Gruppi di difesa della Donna e per l'Assistenza ai Volontari della Libertà". Da una stima effettuata a guerra finita, nei GDD costituitisi in tutta Italia si contavano circa 59.000 donne. Da questa organizzazione nascerà l'Unione Donne Italiane. In questo periodo Lina prende parte ad azioni di guerra partigiana, rischiando più volte la vita. Catturata dai nazisti, riesce a sfuggire con uno stratagemma. Scrive articoli sul periodico socialista clandestino Avanti!, e nella sua casa di Milano si organizza l'insurrezione. Lei riceverà l'incarico di occuparsi del settore scolastico, insieme ai partigiani della Brigata Rosselli occuperà il Provveditorato agli Studi di Milano, imponendo la Viene nominata Commissario per l'Istruzione di tutta la Lombardia.
Dopo la Liberazione Lina si trasferisce a Roma alla direzione nazionale del PSI e viene eletta alla Assemblea Costituente. I suoi interventi nel dibattito costituzionale, quale membro della "Commissione dei 75", risulteranno determinanti per la tutela dei diritti delle donne, e lasceranno un segno indelebile nella Carta Costituzionale.
A lei si devono infatti le parole dell'articolo 3: "TUTTI I CITTADINI... SONO UGUALI DAVANTI ALLA LEGGE, SENZA DISTINZIONI DI SESSO", con le quali veniva posta la base giuridica per il raggiungimento della piena parità di diritti tra uomo e donna, che fu sempre l'obiettivo principale della sua attività politica.
Fece anche opera di mediazione tra opinioni contrapposte per la stesura dell'articolo 40, concernente il diritto di sciopero, proponendo una formulazione analoga a quella presente nel preambolo della Costituzione della IV repubblica francese.
Candidata dal PSI nel collegio di Rovigo, viene eletta al Senato della Repubblica il 18 aprile del 1948. È l'unica donna a far parte del Senato nella prima legislatura repubblicana e fin dai primi giorni della sua attività parlamentare dedica tutti i suoi sforzi al miglioramento della condizione femminile in Italia. Uno dei punti cardine dell'opera politica di Lina Merlin è stata la battaglia per abolire la prostituzione legalizzata in Italia, seguendo l'esempio dell'attivista francese (ed ex prostituta) Marthe Richard, che già nel 1946 aveva fatto chiudere le case di tolleranza in Francia.
Il suo nome è legato alla legge n. 75 entrata in vigore il 20 settembre 1958 - conosciuta come Legge Merlin - con cui venne abolita la prostituzione legalizzata in Italia. Nella sua battaglia, Merlin seppe mostrare tutta la sua tenacia e - in virtù del rispetto e dell'autorevolezza di cui godeva - seppe ribattere in maniera efficace e tagliente alle pesanti battute, che le venivano spesso rivolte dai colleghi.

Rita Montagnana Togliatti

Rita Montagnana Togliatti

Di famiglia ebraica, sarta di professione, si dedicò fin da giovanissima all’attività politica, diventando dirigente provinciale e regionale del movimento giovanile socialista. Nel 1921 aderì al Partito Comunista sin dalla sua fondazione, e fu delegata al III Congresso dell'Internazionale comunista a Mosca.
Nel ‘24 sposò Palmiro Togliatti e fu costretta alla clandestinità. Seguendo il marito, svolse mansioni di fiducia presso la segreteria del Partito Comunista, espatriando in Unione Sovietica e alternando lunghe presenze in Francia e Svizzera. Fu in Spagna nel corso della guerra civile spagnola. Rientrò in Italia nel maggio 1944, e dopo la liberazione di Roma fu dirigente della sezione femminile del PCI e fondatrice dell'Unione Donne Italiane (UDI).
Eletta all'Assemblea costituente nel XIII collegio (Bologna-Ferrara-Forlì-Ravenna), prima fra gli eletti del PCI, con 68.722 voti di preferenza. Successivamente divenne senatrice nella I legislatura, eletta in Emilia-Romagna nel collegio di Imola.

Ottavia Penna baronessa Buscemi,

Ottavia Penna baronessa Buscemi

siciliana, eletta nella lista dell' “Uomo Qualunque”. E’ candidata dal suo partito alla poltrona di Presidente della Repubblica in competizione con Enrico De Nicola dove ottiene 32 voti contro i 396 di De Nicola.

Elettra Pollastrini
Fece parte della Resistenza romana. Fu arrestata assieme a Lina Trozzi, Vera Michelion. Condannata, fu deportata nel carcere duro in Austria assieme alle due compagne.

Teresa (Estella) Noce Longo (1900-1980)

Teresa Noce

Nata a Torino, da famiglia operaia e costretta ad abbandonare molto presto la scuola, continuò a istruirsi da autodidatta, svolgendo vari mestieri. Nel ‘21 fu fra le fondatrici del Pci; nell'ambiente politico torinese conobbe Luigi Longo, studente di ingegneria che ricopriva già incarichi di responsabilità politica. Si sposeranno nel 1926 e avranno tre figli. Nel gennaio ‘26 i due espatriano, stabilendosi prima a Mosca e poi a Parigi. Da qui Teresa Noce compì numerosi viaggi clandestini in Italia per svolgervi propaganda e attività antifascista. Nei primi anni trenta, fece ritorno a Mosca con Longo e, quindi, nuovamente a Parigi, dove partecipò alla fondazione del giornale “Noi donne”. Nel ‘36, insieme con il marito si recò in Spagna tra i volontari accorsi in difesa della Repubblica dopo lo scoppio della guerra civile spagnola nel corso della quale curò la redazione del giornale degli italiani combattenti nelle Brigate internazionali, Il volontario della libertà. Lì assunse il nome di battaglia di Estella. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale venne internata in Francia, liberata poi per intervento delle autorità sovietiche. A Marsiglia lavorò poi per il Partito comunista francese come responsabile della MOI (Mano d’opera immigrata) e partecipò alla Resistenza nel gruppo dei Francs-tireurs-et-partisans. Nel ‘43 venne arrestata e, dopo alcuni mesi di carcerazione, fu deportata in Germania poi in Cecoslovacchia, dove svolse “lavoro forzato” in una fabbrica di munizioni fino alla liberazione del campo da parte dell'esercito sovietico. Fu una delle cinque Madri Costituenti della Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini. Fu segretaria nazionale della FIOT, il sindacato delle operaie tessili e nel’48 fu eletta nella prima legislatura del parlamento repubblicano, nel quale si distinse come proponente della legge 26 agosto 1950 n. 860 per la "TUTELA FISICA ED ECONOMICA DELLE LAVORATRICI MADRI" che, sostituendo la precedente normativa in materia del 1934, costituì la base della legislazione sul lavoro femminile fino alle leggi degli anni settanta sulla parità tra donne e uomini.

Maria Lisa (Marisa) Cinciari Rodano (1921)

Maria Rodano

Nata a Roma, ha studiato al Liceo Visconti e alla facoltà di lettere. Ha partecipato alla cospirazione antifascista nei licei e nell'Università di Roma. Arrestata nel maggio ‘43 per attività contro il fascismo e detenuta nel carcere delle Mantellate, ha partecipato alla Resistenza a Roma nelle file del Movimento dei Cattolici Comunisti e nell'attività dei Gruppi di difesa della donna (GDD).
Nel settembre ‘44, dopo la liberazione della Capitale, è stata tra le fondatrici dell'UDI (Unione Donne Italiane) di cui è stata dirigente con vari incarichi; componente del Comitato nazionale dell’UDI dalla fondazione fino al 1970. È stata Presidente nazionale dell'UDI dal 1956 al 1960.
È stata Consigliera comunale di Roma dal 1946 al 1956. Deputata dal 1948 al 1968, senatrice fino al ‘72. È stata la prima donna nella storia italiana a venir eletta alla carica di vice presidente della Camera dei Deputati, carica che ha ricoperto dal 1963 al 1968. Parlamentare europea dal 1979 al 1989. Componente della Commissione ad hoc sulla condizione della donne del Parlamento Europeo (1979-1981), Presidente e relatrice generale della Commissione d'inchiesta del Parlamento Europeo sulla "Situazione della donna in Europa" (1981-1984), Vice-presidente della Commissione dei diritti delle donne del Parlamento Europeo (1984-1989). Oltre alla relazione sulla situazione della donna in Europa, ha presentato al Parlamento Europeo relazioni sulle famiglie monoparentali, sulla parità previdenziale, sulla parità nell'acquisizione della cittadinanza ecc. È stata rappresentante del Parlamento Europeo alla Conferenza del decennio della donna dell'ONU a Nairobi (1985).Ha fatto parte della delegazione italiana alla Conferenza mondiale della donna dell’ONU a Pechino (1995) e alla Commissione per lo Status della donna dell’ONU a New York nel 1996, 1997, 1998, 1999, 2000. Ha fatto parte della Commissione nazionale di parità presso la Presidenza del Consiglio dove ha seguito, tra l’altro, le tematiche connesse con la dimensione di genere nella cooperazione allo sviluppo. È stata tra le promotrici del "Caucus" delle donne italiane. Si è sposata nel 1944 con Franco Rodano, è vedova e ha cinque figli.

Maddalena Rossi Semproni(1906-1995)

Maddalena Rossi

Laureata in chimica lavorò a Milano in uno stabilimento chimico. Assieme al marito, anche lui chimico,si iscrisse al PCI clandestino dove iniziò un’attiva militanza, sia nell’opera di Soccorso Rosso Internazionale, sia nel reperimento di fondi per la lotta antifascista. Scoperta dalla polizia del regime, nel’42 venne arrestata a Bergamo, processata e condannata al confino a Sant’Angelo in Vado fino al 25 Luglio 1943.
Rientrata a Milano subito dopo la caduta del Fascismo, entrò a far parte della redazione clandestina de L’Unità. Divenne Madre Costituente per il PCI e fu eletta deputata nella I, II e III legislatura; tra le parlamentari donne si distinse per le sue battaglie a favore della parità tra i sessi al fine di promuovere la nascita di una moderna famiglia democratica.Presidente dell’Unione Donne Italiane dal 1947 al 1956, mise al primo posto del programma dell’associazione il tema della difesa della pace. Ricoprì inoltre varie cariche all’interno della Federazione Democratica Internazionale Femminile fino a divenirne vice-presidente per circa un decennio (dal 1957 al 1967), impegnandosi affinché tutte le associazioni femminili italiane intensificassero i loro rapporti internazionali. tutta la sua vita .

Vittoria Titomanlio (1899-19889)

Vittoria Titomanlio

Nata a Barletta,maestra elementare e membro dell'Azione cattolica, fu eletta Madre Costituente nel collegio elettorale di Napoli per la Democrazia cristiana. Rimase in parlamento fino al 1968. Salì alla ribalta delle cronache nel luglio del 1950 per aver protestato al ristorante, insieme ai colleghi di partito Oscar Luigi Scalfaro e Umberto Sampietro contro una signora che cenava con le spalle nude: l'episodio fu quindi oggetto di un acceso dibattito alla camera, in quanto la signora presentò querela per le offese ricevute in quella occasione, e fu anche oggetto di un'interrogazione parlamentare.

giovedì 15 aprile 2010

Digiuno e castigo: scene dalla nuova Italia

15 aprile 2010
Quei bambini puniti e umiliati: altro che Paese cristiano

di Dario Fo e Franca Rame

Qualche giorno fa, stando davanti al video e seguendo un telegiornale, Franca ed io siamo rimasti sconvolti. La cosa si è ripetuta anche nei giorni successivi. Siamo venuti a sapere che proprio qui, in Lombardia, in un complesso di scuole per l’infanzia, elementari e medie, ci sono dei bambini che al momento della distribuzione del cibo nella mensa si sono trovati con davanti un piatto, dentro al quale c’era un pezzo di pane, e un bicchiere d’acqua; mentre nel piatto degli altri bimbi c’era pastasciutta, e appresso formaggio e anche la frutta. Perché? Perché i genitori dei puniti non avevano pagato la retta, o anche solo erano in ritardo, e quindi i figlioli non avevano il diritto di mangiare! Digiuni per castigo dovevano restare! Pensiamo allo choc che devono aver provato questi ragazzini: fermi, davanti al panino, il bicchiere d’acqua; e gli altri che mangiavano. Sappiamo che alcuni fra i bambini, di quelli che avevano gli spaghetti, senza una parola ne hanno messo nel piatto vuoto dei compagni una o due forchettate.

Diciamo: una società che produce un dolore, una mortificazione, un’umiliazione di questo livello a dei ragazzini innocenti – ma che razza di società è? Che razza di valori ha nel corpo, nel cuore e nel cervello? Che cultura produce? Quale dimensione sociale? Ci siamo sentiti proprio male. E’ da ricordare che questi che inscenano spettacoli del genere sono gente nostra, della nostra razza. Sono loro che hanno ordinato di togliere il cibo ai bambini poveri, in quanto indegni dei vantaggi comuni. S’è saputo poi, che questi genitori non hanno mancato per strafottenza o per un atto di inciviltà, ma solo perché non avevano i denari per pagare la retta! E’ gente travolta dalla crisi, quasi tutti causa la perdita di un lavoro, e quindi senza paga, disoccupati. Ai gestori della cucina, ai gestori di questa economia e di questa scuola e del comune non importava niente. Importava: “Non paghi, non mangi”: anche se sei un bimbo devi soccombere, essere punito. Di colpo ci è venuto in mente Sant’Ambrogio.

Su di lui, il maggiore vescovo che la nostra città abbia avuto, abbiamo realizzato e messo in scena anche uno spettacolo al Piccolo Teatro di Milano, lo Strehler. Siamo atei, ma abbiamo studiato profondamente la storia del cristianesimo. E abbiamo scoperto che Ambrogio possedeva un grande senso della collettività, che aveva preso parola, intervenendo con durezza al Senato di Milano, quando questa era stata eletta a Capitale dell’Impero d’Oriente e d’Occidente, portando avanti il diritto della dignità degli uomini: anche quando sono schiavi, anche quando sono privi di diritti.

Lui diceva: “Ricco signore, non t’accorgi che davanti alla tua porta c’è un uomo nudo, e tu sei tutto assorto a scegliere i marmi che dovranno ricoprire i muri. Quell’uomo chiede del pane e intanto il tuo cavallo mastica un morso d’oro. Tu vai in visibilio contemplando i tuoi arredi preziosi, e quell’uomo nudo trema di freddo di fronte a te e tu non lo degni di uno sguardo, non l’hai nemmeno riconosciuto. Sappi che ogni uomo affamato e senz’abito che viene alla tua porta è Gesù; ogni disperato è Gesù. E lo incontrerai il giorno in cui si chiuderà il tempo del mondo e lui, quello stesso uomo, verrà ad aprirti e ti chiederà: ‘Mi riconosci?’. “Voi, ricchi, dite: ‘C’è sempre tempo per pentirsi e pagare i debiti’. Ma non c’è peggior menzogna. Ricchi, non vi è nulla nella vostra attività di uomini che possa piacere a Dio. Anche se tenete appesa una croce sopra il letto e disponete di una cappella dove pregare soli e assistere alla messa. Voi vi stringete ai vostri beni, gridando ‘È mio!’. No, nulla è vostro su questa terra”. “Schiacciate le vostre regole di infamia e di ingiustizia. Ridate il diritto a chi non ne ha… il pane a chi non ne può masticare, impedito dalla vostra grettezza! Distribuitene, finché siete in tempo, ai disperati, ai derubati dalla vostra insolente avidità. Nessun lascito sostanzioso alla chiesa e al suo clero vi salverà”. “Vi dirò”, concludeva Ambrogio, “che non si può credere a un potere magnanimo, poiché chi lo possiede vuole tutto, anche le briciole. Perciò io sono per la comunità dei beni; io sono per l’uguaglianza fra uomini diversi. Perché solo il furto ha creato la proprietà privata”.

da il Fatto Quotidiano del 15 aprile

domenica 11 aprile 2010

La battaglia che ci aspetta per la difesa della democrazia.

11.4.2010

La battaglia che ci aspetta, a partire dai prossimi giorni, per la difesa della democrazia Italiana, come è facile prevedere, sarà durissima.
Le riforme che Berlusconi vuole fare non sono, infatti, semplici modifiche da realizzarsi nei limiti previsti dall’art. 138 della nostra Costituzione, ma mirano a stravolgere il volto della nostra Repubblica perché “distruggono lo Stato di diritto, alterano l'equilibrio dei poteri e la loro reciproca autonomia, ne subordinano uno o due al terzo prevalente. Devastano la giurisdizione, la legislazione, i poteri di controllo.”
E quello che è più preoccupante è la sua volontà di volere attuare il semipresidenzialismo alla francese, mantenendo questa scellerata legge elettorale con i parlamentari indicati dagli apparati dei partiti e votando il giorno stesso in cui si vota per il capo dello Stato con suffragio popolare diretto.
Nel caso venisse approvata questa scellerata riforma ci ritroveremmo al vertice dello Stato un personaggio eletto da un plebiscito. Per cinque anni rinnovabili fino a dieci.
Queste riforme ci sono state preannunciate da Berlusconi nel corso della sua visita in Francia Accanto ad un Sarkozy alquanto stupito e sono state rilanciate in occasione dell’incontro con la Confindustria, che l’ha pure applaudito.
Il Ministro Angelino Alfano sui TG della sera ha confermato questa volontà, dichiarando che le seconda Repubblica si è conclusa e che per far nascere la terza occorre fare le riforme preannunciate da Berlusconi.
Se si considera che la lega ormai vuole portare a casa il suo federalismo, di cui ancora nessuno ha previsto il prezzo che il paese dovrà pagare, non c’è davvero da stare allegri.
Di fronte a questo scempio che si preannuncia io penso che l’opposizione dovrebbe ritrovare l’unità necessaria per opporvisi con fermezza e non cercare a tutti i costi il dialogo impossibile.
Il Paese non ha bisogno di queste riforme, il paese ha bisogno di essere governato per risolvere la crisi economica in atto, cosa che a Berlusconi non interessa più di tanto, visto che a Parma davanti la platea di industriali piccoli, medi, grandi, come al solito ha ribadito che “ la crisi è finita o quasi, il declino non c'è stato e non ci sarà, l'economia italiana è competitiva più di tutte le altre in Europa, la società è coesa, le esportazioni vanno bene e andranno sempre meglio se sapranno dirigersi verso la Cina, l'India, la Russia. Le tasse ovviamente saranno abbassate e gli ammortizzatori sociali sono operanti e sufficienti.”
Mentre il Paese precipita nella disperazione il presidente del Consiglio si gira dall’altra parte e descrive un paese che non c’è, tocca all’opposizione parlamentare ed extraparlamentare ritrovare la necessaria unità per cercare di fermare questo scempio e per incalzare il governo sui problemi veri e drammatici del paese, la cui soluzione non è rinviabile a meno che non lo si voglia condannare definitivamente al declino.
Nella Toscano