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martedì 3 marzo 2026

L'Iran e le contraddizioni nel manifestare per la Palestina e poi gioire per l'assassinio di khamenei

Tahar Lamri sotSrdpoen1g83m29153120c6f06h4umm1731gi0748u8t8t1 hiii2c6a56 · C'è qualcosa di profondamente contraddittorio nel manifestare per la Palestina e poi gioire per l'assassinio di Khamenei. Non è una questione di simpatie per il regime degli ayatollah, è una questione di coerenza elementare. Forse la contraddizione non è casuale: è il prodotto di una mappa morale costruita culturalmente e mediaticamente per anni, interiorizzata spesso in buona fede, una gerarchia delle vittime in cui certi corpi e certi leader contano e altri no. Khamenei rientra nella categoria "non conta", quindi la sua morte in casa propria con i familiari (oggi è morta anche la moglie di Khamenei, colpita nei bombardamenti criminali) non attiva gli stessi circuiti emotivi che attiverebbe per chiunque altro. Non è irrazionalità pura: è una razionalità applicata in modo asimmetrico, il risultato di un sistema informativo che ha gerarchizzato le vittime per decenni. Eppure basterebbe una domanda sola a smontare tutto l'edificio: perché Israele considera l'Iran il suo nemico principale? Non certo per il programma nucleare, non per ragioni ideologiche astratte. L'Iran è nemico perché è l'unico paese che ha rifiutato di abbandonare i palestinesi. Tutti gli altri hanno normalizzato - chi per petrodollari, chi per sicurezza, chi per accesso alle armi americane. L'Iran no. E ha pagato un prezzo enorme per questo: sanzioni, isolamento, guerra. Se si accetta questo come vero - e i fatti storici lo sostengono - allora l'intera architettura narrativa dell'"Iran minaccia globale" crolla. Rimane solo questo: un paese che ha pagato un prezzo enorme per non abbandonare i palestinesi. Chi manifesta per la Palestina e festeggia la morte di Khamenei sta applaudendo l'eliminazione del principale sostenitore della causa per cui dice di battersi. E prima della guerra militare, c'è stata la guerra mediatica. Quella che ha diffuso cifre apocalittiche sulle proteste iraniane - 20mila manifestanti uccisi - rivelatesi false, provenienti in gran parte da Iran International, emittente finanziata dall'Arabia Saudita, paese che con l'Iran ha contenziosi geopolitici ben precisi e nessun interesse alla verità. Quella disinformazione ha contribuito a costruire la stessa mappa morale distorta: un Iran già delegittimato, già condannato, dove qualsiasi violenza diventa accettabile perché il regime è stato preventivamente dipinto come il male assoluto. La propaganda precede sempre le bombe. Sul nucleare, poi, la narrativa è ancora più fragile. Il programma è nato sotto lo Shah, con tecnologia americana e francese, nel quadro del progetto "Atomi per la Pace” di Eisenhower. Nessuno trovò nulla da obiettare, perché l'Iran era allora il gendarme americano del Golfo. È diventato "il problema" solo dopo il 1979, quando il problema reale era diventato politico. E l'ironia finale, segnalata con precisione dal giornalista Jonathan Cook: Khamenei aveva emesso una fatwa religiosa contro le armi nucleari. Ucciderlo è probabilmente il modo più efficace per accelerare esattamente ciò che si dichiarava di voler impedire. Poi c'è l'errore strategico, figlio di una visione hollywoodiana della politica: l'idea che uccidere un capo faccia crollare tutto il sistema. L'Iran non funziona così. È uno degli Stati più strutturalmente solidi della regione, proprio perché dopo il 1979 ha costruito ridondanze istituzionali deliberate: il Consiglio dei Guardiani, l'Assemblea degli Esperti, il Consiglio di Discernimento, i Pasdaran come struttura militare parallela. Non è l'Iraq di Saddam, non è la Libia di Gheddafi, sistemi personalistici dove la decapitazione aveva una sua logica. Applicare quella categoria all'Iran significa confondere due architetture di potere radicalmente diverse. E infine il regalo teologico, forse il più clamoroso errore di tutti. La coscienza sciita è costruita sul martirio come atto fondante, Karbala, Husayn, il sangue versato dai nemici come via alla verità. Khamenei ucciso durante il Ramadan, in casa sua, dai nemici storici, non è più un leader politico con le sue contraddizioni e le sue responsabilità. È uno shahid. Lo hanno purificato da ogni colpa terrena e consegnato alla storia sacra. Un regalo che nessuna propaganda iraniana avrebbe mai potuto costruire.

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